Fra le personalità più autorevoli nell’ambito della traduzione letteraria del secondo Novecento, Mario Picchi (Livorno, 6 marzo 1927 – Roma, 4 luglio 1996) occupa una posizione di assoluto rilievo. Critico letterario, narratore, poeta, traduttore e raffinato editore, fu uno degli intellettuali più stimati dell’ambiente romano del dopoguerra, capace di coniugare il rigore filologico con una profonda sensibilità letteraria. Sebbene la sua attività si sia svolta prevalentemente nella capitale, dove trascorse gran parte della propria vita, il legame con Livorno non venne mai meno e costituisce ancora oggi una componente importante della sua identità culturale. Eppure, nonostante l’autorevolezza riconosciutagli dai maggiori scrittori e critici del suo tempo, Picchi rimane oggi una figura non abbastanza frequentata dalla critica e praticamente sconosciuta al grande pubblico. Nato a Livorno nel 1927, Picchi trascorse l’infanzia tra la Toscana e Roma. Figlio di Osvaldo Picchi, capitano delle guardie municipali labroniche, e di Maria Dellagrammaticas, appartenente a una nobile famiglia greca dell’isola di Andro, crebbe in un ambiente familiare nel quale convivevano tradizioni culturali differenti. Nel 1939 la famiglia si trasferì a Roma, città destinata a diventare il principale teatro della sua attività intellettuale; dopo gli studi scolastici frequentò l’Università “La Sapienza” della capitale, dove seguì i corsi di Letteratura francese di Pietro Paolo Trompeo; tale incontro con il grande francesista rappresentò una svolta decisiva nella sua formazione: Picchi ne divenne segretario e, grazie a lui, entrò in contatto con alcuni dei più importanti ambienti letterari e religiosi italiani. Fu proprio Trompeo a presentarlo a don Giuseppe De Luca, figura centrale della cultura cattolica del Novecento, che lo volle all’interno di Edizioni di Storia e Letteratura, importante casa editrice nella quale lo scrittore livornese lavorò per molti anni ricoprendo anche importanti responsabilità editoriali.
Dal 1949 al 1956 fu redattore de «La Fiera Letteraria», una delle riviste più prestigiose del panorama italiano del secondo dopoguerra, collaborando contemporaneamente con testate giornalistiche quali Il Giornale d’Italia, Belfagor, Nuova Antologia, La Nazione, L’Espresso, La Repubblica, Atlantic Monthly e Kenyon Review. La sua critica si distingueva per equilibrio e chiarezza espositiva, lontana sia dagli schematismi ideologici sia dagli eccessi polemici che caratterizzavano una parte della critica militante dell’epoca. Accanto all’attività critica, Picchi sviluppò una notevole produzione narrativa: l’esordio avvenne nel 1960 con Roma di giorno, pubblicato da Lerici nella collana “Narratori” grazie al sostegno di Aldo Palazzeschi (amico di una vita). Il romanzo fu immediatamente accolto con interesse dalla critica e venne selezionato tra i finalisti del Premio Strega, rivelando uno scrittore capace di raccontare la Roma contemporanea attraverso uno sguardo insieme malinconico e profondamente umano.
Seguirono opere che confermarono il suo talento narrativo: Il muro torto (1964 e riproposto in una nuova edizione da Narhval Edizioni nel 2024), insignito del Premio Asti d’Appello e successivamente tradotto in Francia con il titolo Le héros du Pincio; Storia di una notte (1968); Ritratto di famiglia (1974), vincitore all’unanimità del Premio Leonilde Castellani Settembrini; fino a Sant’Angelo (1991), finalista al Premio Napoli. Nei suoi romanzi ricorrono costantemente alcuni temi fondamentali: la memoria, la fragilità dei rapporti umani, la malinconia dell’esistenza urbana e quella sottile ironia che permette ai personaggi di affrontare il tempo senza mai cedere completamente al pessimismo.
Anche col genere del racconto breve Picchi raggiunse risultati di grande livello: con Nell’ospedale ottenne nel 1966 il Premio Letterario Internazionale Ceppo, ex aequo con Leonetto Leoni; la critica sottolineò soprattutto la capacità dell’autore di fondere una dimensione quasi fantastica con una rappresentazione estremamente concreta della realtà quotidiana, caratteristica che costituisce uno dei tratti più originali della sua narrativa. Tra i suoi contributi più importanti a livello editoriale si ricorda la cura del primo volume del carteggio fra don Giuseppe De Luca e Giovanni Papini (non continuata a causa della sopraggiunta morte del curatore), pubblicato da Edizioni di Storia e Letteratura, che, con il suo ricchissimo apparato di note, rappresenta ancora oggi uno strumento fondamentale per comprendere il contesto storico, religioso e culturale nel quale si sviluppò il dialogo fra queste due grandi personalità del Novecento italiano. Picchi Partecipò inoltre alla pubblicazione dei carteggi di Giuseppe Prezzolini, contribuendo alla valorizzazione di un patrimonio documentario di straordinaria importanza. Se però esiste un ambito nel quale, più di tutti, il nome di Mario Picchi continua ancora oggi a rappresentare un punto di riferimento, questo è certamente quello della traduzione letteraria: la sua versione italiana de I miserabili di Victor Hugo è considerata una delle migliori mai realizzate su tale opera nel nostro Paese; per questo lavoro fu candidato al Premio Monselice nel 1984, ricevendo unanimi apprezzamenti per una traduzione definita dalla giuria “viva, aderente, moderna” e sostenuta da una “limpida coscienza critica”. Accanto a Hugo tradusse numerose opere di Guy de Maupassant, oltre a testi di Chateaubriand, André Malraux, Robert Louis Stevenson e di altri importanti autori della letteratura francese e anglosassone. Un ultimo aspetto significativo della sua attività riguarda il rapporto con la radio e con la divulgazione culturale: collaborò con il Radiocorriere e con numerosi programmi della Rai, soprattutto per il Terzo Programma, curando trasmissioni dedicate alla letteratura francese, alla critica letteraria e alla teoria della traduzione. Tra queste meritano di essere ricordati il ciclo L’arte e i problemi estetici di Guy de Maupassant, la conversazione Del tradurre, inserita nel programma L’era delle opinioni, e diversi interventi dedicati alla narrativa italiana e straniera.
Sul piano umano, lo scrittore livornese occupò una posizione centrale nella rete delle relazioni intellettuali italiane del secondo Novecento. La sua casa romana di Piazza Madama divenne uno dei luoghi di incontro di alcuni fra i maggiori protagonisti della letteratura italiana: Aldo Palazzeschi, Giovanni Papini, Carlo Emilio Gadda, Alfonso Gatto, Giovanni Giudici, Marino Moretti e Giorgio Caproni furono ospiti abituali di quelle conversazioni che contribuirono ad animare la vita culturale della capitale. Anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1996, il valore della sua attività è rimasto testimoniato dal patrimonio librario che aveva raccolto nel corso della vita. Dal 2008 la sua biblioteca personale, ricca di volumi annotati e di esemplari con dediche autografe di alcuni dei maggiori scrittori del Novecento, è conservata presso la Kasa dei Libri di Milano, dove costituisce una preziosa fonte per gli studiosi della letteratura contemporanea. Riscoprire oggi Mario Picchi significa riportare all’attenzione una figura che seppe muoversi con straordinaria naturalezza fra narrativa, critica, traduzione ed editoria, contribuendo in maniera decisiva alla circolazione della cultura europea in Italia. Se come narratore rappresenta una voce appartata ma di notevole eleganza stilistica, come traduttore e critico egli appartiene senza dubbio a quella generazione di intellettuali che, nel secondo dopoguerra, seppe costruire un dialogo costante tra la cultura italiana e quella francese, lasciando un’eredità che merita ancora oggi di essere pienamente valorizzata.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
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