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Conoscenza e responsabilità

L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni

Durante il mio percorso universitario, i docenti si spendevano per creare in noi studenti la consapevolezza del nostro ruolo all’interno della società. Eravamo negli anni settanta e si aveva l’obiettivo di sottrarsi alle richieste che da anni provenivano dalle aziende in cui gli psicologi selezionavano il personale o dalla scuola dove applicavano i test per valutare il livello intellettivo e problematiche di tipo emotivo degli alunni, per poi eventualmente inserirli in “scuole speciali” o “classi differenziali”.

Lo psicologo aveva ora un nuovo ruolo: avrebbe rivoluzionato questo sistema. Sulla scia degli scritti di Erving Goffman (1961), di Ronald Laing (1960, 1964, 1969) o di David Cooper (1967,1978) e del modello dell’anti-psichiatria, sostenuto in Italia in particolare da Franco Basaglia, lo psicologo, insieme con lo psichiatra, sarebbe stato un diffusore di conoscenze, un operatore che avrebbe favorito la conquista di una nuova coscienza, una nuova responsabilità.

Sentii che la scelta di studi che avevo fatto corrispondeva alle mie aspettative, alla mia esigenza di verità e agli ideali di giustizia con cui ero cresciuta: durante le lezioni, in cui intervenivano Basaglia e Jervis, pensavo che nel mio piccolo avrei condotto le loro stesse battaglie. Combattere, nel breve e nel lungo periodo, per conquistare la consapevolezza dei pensieri, delle emozioni e la responsabilità delle mie ed altrui azioni era ed è stato sempre il mio obiettivo di lavoro.

Raggiungere questo obiettivo, è stato difficile e molto faticoso. In più occasioni è stato possibile solo in modo parziale e con tempi piuttosto lunghi, ma ne è valsa la pena. Oggi mi piace osservare i giovani colleghi che combattono le mie stesse battaglie e che crescono alla luce di nuove scoperte scientifiche, di nuovi traguardi raggiungibili con tecniche avanzate e più funzionali. Nonostante le difficoltà presentate dalla realizzazione delle riforme avvenute negli ospedali psichiatrici e nella scuola, con l’eliminazione delle strutture che producevano esclusione ed alienazione, alcuni aspetti della cultura rivoluzionaria degli anni settanta è ormai un presupposto assimilato dall’intera società, anche se da parte di alcuni è ancora criticato e non mancano tentativi di ospedalizzazione e di emarginazione dalla “società sana”.

A seguito della recente pandemia si è visto con maggiore chiarezza come il malessere interiore sia presente nell’essere umano comune e come la salute mentale e il benessere siano condizioni instabili, che vanno conquistate quotidianamente, anche attraverso percorsi individuali, in cui ognuno di noi può confrontarsi con sé e con il proprio passato, per rinnovare gli equilibri interiori adeguandoli a nuove condizioni esterne.

Durante la vita il nostro corpo cambia di continuo, attraversando delle fasi di apparente stabilità e poi dei momenti di forte mutamento, come durante l’adolescenza, la maternità o la menopausa. Nell’infanzia e nella vecchiaia i cambiamenti sembrano essere più rapidi. Mentre il bambino affronta i cambiamenti del proprio corpo con più frequenza, per l’adulto essi sembrano più rarefatti: in realtà il bambino cambia i denti, vede allungarsi i suoi piedi o ad un certo punto non riconosce più la sua voce, ma l’adulto scopre di avere i primi capelli bianchi o le prime rughe che lo spingono a cercare rimedi o magari conferme esterne e nuove esperienze relazionali che lo rassicurino. Esistono momenti di difficoltà o addirittura di estraniazione durante tutta la vita, che si superano gradualmente, lavorando sulla possibilità di accettare i cambiamenti che ci fanno sentire di non avere più il controllo su noi stessi. Questa condizione di perdita del controllo sul nostro corpo e sulla nostra vita ci mette spesso alla prova: anche la nascita di un figlio può essere al tempo stesso meravigliosa e destabilizzante e può scatenare emozioni impreviste di gelosia, di insicurezza rispetto alle proprie capacità, e così via.

Dunque la nostra condizione di fragilità a volte può amplificarsi, divenendo senso di confusione, o incertezza o ancora senso di impotenza, come di fronte ad una malattia, nostra o delle persone care, come durante la recente pandemia. Chi si pone l’obiettivo personale di accettare i propri limiti e le proprie fragilità riconoscendole, guadagna per sé la capacità di metabolizzare più rapidamente i cambiamenti e di superare con più forza interiore le difficoltà. Si tratta di una forza autentica, nata e cresciuta attraverso il riconoscimento dei propri bisogni, anche dei più profondi, soprattutto di ordine affettivo. Questo consente anche il riconoscimento dei bisogni degli altri ed è la condizione per una sana e costruttiva empatia, per una arricchente condivisione.

Un analista transazionale americano di nome Franklin H. Ernst Jr. (1971, Premio Berne nel 1981), riprendendo il concetto di “posizione ok-non ok” introdotto in precedenza da Thomas Harris (I’m ok – You’re ok, 1967), sottolinea come le posizioni esistenziali delle persone, cioè il loro modo di sentire e di vedere se stessi e gli altri, si riflettano nei loro comportamenti e quindi anche nel modo in cui esse interagiscono fra loro. Nell’incontro fra due individui esiste la possibilità di realizzare, attraverso una sana comunicazione, quindi tramite delle “transazioni” positive fra i due membri, la condizione definita come “Io sono ok – tu sei ok”. In questa situazione entrambe le persone, durante e dopo l’incontro, si sentiranno bene, arricchite interiormente da un’esperienza di scambio in quanto, pur manifestando opinioni o esigenze diverse e a volte non condivise, hanno rispetto e danno un uguale valore ai bisogni personali e a quelli dell’altro. Viceversa esistono altre tre situazioni possibili in cui le due persone vivranno sensazioni di disagio come conseguenza di una comunicazione basata sulla svalutazione di sé, o dell’altro o anche di entrambi: “io non sono ok, tu sei ok”; oppure “io sono ok, tu non sei ok” o infine “io non sono ok, tu non sei ok”.

Tutto il processo ha inizio con una “svalutazione(Ken Mellor and Eric Schiff, Discounting, in “Transactional Analysis Journal”, 5, 1975, Premio Berne nel 1980, ripreso e sviluppato sapientemente in: Jacqui L. Schiff, Analisi transazionale e cura delle psicosi, Astrolabio, Roma 1981, anch’esso, nell’edizione americana, Premio Berne del 1974). Una persona può svalutare sentimenti, percezioni, pensieri o azioni di sé o degli altri, o alcuni aspetti della realtà esterna. L’individuo rifiuta, a livelli diversi, l’esistenza di un bisogno personale, oppure di un problema o ancora delle possibili soluzioni al problema stesso. Esiste un’indicazione molto chiara di questo processo, ben sintetizzata in una “Matrice della svalutazione”, a disposizione degli psicoterapeuti in formazione o dei lettori interessati. La semplificazione e chiarificazione del processo messo in atto in maniera quasi automatica dalla persona consente di scoprire ciò che si trova al di sotto del disagio, ed anche della rabbia o, in alcuni casi, della depressione. L’ utilizzo della svalutazione è funzionale al mantenimento di un controllo su se stessi e sulle relazioni con gli altri e in particolare sull’immagine di sé nel proprio “piano di vita”. Ma ha delle conseguenze che in alcuni casi sono distruttive. Si tratta di un meccanismo efficace, ma rudimentale e fortemente riduttivo, che produce limitazioni anche gravi alla comprensione della realtà, al raggiungimento di un sano equilibrio oltre che, come si è visto, delle costruttive ed arricchenti relazioni di scambio e condivisione con gli altri.

Il contrasto forte fra il progresso scientifico e l’arretratezza di alcune scelte di gestione e sfruttamento dell’ambiente ci racconta di quanto sia difficile per alcuni di noi fare tesoro della conoscenza ed assumere responsabilità rispetto a se stessi e al mondo esterno. Si pensi ancora ad esempio a quanto oggi si sa del mondo vegetale che possiede una sua “intelligenza” (Stefano Mancuso e Alessandra Viola, Verde brillante – Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale, Giunti Editore, Firenze 2013). Questa intelligenza viene ignorata dai più, anche grazie a Linneo, il padre della nomenclatura (ancora in auge nei libri scolastici) per la classificazione scientifica degli organismi viventi. Dal diciottesimo secolo, i vegetali sono posti sul gradino più basso in una scala “naturale” degli esseri viventi. Essi, in realtà, non sono solo una risorsa del pianeta che l’uomo può utilizzare a suo piacimento per motivi estetici, alimentari o terapeutici; hanno una vita autonoma, ricchissima e degna di rispetto, e spesso hanno trovato, attraverso geniali forme di adattamento ed anche di comunicazione, innumerevoli strategie di convivenza, fra loro e con gli altri esseri viventi.

Le conseguenze di questo processo, a volte molto rapido ed esteso, che ha alle sue origini la svalutazione, possono in alcuni casi portare gravi conseguenze: si pensi alla negazione accanita dell’esistenza del virus SARS-Covid 19 o ad alcuni casi di rifiuto di cura e prevenzione. Ma la svalutazione è molto attiva anche nella relazione che alcuni individui o gruppi sociali e i loro governanti hanno con il mondo naturale: penso alla devastazione del pianeta, delle sue risorse e le conseguenze ben note sulle sue condizioni climatiche. Ricordiamo come ad esempio il film Avatar del regista James Cameron abbia sollevato in noi, in maniera sconcertante, tutte le emozioni messe a tacere relativamente al rischio di distruzione del pianeta come conseguenza dello sfruttamento incontrollato e massivo delle risorse minerarie. Le emozioni e le riflessioni suscitate trovano comunque un ostacolo nella svalutazione che ostacola i necessari cambiamenti: i governanti faticano a indurre i radicali e profondi cambiamenti necessari e lo sfruttamento prosegue in maniera invasiva, con forza e determinazione.

Carl Safina, nel suo interessantissimo Animali non umani (Adelphi, Milano, 2020) ci descrive ad esempio la condizione dei capodogli negli oceani Pacifico ed Atlantico: dopo i massacri effettuati dalle baleniere negli ultimi secoli, oggi l’uomo, devastando le profondità marine con scavi ed esplosioni finalizzati all’estrazione di petrolio e minerali, porta alla distruzione delle riserve di cibo dei cetacei che vivono in quei mari, sconvolge quell’ambiente con rumori assordanti e altri rumori a bassa frequenza, danneggiando irreversibilmente l’apparato uditivo degli animali, interferendo con i richiami riproduttivi dei cetacei adulti e riducendo la risposta antipredatoria. Interi gruppi familiari (perché di vere e proprie famiglie si tratta! ) scompaiono o perdono per sempre le strategie di caccia o di collaborazione e quindi di sopravvivenza, in quanto i nuovi nati non hanno più chi le trasmetta loro attraverso un vero e proprio insegnamento. Parliamo di strategie elaborate da ogni gruppo nel tempo e perfezionate in relazione alle diverse zone di vita, parliamo inoltre di comunicazioni diversificate per ogni gruppo familiare, realizzate da emissione di tipi diversi di “click” e ritmi sonori, di collaborazioni con altri gruppi per la difesa da aggressori o per la riproduzione e la crescita dei cuccioli. Quindi stiamo parlando della distruzione di vere e proprie culture, oggetto di studi e ricerche faticose e appassionanti, culture apparentemente incomprensibili perché diverse dalle nostre, come è successo verso alcune culture di umani, durante le passate o attuali famigerate colonizzazioni.

Dunque, se le motivazioni che sono alla base di queste strategie di svalutazione, poste in atto dall’animale umano per porsi in relazione con se stesso e con il mondo che lo circonda, sono così profonde e per lui essenziali al mantenimento di un’identità, attraverso il mantenimento del potere e del controllo, tanto da giungere a rischiare l’annientamento, occorre fare i conti con i bisogni e le paure o le pulsioni profonde che le sottendono. Occorre andare a fondo, conoscere e prendere la responsabilità di tali bisogni, paure e pulsioni: estraniandosi da esse l’uomo si illude di controllarle, di padroneggiare e portare avanti la propria esistenza, senza cogliere la menzogna che sottende il suo progetto e che lo rende un gigante con le gambe di argilla.

rosaviola5@gmail.com

 

L'autore

Rosanna Bologna
Rosanna Bologna, è psicologa e psicoterapeuta. Si è laureata presso l’Università “La Sapienza” di Roma nel 1975. Ha seguito un percorso di psicoanalisi kleiniana dal 1977 al 1983 presso un membro onorario della Società di Psicoanalisi. Ha lavorato come insegnante e psicopedagogista nella scuola elementare statale fino al 2014 e ha partecipato come docente e responsabile dell’area psicologica nei corsi di formazione statali per gli insegnanti di sostegno delle scuole medie superiori.

Ha pubblicato saggi sugli asili nido comunali durante gli anni in cui ha collaborato con la cattedra di Psicopatologia Generale e dell’Età Evolutiva 1 all’Università La Sapienza di Roma, fino al 1979. Ha frequentato il corso biennale di formazione per educatori presso l’Ateneo Salesiano di Roma. Nello stesso Istituto si è diplomata alla Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica e Psicoterapia, divenendo Psicoterapeuta e Analista Transazionale, iscritta dal 2003 all’EATA  (European Association of Transactional Analysis).