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Fabio Pusterla: «Tutti forse viviamo in un “quasi”»  

Tremalume è una parola inventata, anzi sbocciata per miracolo come un piccolo fiore sul foglio bianco inseminato dal pennino di Fabio Pusterla. È germogliata così, tremolante, con la spudorata timidezza dei neologismi poetici che si slanciano ad acciuffare idee diverse e le saldano insieme in un unico gesto di scrittura, simile a quello dell’«albo versorio» che «negro semen seminaba» nell’indovinello alle origini della lingua poetica italiana. L’interpretazione di questo affioramento di senso entro un segno/suono mai prima pensato è di Pusterla stesso, “poeta laureato” che ama la luce e la foresta, l’acqua e il ghiaccio, la cenere e la terra, il granito e le iridescenze, e che di poesia è anche studioso e traduttore (nel 2014 la Pléiade gli affidò la Préface alle Œuvres di Philippe Jaccottet): nel titolo Tremalume «il tremore, la minaccia e la preoccupazione non eliminano affatto la piccola sopravvivenza di un lume, di una minima luce a cui affidarsi». Non Timore e Tremore, ma tremore e chiarore, «piccola sopravvivenza di un lume», fiducia, speranza, attesa dell’alba che «annuncia giorno sole lucepiuma».

Alcuni dei 20 Frammenti di Truganini («secondo le cronache, l’ultima aborigena della Tasmania: l’ultima a morire, dopo il genocidio del suo popolo») sintetizzano questa speranza, questa «forza di un segno che resta»: «“Abbi cura di te” aveva detto qualcuno / prima di scomparire. // Ma aver cura di cosa / se nulla rimane se tutto / svanisce nel silenzio? // […] Dentro armadi o cassetti / allineati corpi in superfici piane // o appese a muri cose inanimate […] // dicono abbiate cura non importa di cosa / dicono custodite gli scomparsi». «Custodire gli scomparsi»: è la forza del Requiem, in cui la parola poetica può farsi salvìfica e scandire: «Veglio e spenso, / e spensando proteggo queste miti / figure della notte e del dolore». «Spensare» in «un palazzo di smemoria», camminare «nelle regioni del disastro», fra massi erratici scuri «dentro i boschi fitti», in cerca di un nome per chi non ne ha più, o non ne ha mai avuto. «Those who vanished / hanno lasciato tracce / di non si sa più cosa. La loro assenza angelica / ci turba e ci consola»: Angelicanze, come certe parvenze vane di Montale, di cui può dirsi, come di tanti naufraghi della speranza nei nostri mari: «è nato e morto, e non ha avuto un nome». L’etica creaturale che scorre nei versi di Tremalume, e sgorga pensosa da certe clausole, è un memento fortissimo, sacrale: «potremo svanire anche noi / per ritornare segni di passaggio».

L’energia della speranza si annida in una misteriosa, terapeutica «Parola navicella parola libertà», come scandisce il primo verso dell’elegante technopaegnion che Pusterla colloca in apertura del libro, avendo in mente il celebre quadrato magico antico SATOR AREPO e i carmi figurati medioevali. Questa lirica intessuta s’avvolge su un elegante iconismo capace di nascondere e insieme di esibire, attraverso le dislocazione diagonale progressivamente sgranata delle lettere in neretto, la sequenza iniziale e iniziatica, intimamente dantesca, Parola navicella: «Parola navicella parola libertà / la velavento solca il linguamare / forzando norme ordine bufere / solo tragitto desiderio del vero / la falceluna allumina le tenebre / nel viaggio arrischiato di arsura / quando nessuna rotta stella dà / fiducia ai naviganti in cupocielo / onda che rinvia onda dura nera / davanti insulsi lidi mete incerte / verità che s’accende tremalume / in notti lunghe e incubi d’attesa / breve chiarore in levità dell’aria / annuncia giorno sole lucepiuma / l’altissima forse speranza che va».

Tremalume, linguamare, cupocielo, lucepiuma, chiudono versi endecasillabi; e in una struttura che ha il ritmo incalzante di certi provenzali rims dissolutz, scarse rime segretamente dislocate in posizioni-chiave del quadrato magico moltiplicano il gioco di specchi tra forma e contenuto: nell’attacco libertà, a mezzo percorso dà / fiducia (enjambement di straordinaria potenza), nella chiusa speranza che va. Fabio Pusterla, che studiò a Pavia con Maria Corti filologia e semiologia, e che conosce bene l’opera di padre Giovanni Pozzi ricorda che in La parola dipinta (Adelphi 1981), si diceva come «la scrittura, oltre che rappresentare la lingua, agisce come fatto iconico indipendente, atto a creare, con le stesse misure della lingua, effetti iconici diversi». Tremalume è dunque in primo luogo un lampo iconico-verbale, una luminosa traccia di smemoria che, galleggiando sulla «parola navicella parola libertà», nelle «bufere» salva come ritrovata «stella» polare che «dà / fiducia ai naviganti in cupocielo». La «verità che s’accende tremalume» è il «breve chiarore in levità dell’aria»: si oppone al buio dell’oblio e della disperazione, diviene ricordo che non naufraga, «speranza che va», iscrivendosi in questo nuovo bagliore come un ánghelos che annuncia «giorno sole lucepiuma».

Nelle Canzoni di Truganini il non-essere, il senza-ritorno, viene riscattato dallo sguardo del testimone spietato che, dai margini derelitti della realtà («conigli dentro gabbie / palpitavano. // […] Ridotti al minimo, esseri essenziali / inconsapevoli»), «torna» per gridare la propria «parola navicella parola libertà», come una litania feroce di maledizione e di «malanimamento»: «Nostalgia di qualcosa / che non c’era più. Su torri / di cemento e di ferro / un volo di urubù»; «“I deportati senza ritorno / i dispersi senza un fiore” // lo sguardo che scopre sul muro / il vertice del disamore»; «Eccomi sono tornata / più cattiva e più arrabbiata. // Sono tornata quello che ero / spavento sul sentiero. // Sono tornata a gridare / che questo non si può fare // che voi l’avete fatto / e siete maledetti. // Truganini vi maledice / e maledendo impedisce // a sé di perdonare / a voi di dimenticare. // Eccomi sono tornata / da pazza e indemoniata. // Sono tornata a contare i miei morti / a distruggere i vostri porti // a scrivere tutti i nomi / sulla pula dei vostri semi // nasceranno spighe nere / che non vorrete vedere // e invece si saranno / le spighe di malanno / le spighe del tormento / del malanimamento».

Philippe Jaccottet, ricorda nella sua Préface Fabio Pusterla, invitava a «refuser toute pacotille rhétorique» e soprattutto a «se garder des images: “Méfie-toi des images. Méfie-toi des fleurs. Légères comme les paroles». Ma Pusterla stesso commenta che proprio Jaccottet ebbe «la hardiesse de recourir de façon constante à un très vaste répertoire d’images». Lo stesso vale anche per Pusterla poeta, che ha il coraggio di sfidare le immagini afferrandole come libellule mentre acquistano forma di parola, e accoglie la loro potenza figurale nella griglia d’alto profilo della struttura retorica, addirittura grafica, a partire dal “quadrato magico” e dalla gabbia in copertina, che cerca di contenere quattro nuvole grigionere. Nella lezione americana sulla Visibilità Calvino confessava: «all’origine d’ogni mio racconto c’era un’immagine visuale». Anche in Pusterla all’origine del pensiero poetante c’è sempre un’immagine: Argéman («sono lingue di neve perenni annidate in certi anfratti di montagna»); Corpo stellare («Quello che si può fare / è preservare i luoghi inaccessibili. Costoni / impervi striati di ghiaccio, / rive non accostabili, gole. / Tracce di vita animale che ci sfugge. / Proteggere il silenzio con parole / minime, rispettose, memorabili»); Cenere, o terra dantescamente (ma anche aria e acqua, sotto il segno di Bachelard, specie nelle leonardesche Confuscazioni: «Viene la tumultuosa, / a distruggere i ponti / a cambiare»).

Anche Tremalume si impernia su un’immagine dominante: la frana, la slavina, il terremoto, il crollo dei ponti; ma dopo il diluvio brilla, tremolante, il lume della speranza nell’ulteriorità («Nel muro dell’umano una finestra / sull’oltre»), nel ponte che «oltrepassa» e «ricongiunge»: «Ciò che è minuscolo si è manifestato // ciò che è invisibile / ha imposto di guardare // fragili fondamenta assi divelte / su cui camminavamo. // L’intima connessione delle cose / splende ora nella rovina e nel dolore. // Può essere paura. / Può dire nuovo ardore // per acrobati al filo dell’abisso: / andare oltrepassare ricongiungere». Questa visione apocalittica di Luce migrante ha, credo, una fonte segreta, chissà quanto consapevole: The Armony of the World di John Donne, il poemetto che nel 1611 reagì alla nuova cosmologia galileiana fissata nel Sidereus nuncius l’anno prima: «È tutto in pezzi, scomparsa ogni coesione, / ogni giusto sostegno e ogni relazione» («’Tis all in pieces, all coherence gone, / All just supply, and all relation»).

Però l’Apocalisse di Pusterla non è solo fine e dissolvimento, ma, secondo l’etimo, manifestazione, svelamento luminoso, sia pure di un trepido tremalume: «L’intima connessione delle cose / splende ora nella rovina e nel dolore». Dalla gabbia si fugge come dalla rete montaliana, sulla soglia d’entrata degli Ossi, in corsivo autoriale (In limine: «Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! / Va, per te l’ho pregato, – ora la sete / mi sarà lieve, meno acre la ruggine…»), o nei Limoni immediatamente seguenti («talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità»). Così in Le gabbie di Pusterla: «Vuoi incontrarci? Entra nell’erba, cammina. […] // Aspettiamo al di là delle sbarre, dentro o fuori, chissà. / Cenere, tronchi spezzati, furia. Mai / riposiamo. Cammina, va avanti. […]».

La «luce migrante» di Pusterla sfolgora nonostante tutto, lieve e ironica come il sorriso del nipotino Lucio, «piccolo maestro» di altissima poesia: «“Ma lo sai nonno che sei quasi rottamato?” // Lo so, lo so. Ma quasi. […] // E tutti forse viviamo in un quasi».

corrado.bologna@sns.it

 

L'autore

Corrado Bologna
Corrado Bologna
Corrado Bologna ha insegnato Filologia romanza in diverse Università italiane e straniere, e Letterature romanze medioevali e moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato numerosi saggi sui principali autori delle letterature europee. Il suo ultimo libro è Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, Luca Sossella, Roma 2022.