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Ricordando Romano Luperini

Esplorare Verga e il verismo, Tozzi e Pirandello, il passaggio dall’Ottocento positivista al Novecento freudiano, era stata per Romano Luperini, fin dai primi anni di ricerca, non solo una scelta di campo da critico letterario, ma anche una maniera per disegnare il proprio percorso civile e politico nell’interpretazione del mondo, della realtà. Realtà e mondo esistono davvero solo a condizione che li si “comprenda”, dando loro “senso”. Dev’essere un senso globale, non solo ideologico, ma fondamentalmente ermeneutico. Questo sforzo trapela in tutta la sua attività di scrittura.

Si tratta infatti di un gesto fondativo, ma allo stesso tempo ultimativo. Per delineare il proprio orizzonte Luperini tracciò una frase che ha un grande valore ermeneutico sul piano della lettura dei testi, ma che diviene immediatamente una scelta filosofica, epistemologica, di profilo elevato: «Solo dopo l’ultima sillaba il verso di una poesia acquista significato. Solo alla fine di una vita se ne dovrebbe scorgere il senso». E questo Luperini lo dichiarò sia quando scriveva da critico, sia quando si autodefiniva “scrittore”. Sul sito elettronico da lui stesso ideato e diretto (laletteraturaenoi.it), il 26 febbraio 2017 così annunciava un suo nuovo libro: «Sto per pubblicare un nuovo romanzo, che uscirà a marzo ancora con Mondadori. Il titolo (goethiano, poi anche fortiniano), L’ultima sillaba del verso, allude al fatto che solo l’ultima sillaba svela la natura del verso dando senso alle precedenti e così dovrebbe succedere alla vecchiaia che dovrebbe realizzare il disegno di una vita. Ma il testo getta un’ombra di dubbio sulla possibilità che la metafora mantenga ancor oggi il suo contenuto di verità e che quindi abbia ancora senso una visione teleologica dell’esistenza. In realtà sembrerebbe piuttosto che oggi, finita la Storia, trionfino dispersione e insensatezza e siano possibili solo cronache e cronologie».

Solo dopo l’ultima sillaba il verso di una poesia acquista significato. Solo alla fine di una vita se ne può, forse, scorgere il senso complessivo, il valore globale. Valerio, il narratore e protagonista del romanzo, è sopravvissuto a una tremenda malattia che lo ha devastato. Si trova tra la vita e la morte, solo in un territorio selvaggio e solitario. Sul limitare dell’ultima sillaba, là dove non c’è più né tempo né spazio per continuare, cerca di definire il significato del suo percorso. In quest’opera di ricostruzione convoca alla memoria gli eventi della sua storia privata e della Storia collettiva dall’88 fino alla contemporaneità. La crisi del matrimonio, la fine di una militanza e di una fede politica che lo impegnavano dagli anni Sessanta, la caduta del muro di Berlino, la breve relazione con Margareth, la Guerra del Golfo, il legame con Betty, una ragazza canadese, la morte della madre, l’inizio dell’inchiesta Mani pulite, che coinvolge anche il fratello; e poi, imprevisto, un evento che pesa più degli altri: l’incontro con Claudine, un’allieva dell’università, da cui Valerio è attratto al punto da idealizzarla, trasformandola in un personaggio letterario. L’amore con Claudine sembra restituire valore ai suoi giorni, ma il declino progressivo del corpo gli ricorda quotidianamente che ha davanti a sé nient’altro che una serie di ultime volte, che è, in fondo, come il falco che osserva dalla finestra del suo casolare, che «tutto il giorno si prepara, spia la campagna intorno, si protende, aspetta. Aspetta cosa? Se poi la morte arriva e se lo piglia». Dieci anni dopo l’ultimo incontro i due si vedranno ancora una volta. Nonostante tutto, Claudine non è ancora diventata una figlia: resta una possibile, inafferrabile amante.

Dopo La rancura, che dando voce a tre generazioni ripercorre quasi un secolo di storia italiana, Romano Luperini continua a fondere l’Io con il Noi, a creare, come ha scritto Annie Ernaux, «un legame indissolubile fra collettività e individualità attraverso la presenza della Storia». In questo modo il passaggio tra i millenni diviene una cerniera fra esistenze e generazioni. Ricordi commossi e riflessioni amare, profonde speranze e altrettanto abissali disincanti, raccolgono i due decenni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio.

Proprio in questo intacco, che muovendo dall’ermeneutica della letteratura coinvolge il problema dei «contenuti di verità» e la «visione teleologica dell’esistenza», Luperini lascia trapelare una sfiducia spietata, un pessimismo etico severo, calibrato col misurino, da intellettuale e soprattutto da insegnante, nei confronti del rischio di una sconfitta della Storia a favore della nuda Cronaca.

La Storia lega gli individui in collettività, fa sì che Io e Noi si confrontino su prospettive e memorie condivise. La Cronaca màcina il tempo, lo conserva brevemente nelle sue manifestazioni superficiali, poi, triturato, lo abbandona a galleggiare alla deriva. Proprio in questa dimensione scrivere libri per le scuole, storie letterarie e antologie, accompagnando la formazione di cittadini democratici e consapevoli della necessità di una memoria storica al fine di creare un futuro desiderabile, è stato il progetto principale di Luperini, grazie al quale il suo nome resterà vivo per molte generazioni.

Più volte, nei libri e nelle conferenze, il suo ragionamento ruotava intorno alla necessità di promuovere un insegnamento democratico e soprattutto nutrito di storicità: «Viviamo nell’eterno presente – conclude – ignorando il passato e senza preoccuparci del futuro, ma una società senza passato è una società senza futuro, una società che non ha niente da insegnare». «Abbiamo tutti collaborato alla catastrofe. Noi stessi, noi docenti, siamo diventati la macchina amministrativa del sistema. Siamo stati molto zelanti, molto americani, anzi più americani degli americani, più realisti del re… Abbiamo accettato senza fiatare i blocchi stipendiali, la sospensione delle assunzioni, la decimazione del corpo docente e dei dottorati, ci siamo posti alla testa della ritirata, abbiamo promosso le valutazioni e le autovalutazioni, i criteri di qualità puramente quantitativi, i requisiti di docenza e i loro parametri numerici…».

Una delle sue formulazioni più acute e memorabili, nel libro del 2018 sul “modernismo” (il sottotitolo parla già chiaro: Storicizzare la contemporaneità), merita di essere antologizzata come modello di sintesi interpretativa della frattura tra “naturalismo” e “modernismo” e come panorama di una mutazione epistemica decisiva: «Il paradigma dell’oggettività scientifica si sbriciola. Realtà e verità si soggettivizzano, diventano problematiche. […] I caratteri di questa rottura devono essere stati da subito evidenti, se sin dagli anni Trenta e Quaranta del Novecento grandi critici come Debenedetti (nei saggi giovanili su Proust e Svevo) e Auerbach nell’ultimo capitolo di Mimesis li tracciano con indubitabile sicurezza. Da un lato l’opera aperta e opera da farsi, lo sciopero dei personaggi, la fine del personaggio-uomo, il trionfo dei brutti e degli inetti, lo scrivere non per spiegare la realtà, ma perché non si può spiegarla, le epifanie e le intermittenze del cuore, il romanzo come susseguirsi di esplosioni, anzi come esplosione di esplosioni. Dall’altro l’importanza che viene ad assumere l’attimo qualunque della vita quotidiana, la nuova centralità del frammentario, del caso, dell’accidente fortuito, la scomparsa delle grandi svolte della storia e dei colpi del destino, il poliprospettivismo, l’interiorizzazione dell’ottica narrativa, la ricostruzione della realtà oggettiva attraverso un susseguirsi di impressioni soggettive. Debenedetti e Auerbach, senza parlare ancora di modernismo, ne delineano perfettamente, almeno per quanto riguarda la grande narrativa europea, temi, forme e visioni del mondo».

Così Romano Luperini sapeva raccogliere in uno sguardo complessivo perfettamente coerente la disseminazione degli eventi, in cerca di un valore capace di trasformare quella casualità in senso. Fu questo, per tutta la sua vita e il suo lavoro di formazione dei giovani, il principio-base che lo guidò, e di cui gli siamo riconoscenti: «Solo dopo l’ultima sillaba il verso di una poesia acquista significato. Solo alla fine di una vita se ne dovrebbe scorgere il senso».

corradobologna50@gmail.com

 

L'autore

Corrado Bologna
Corrado Bologna
Corrado Bologna ha insegnato Filologia romanza in diverse Università italiane e straniere, e Letterature romanze medioevali e moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato numerosi saggi sui principali autori delle letterature europee. Il suo ultimo libro è Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, Luca Sossella, Roma 2022.