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La soglia come esperienza

In questi giorni il film Fuori di Mario Martone è proiettato nelle sale cinematografiche ateniesi, offrendo al pubblico greco l’opportunità di confrontarsi con un’opera di notevole densità estetica e riflessiva. Già a partire dal titolo emergono tuttavia alcune difficoltà di traduzione che meritano di essere messe a fuoco. La resa in greco Donne fuori, pur offrendo un orientamento interpretativo immediato, introduce una determinazione che finisce per circoscrivere l’orizzonte semantico dell’originale. Fuori, nella sua essenzialità, si presenta infatti come un titolo più ampio e più astratto. Non nomina un soggetto, non delimita un contesto, ma apre uno spazio di senso, lasciando emergere una condizione piuttosto che designare una realtà.

Non si tratta, in questo caso, di un “fuori” semplicemente oppositivo rispetto a un “dentro”, ma di una zona di soglia, di un luogo instabile in cui le coordinate dell’appartenenza e dell’esclusione tendono a ridefinirsi. In questa prospettiva, una soluzione come donne sulla soglia potrebbe restituire più efficacemente tale dimensione liminale, pur introducendo, inevitabilmente, una specificazione assente nell’originale. Il titolo italiano conserva, infatti, una quota di apertura e di indeterminazione che eccede ogni possibile equivalenza, anche in virtù del suo legame profondo con la figura di Goliarda Sapienza e con il suo universo simbolico.

È proprio in questa tensione, tra apertura semantica e necessaria determinazione traduttiva,  che si prepara il terreno per la lettura del film, la cui scrittura cinematografica si rivela pienamente coerente con la poetica di Martone.

Ci sono opere che non chiedono di essere comprese, ma attraversate. Fuori, l’ultimo lavoro di Mario Martone appartiene a questa categoria. Non si limita a raccontare, ma mette in crisi, con rigore e discrezione, le coordinate stesse del racconto su cui si basa. Al centro non vi è semplicemente una storia, ma una presenza, stratificata, inquieta, irriducibile, quella di Goliarda Sapienza, la cui esperienza biografica e letteraria diventa la chiave di accesso all’intero dispositivo filmico.

Il titolo stesso, Fuori, acquista senso pieno solo se letto attraverso questa lente. Non indica un altrove geografico, ma una condizione esistenziale. Quella di chi abita una soglia, una zona di scarto rispetto alle forme consolidate dell’appartenenza. In questa prospettiva, il film dialoga profondamente con L’università di Rebibbia, dove l’esperienza carceraria si rovescia in occasione di conoscenza e trasformazione. Il carcere, spazio per eccellenza del “dentro”, diventa paradossalmente il luogo in cui il “fuori” si ridefinisce.

È proprio questa dislocazione che Martone traduce in immagini. I confini tra interno ed esterno si fanno instabili, porosi, continuamente attraversati. Come nella scrittura di Sapienza, l’esperienza del limite non coincide con una chiusura, ma con un varco. Il “fuori” non è soltanto esclusione: è uno spazio critico, una condizione in cui l’identità si espone, si disarticola e si ricompone.

La costruzione del film segue una logica frammentaria. Non vi è una narrazione lineare, ma una serie di apparizioni, interruzioni, ritorni. In questa scrittura discontinua si può cogliere un’eco della riflessione di Maurice Blanchot, per il quale «il disastro rovina tutto, lasciando tutto intatto»: ciò che accade non si lascia mai afferrare completamente, ma permane come traccia, come resto.

Allo stesso modo, alcune immagini del film funzionano come punctum nel senso indicato da Roland Barthes: dettagli minimi, quasi impercettibili, che «pungono, feriscono», interrompendo la continuità dello sguardo. È in questi scarti che il film si intensifica, sottraendosi a una lettura puramente narrativa.

Lo spazio, in Fuori, si configura come dispositivo. Gli ambienti non fanno da sfondo, ma costruiscono campi di tensione in cui si articolano dinamiche di inclusione ed esclusione. In questa prospettiva, si può evocare la nozione  di «spazi altri» elaborata da Michel Foucault, spazi che riflettono e al tempo stesso destabilizzano l’ordine del reale. Il “fuori” è sempre in relazione con un “dentro” che lo definisce.

Ne deriva una dimensione politica che il film non esplicita, ma lascia emergere per sottrazione. Essere “fuori” significa occupare una posizione marginale che è insieme sociale e percettiva. In questo senso, il lavoro di Martone può essere letto anche alla luce della riflessione di Jacques Rancière sulla “distribuzione del sensibile”, ovvero su ciò che, in una determinata comunità, può essere visto, detto, pensato.

La recitazione segue coerentemente questa linea: trattenuta, essenziale, esposta. I dialoghi si rarefanno, lasciando spazio ai silenzi, che diventano luoghi di senso. Non si tratta di vuoti, ma di spazi di sospensione in cui il film respira, si sottrae, si intensifica.

Anche sul piano estetico, Fuori rifiuta l’eccesso. La fotografia privilegia tonalità sobrie, mentre il montaggio costruisce un ritmo che resiste alla velocità del consumo contemporaneo. È un cinema che chiede tempo, attenzione, disponibilità: una forma di visione che si avvicina più all’ascolto che al consumo.

In questa prospettiva, Fuori si configura come un esercizio di dislocazione dello sguardo: non chiede allo spettatore di comprendere, ma di esporsi. È un cinema che non consola e non ricompone, ma insiste nella frattura, nella sospensione. Se, come suggerisce Blanchot, l’esperienza dell’“esterno” è sempre anche esperienza del limite, allora il film di Martone abita precisamente questo margine. E, nel farlo, raccoglie la lezione più radicale di Goliarda Sapienza, «il carcere è stato la mia università», trasformando il luogo della reclusione in spazio di attraversamento, e il “fuori” in una possibilità di pensiero.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.