Dino Provenzal (Livorno, 27 dicembre 1877 – Voghera, 11 aprile 1972) appartiene a quella vasta, e oggi in gran parte sommersa, costellazione di intellettuali italiani che, fra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento, esercitarono la propria attività al di fuori dei confini più rigidi della letteratura specialistica. Scrittore, insegnante, preside, saggista, divulgatore, umorista, autore per l’infanzia, compilatore di dizionari e commentatore dei classici, Provenzal costruì nel corso di una lunghissima esistenza un’opera sterminata, difficile da ricondurre a un unico genere. La sua vicenda intellettuale è inoltre strettamente legata alla storia della scuola italiana, alla cultura del libro e alle trasformazioni della lingua nazionale. Nato a Livorno da Aristide ed Emilia Carpi, in una famiglia nella quale cultura, politica e insegnamento costituivano valori centrali, perse il padre quando aveva appena otto anni e mezzo (le fonti archivistiche ricordano questa precoce esperienza come uno dei traumi fondamentali della sua formazione). La Livorno nella quale trascorse gli anni della formazione era quella vivace e contraddittoria della fine dell’Ottocento: città commerciale e portuale, fortemente aperta ai traffici e agli scambi, ma anche ambiente nel quale circolavano idee politiche, istanze pedagogiche e interessi letterari. Provenzal frequentò il liceo cittadino ed ebbe fra i propri insegnanti Giovanni Pascoli. Il rapporto con il poeta romagnolo rappresentò uno dei dati più importanti della sua formazione, rimanendo in contatto con l’ambiente pascoliano anche molti anni dopo gli studi, tanto che nel 1951 Maria Pascoli gli scrisse ricordandolo come antico alunno.
Dopo gli studi liceali frequentò l’Università di Pisa e successivamente quella di Firenze, dove nel 1900 conseguì la laurea con una tesi dal titolo I riformatori della bella letteratura italiana. Il lavoro fu immediatamente ritenuto degno di pubblicazione dall’editore Cappelli e costituisce l’esordio di una lunga attività di ricerca storico-letteraria. Negli anni immediatamente successivi si occupò fra l’altro di Scipione Maffei e Gerolamo Tartarotti, di Ludovico Adinari, di polemiche letterarie settecentesche e di carteggi inediti e la carriera professionale fu altrettanto movimentata. Provenzal insegnò in diverse scuole italiane e lavorò anche come bibliotecario presso la Biblioteca Nazionale di Torino, dove si trovava nel gennaio 1904 quando un incendio devastò l’edificio e distrusse una parte rilevante delle collezioni. Passò quindi attraverso numerose sedi scolastiche, fra Verona, Finale Emilia, Urbino, Velletri e Perugia, assumendo progressivamente incarichi di maggiore responsabilità. Nel 1906 sposò Lavinia Barteletti e nel 1908, mentre insegnava a Messina, fu coinvolto insieme alla famiglia nella catastrofe del terremoto del 28 dicembre: la moglie e la figlia Emilia furono estratte vive, sebbene ferite, dalle macerie. L’esperienza del terremoto entrò successivamente nella sua produzione e contribuì ad alimentare quella particolare attenzione alla memoria personale e collettiva che sarebbe diventata sempre più evidente nella sua opera. Il rapporto fra esperienza biografica e scrittura è infatti una delle chiavi attraverso cui leggere Provenzal (il suo interesse per la scuola, la famiglia, le persone comuni, i libri e la lingua nasce spesso da esperienze vissute direttamente e trasformate in osservazione letteraria). Parallelamente alla carriera scolastica si sviluppò una vastissima attività pubblicistica; egli collaborò con riviste e periodici rivolti a pubblici differenti, dal mondo della cultura specialistica alla letteratura per ragazzi. Scrisse per il Corriere dei Piccoli, per il Giornalino della Domenica di Vamba e per La Voce, mantenendo rapporti con figure importanti della cultura italiana del primo Novecento.
Nel 1916 pubblicò il Manuale del perfetto professore, opera destinata a diventare uno dei suoi libri più fortunati e più volte ristampata. Dietro l’ironia del titolo si trova una riflessione sulla scuola, sui professori e sui rapporti fra insegnanti e studenti che risente direttamente della lunga esperienza dell’autore. Provenzal osserva il mondo scolastico con atteggiamento insieme affettuoso e satirico, riconoscendone difetti, rituali, manie e contraddizioni senza rinunciare alla convinzione che l’insegnamento costituisca una delle funzioni fondamentali della società. Alla letteratura per ragazzi dedicò inoltre numerose opere, fra le quali Il libro del giudizio, Le tre noci, La chiave magica e Il Dante dei piccoli. Quest’ultimo titolo è particolarmente significativo: la divulgazione dei classici rappresentò per lo scrittore livornese una vera missione culturale. Il suo obiettivo consisteva nel rendere la tradizione letteraria accessibile ai giovani lettori ed ai non specialisti (lo stesso principio sarebbe stato applicato in numerosi commenti e opere divulgative dedicate alla letteratura italiana). La sua produzione comprende anche racconti, romanzi, saggi e raccolte di curiosità. Titoli come Le passeggiate di Bardalone, Usanze e feste del popolo italiano, Uomini, donne e diavoli, Ex morte vita, Italia chiamò, I cenci della nonna e La città delle belle scale mostrano la vastità degli interessi di un autore che non concepiva la letteratura come un territorio rigidamente delimitato. Provenzal si interessò alla lingua vista come esperienza concreta degli individui; il Dizionarietto degli scrittori italiani, pubblicato da Giusti a Livorno nel 1911 e successivamente più volte ristampato, testimonia questa attenzione alla memoria letteraria; ancora più caratteristici sono il Dizionario delle immagini e il Dizionario delle voci. Quest’ultimo, pubblicato da Hoepli nel 1957, raccoglie testimonianze relative al modo di parlare, alla voce, alla gestualità e all’eloquio di centinaia di personaggi illustri. L’idea che sta alla base dell’opera è rivelatrice della sua concezione della cultura: la parola non è soltanto contenuto, ma anche voce, gesto, mimica, presenza fisica dell’individuo. Il Dizionario delle immagini, pubblicato sempre da Hoepli quattro anni prima, procede secondo un principio analogo: attraverso le immagini utilizzate dagli scrittori italiani ricostruisce una sorta di repertorio della sensibilità letteraria nazionale. Sono opere che oggi possono apparire eccentriche rispetto alle categorie tradizionali della critica, ma che acquistano un interesse particolare se considerate alla luce degli studi contemporanei sulla storia della lettura, sulla cultura del libro e sulla ricezione letteraria. Non è casuale che la più recente ricerca accademica su Provenzal (Angelo Gaudio, Giovanni Di Domenico, Matteo Basora) abbia individuato proprio nella sua riflessione sui lettori e sulle pratiche di lettura uno dei nuclei più significativi della sua produzione.
Fra il 1922 e il 1938 pubblicò numerosi contributi sulla rivista L’Italia che scrive, fondata da Angelo Fortunato Formiggini e questa attività lo mise in rapporto con una rete molto ampia di intellettuali (il suo epistolario documenta rapporti con personalità della cultura italiana di primo piano comprendente, fra gli altri, Piero Calamandrei e Benedetto Croce). Un capitolo drammatico della sua biografia coincide con l’introduzione delle leggi razziali fasciste: egli, essendo di origine ebraica, anche se convertitosi al cattolicesimo, fu colpito dalla persecuzione antiebraica ed il suo nome venne incluso fra quelli degli autori da espungere dalle pubblicazioni e, durante la sua presidenza al liceo «Severino Grattoni» di Voghera, fu allontanato dall’insegnamento. Per continuare a pubblicare ricorse anche a pseudonimi, fra i quali Lorenzo Vandip, il professor Quattr’occhi e Onid. La persecuzione ebbe anche un risvolto personale profondamente tragico: il fratello Federico morì nel campo di sterminio di Auschwitz, una notizia che Dino apprese nel 1946, dopo la Liberazione (la memoria della persecuzione e della guerra si inserì così definitivamente nella sua esperienza personale e nella sua scrittura). Nello stesso anno fu, per un breve periodo, direttore del quotidiano livornese Il Tirreno, prima di ritirarsi progressivamente dall’attività professionale; nel 1948 andò definitivamente in pensione, dedicandosi però fino alla morte alla scrittura, alla ricerca e alla divulgazione. Gli ultimi decenni della sua vita furono caratterizzati da un’intensa produzione: dizionari, commenti ai classici, scritti memorialistici e riflessioni sulla lingua continuarono ad alimentare una bibliografia vastissima.
Particolarmente importante per la ricostruzione della sua figura è oggi il patrimonio documentario conservato a Voghera: il fondo Dino Provenzal comprende 343 unità archivistiche e circa quattro metri lineari di documentazione; la parte più consistente è costituita dalla corrispondenza, che copre il periodo 1905-1961 e coinvolge 341 soggetti. Sono inoltre conservati i manoscritti di opere come il Dizionario Umoristico, il commento alla Divina Commedia e quello ai Promessi sposi. Non meno significativo è il fondo conservato presso la Biblioteca Labronica di Livorno, direttamente donato da Provenzal intorno alla metà degli anni Sessanta. La documentazione comprende il carteggio con circa 250 corrispondenti e permette di ricostruire una rete di relazioni che collega Provenzal alla cultura livornese e nazionale. La sua marginalizzazione rispetto al canone letterario tradizionale dipende, forse, in larga misura proprio dalla natura poliedrica della sua produzione: egli non fu romanziere di primo piano, né solamente filologo accademico, né esclusivamente divulgatore. Fu tutte queste cose insieme, e questa posizione intermedia ha probabilmente contribuito a renderne difficile la collocazione nelle tradizionali storie della letteratura. La ricerca più recente sembra però suggerire una prospettiva diversa: non chiedersi quale sia il «capolavoro» di Provenzal, ma interrogare l’insieme della sua produzione come documento di una più ampia storia della cultura italiana, della scuola, della lettura, dell’editoria e della lingua.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
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