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Una filosofia antropologica deleuziana

Vorrei partire da una metafora quasi stereotipale: per definire i rom da tempo si dice “il popolo del vento”. Lo dice anche Fabrizio De Andrè nella canzone a essi dedicata:  Khorakhané (che reca nel titolo tra parentesi proprio la locuzione “a forza di essere vento” e lo  richiama Alberto Simonetti a p. 38, sfidando ogni stereotipo). Che genere di forza esprime il vento? Ce lo dice un’altra canzone, stavolta nel dialetto napoletano di Pino Daniele:

Vientə sciosciə stanottə / Vento soffia stanotte
Trasə pə sottə e fattə səntì / Entra di sotto e fatti sentire
Vientə, vientə / Vento,  vento
Vientə cə restə pə cə ‘ncazzà / Vento ci resta per arrabbiarci

Vientə / Vento
Trasə ’int’e piazzə /Entra nelle piazze
Rump’e fənestə / Rompi le finestre
E nun tə fərmà /E non ti fermare
Vientə, vientə /Vento, vento
Puortəmə’e vocə / Portami le voci
É chi vò alluccà / di chi vuol gridare

“Il vento, come i rom, c’è” – scrive Simonetti – “si incunea dovunque, trapassa ancor più dell’acqua ogni feritoia, sbuca in qualsiasi anfratto. È rizomatico, ci costringe a mutare le percezioni, a legarci all’inorganico così come all’organico tra una linea di fuga e una stanziale” (p. 38). Esso esprime dunque una forza politicamente rilevante, cerca un movimento dal basso, come il femminismo, come Rosi Braidotti. Peraltro la donna zingara non ha una fissa identità perché è l’alterità per eccellenza, è nomade come la gitana di Manet da cui il libro di Simonetti comincia, intrattenendoci felicemente.

Quando scrive “rizomatico” Simonetti attinge alla metafora vegetale utilizzata principalmente dal filosofo Gilles Deleuze e dallo psicologo Félix Guattari per indicare una struttura del pensiero non gerarchica, ma orizzontale che evoca connessioni non ad albero, ma che seguono la terra, le radici che si estendono in superficie, capovolgendo il senso della coppia superficiale/profondo e ridefinendola come massima estensione /scarsa estensione. Il rizoma, infatti, è una specie di radice che ha una struttura orizzontale, non va dritta in basso, a fondo, e quindi i due elaborano un pensiero di fatto filosofico-politico e anti-identitario perché votato alla processualità e non alla sostanzialità: quella di Deleuze e Guattari è una filosofia politica della molteplicità.

In questa molteplicità si colloca Simonetti ponendosi in relazione all’antropologia culturale e politica dei rom e dell’antiziganismo. Ancora una volta gli zingari si rivelano buoni da pensare per i non zingari. Come vento rizomatico i rom eternamente minacciano l’Occidente sia nella lettura razzista che ne fa l’Europa, una lettura “norappera” (norappero/a è, secondo il quotidiano La Repubblica, l’eroe o l’eroina della denegazione, che afferma: “Non-sono-razzista-però…”; è “la banalità del ma”, per dirla con Mauro Biani) sia nella rappresentazione nomadologica che essi sanno dare di sé.

La talea della terra mette dunque a fuoco l’antropologia filosofica della molteplicità di Deleuze confrontandola con l’antropologia politico-culturale dei rom, del nomadismo. I rom figurano come altri anche se non sempre sono effettivamente nomadi poiché essi rompono anche questa immagine comune. Per Simonetti sono di volta in volta i diversi, le donne, i critici, i neri, i devianti, ecc. in questo senso sono deleuziani. Anormali, per dirla con Michel Foucault. Ma rispetto a Foucault forse Deleuze fa un passo oltre poiché ci parla di conoscenza come rete, come erba che si estende, come radicelle che connettono in maniera inedita, orizzontale, come rizomi nomadi.

Quella di Simonetti non è un’antropologia filosofica, ma una filosofia antropologica. Cioè non è una disciplina esistente, ma è da farsi. D’altronde con le talee ci si può sbizzarrire, hanno una grande potenza creativa e c’è di che divertirsi, dicono i vivaisti. Porzioni di ramo che hanno solo un bocciolo, una gemma talora, “messe in terriccio adatto, nelle stagioni giuste, sono capaci di emettere radici e di generare un nuovo individuo” (Paolo Astrua, https://www.filosofiavegetale.it/paternita-vegetale/). Così, usando questa metafora vegetale, Simonetti afferma che chiunque indaghi o faccia ricerca, lancia il suo sguardo conoscitivo sul mondo, taglia, guarda il mondo stesso, lo talia, La talea evoca anche il dialetto siciliano: da taliare che vuol dire osservare, guardare.

I rom non agiscono, ma, con la loro sola presenza, rompono confini e  frontiere, tanto che lo studioso più esperto di antropologia romologica, il veneto Leonardo Piasere, autore della bella prefazione a questo libro, ha interrogato nei suoi libri ziganisti (si veda fra tutti Un mondo di mondi apparso a Napoli per l’Ancora del Mediterraneo nel 1999) la teoria degli insiemi fuzzy, cioè ha interpellato le logiche del terzo incluso (questo libro è un libro, ma può essere anche un’aquila e quindi può magicamente volare), quindi logiche anti-aristoteliche, anti-occidentali, anti-statali, che mettono in discussione il principio di non contraddizione e si rivelano le sole capaci di leggere l’astoricismo rom, il fatto che essi, come avviene ad esempio tra i Manouches francesi studiati da Patrick Williams (Noi non ne parliamo. I vivi e i morti tra i Manuš, Cisu, Roma, 1997), non parlano mai dei loro morti e della loro assenza, che appare perciò come una forma incisiva di presenza.

Dico spesso nelle mie lezioni all’Università di Perugia che “l’antropologia è una filosofia con molti esempi”. Lo faccio non solo per esaltare la necessità esemplificativa dell’etnografia e la sua vocazione teoretica, ma anche per celebrare un incontro interdisciplinare che, nella sua forma più avanzata, diventa un’autentica consilienza, cioè la convergenza tra diverse pratiche di conoscenza nell’analisi di un fenomeno.

La svolta nel pensiero filosofico-politico-critico è determinata da Gilles Deleuze quando nel 1969 incontra Félix Guattari, psichiatra e psicoanalista militante di estrema sinistra. Scriverà con lui due opere (a partire dai saggi su Spinoza e Nietzsche che aveva scritto prima da solo) di cui la seconda è il seguito della prima: l’Anti-Edipo (1972) e Millepiani (1980) entrambe recanti il medesimo sottotitolo: Capitalismo e schizofrenia.

Il testo simonettiano si avvale di espressioni deleuziane quali rizoma, bulbo, terra, talea appunto, per esplorare la nomadologia in quanto autentica pratica teorica che si avvicina all’antropologia proprio nell’incontro con l’alterità, la pluralità.  La nomadologia diventa un’antropologia delle differenze ed è per fare esempi etnografici che Simonetti va ad osservare in Umbria gli zingari, sulla scorta dello stato di eccezione che caratterizza la filosofia di Giorgio Agamben, e non esiste neanche una effettiva dicotomia uno-molteplice o albero-rizoma, poiché nell’uno c’è già il molteplice, nell’albero il rizoma e viceversa, e pertanto si va dal meccanico al macchinico, dal riduzionismo al proliferazionismo, per così dire.

Un’antropologia deleuziana, quindi, che rifiuta due posizioni prima di tutto: il colonialismo, che ha condizionato talora lo sguardo degli antropologi, e la fascinazione esotica dello stereotipo: nel capitolo/piano Trattato di nomadologia. La macchina da guerra di Millepiani tale contrapposizione si determina contro lo Stato.

Anziché produrre dicotomie come fanno gli Stati-Nazione, i rom vivono ogni rapporto, ogni relazione proliferando molteplicemente in divenire.  Oggetto di repressione per la loro sola presenza, essi sono perseguitati, si direbbe, come gli ebrei. L’antiziganismo, però, secondo Simonetti conserva una distinzione rispetto all’antisemitismo anche se gli studi su quest’ultimo possono fungere da modello (com’è nel primo volume di questa collana, di Leonardo Piasere, Antisemitismo e antiziganismo in Italia, Sull’antropologia del razzismo di Alfonso Maria di Nola, 2021): l’attività ebraica era tollerata ancorché ghettizzata. Il/la rom si identifica con l’altrove, con il fuori.

Anche l’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro lavorando nel momento contemporaneo sui mondi Indigeni d’America Latina, ha interrogato la nozione di molteplicità, i Millepiani rizomatici di Deleuze e Guattari, e ha parlato di “ontologie plurali”. Se dovessimo applicare queste teorie alla nostra antropologia abruzzese, per esempio, diremmo che la polvere di san Domenico di Cocullo (in provincia di L’Aquila), raccolta nei pressi dell’altare del santo e sparsa sui campi per renderli fertili non rappresenta il potere magico-religioso ma è il potere magico-religioso. Non a caso in antropologia tale teoria fondata da Viveiros De Castro si definisce come “svolta ontologica”. Essa apre a nuove epistemologie, cioè a nuove teorie della conoscenza e pluralizza le ontologie, producendo molteplici nuovi concetti relativi alla realtà e all’essere.

Simonetti fa con gli zingari ciò che de Castro ha fatto con gli indigeni e ciò che Deleuze e Guattari fanno dei nomadi. Deleuze e Guattari si ispirano a Pierre Clastres, antropologo allievo di Claude Lévi-Strauss, il Clastres “anarchico” del 1974, della Società contro lo Stato. Essi ci parlano di una necessaria Macchina da guerra, una rivolta contestativa che non è la Guerra che c’è oggi, che si riferisce alla istituzione militare, è una guerra esteriore all’apparato di Stato. La guerra deleuziana e guattariana è pura alterità, è una offensiva della presenza che può infastidire lo Stato e i suoi apparati istituzionali. Come scrive Simonetti: è “la guerra organizzata come donna, resistenza, autodeterminante” è una “guerra minoritaria” (p. 39) che definisce un nuovo paradigma fondato sull’asse donna-nomadismo-rizoma. E questo asse che conduce Simonetti a nuovi esempi, come quello della commedia greca Lisistrata di Aristofane (pp. 39-42). Questo esempio contiene un paradigma nuovo, in cui le donne, decretando lo sciopero della sessualità, definiscono un contro-attivismo politico che rifiuta la guerra come scelta maschile per tornare alla pace. Come l’esempio dei pirati bucanieri, che con Deleuze e Guattari, Simonetti vede proprio come i rom, li considera aratori di campi di resistenza in quello “spazio liscio” come un deserto che è il mare. Simili analogie rimandano a posture organizzative di nuove forme di lotta, quella che un’antropologia italiana contemporanea definisce “alterpolitica”, un’altra politica possibile, che muova dal basso: da Black lives matter, a Occupy wall street, al sabotaggio hacker si aprono nuovi spazi alle moltitudini, sono esempi e spazi nomadi che figurano nella filosofia antropologico-politica di Simonetti come postura critica e resistenziale.

Si tratta di attrezzi che Deleuze ci ha lasciato e che come preconizzava Michel Foucault stanno diventando oggi diffusi e attuali (“un giorno forse, questo secolo sarà detto deleuziano”, scrisse nel 1970 Foucault nella recensione a Differenza e Ripetizione e Logica del senso di Gilles Deleuze, «Critique» 1970 / 282, p. 885, per poi specificare otto anni dopo: “Dove il ‘secolo’ va inteso nel senso cristiano del termine, vale a dire l’opinione comune contrapposta agli eletti” da Tetsugaku no butai.  La scène de la philosophie. Entretien avec  Moriaki Watanabe, le 22 avril 1978, “Sekai”, juillet 1978, pp. 312-332; ora in“La Scène de la Philosophie”. Dits et Écrits, Volume III (1976-1979), ed. by Daniel Defert and François Ewald, Gallimard, Paris, 1994, pp. 571-595, p. 589).

In essi consiste la centralità del suo pensiero, che appunto con Viveiros de Castro, risulta centrale per l’antropologia contemporanea.  Scrive Simonetti: “La ziganologia, la romologia deleuziana scruta il cuore del mondo per innervarvi all’interno pezzi di sovversione, laghi di diniego, accampamenti molecolari rivoluzionari” (p. 50).

E proprio sugli accampamenti zingareschi prende vita il rapporto con Gramsci, gli zingari e Deleuze. Gramsci assume la metafora ziganologica “attendamenti zingareschi e nomadi della politica” per criticare le posizioni frammentarie, fluttuanti e disomogenee, dei partiti tradizionali nel quadro di un’analisi critica del volontarismo contenuta nelle sue Noterelle sul Machiavelli. È un pensiero critico che spinge a ripensare l’uso politico contemporaneo delle metafore nomadologiche.

In questo antistatalismo nomadologico deleuziano si nasconde forse una certa predilezione per l’anarcoidismo o il bakunisismo per dirla con Gramsci? “Nessun romanticismo da romanzo d’avventura, ma una postura filosofico-antropologica che trova nella nomadologia una cifra resistenziale” scrive Simonetti (p. 46).

Ancora “L’edulcoramento depotenziante di un certo romanticismo nei confronti dell’e­marginato (si tratti di ogni gradiente di estraneità ma anche di animalità e natura) è un pericolo che vogliamo con rigore mettere da parte. Non si tratta di fascinazione “da esposizione” nei confronti dei gitani, ma di una questione politica, con tutte le sue contraddizioni, che mostra e designa, attraverso l’ap­proccio filosofico di Deleuze e Guattari, ma anche di Donna Haraway, il portato etico-sociale e ontologico cresciuto sui fer­tili incroci nomadologici” (p. 76).

Donna Haraway è una nota antropologa e Alberto Simonetti vede nell’antropologia dei rom un metodo nuovo di libertà e di vitalità: com’è nella fierezza dello sguardo della gitana con sigaretta di Edouard Manet.

giovanni.pizza@unipg.it

 

 

 

 

 

L'autore

Giovanni Pizza
Giovanni Pizza è professore ordinario di Antropologia medica e culturale presso il Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione (FISSUF) nell’Università di Perugia e direttore della Rivista “AM” della Società italiana di antropologia medica (SIAM), ora pubblicata in open access. Tra i volumi monografici curati vi sono: Figure della corporeità in Europa (“Etnosistemi, Processi e dinamiche culturali”, A. V, N. 5, CISU, Roma 1998); con H. Johannessen, Embodiment and the State. Health, Biopolitics and the Intimate Life of State Powers (“AM. Rivista della SIAM”, N. 27-28, Argo, Perugia-Lecce 2009); con A. F. Ravenda, Presenze internazionali. Prospettive etnografiche sulla dimensione fisico-politica delle migrazioni in Italia (“AM. Rivista della SIAM” N. 33-34, Argo, Perugia-Lecce 2012) ed Esperienza dell’attesa e retoriche del tempo. L’impegno dell’antropologia nel campo sanitario (“Antropologia Pubblica”, V. 2, N. 1, Clueb, Bologna 2016). È Autore di numerose pubblicazioni, tra le quali i seguenti libri: L’antropologia di Gramsci. Corpo, natura, mutazione (Carocci, Roma 2020); Il tarantismo oggi. Antropologia, politica, cultura (Carocci, Roma 2015); La vergine e il ragno. Etnografia della possessione europea (Quaderni di Rivista Abruzzese, Lanciano 2012); Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo (Carocci, Roma 2005); Miti e leggende dei pellerossa (Newton Compton, Roma 1988).