Il 19 giugno 1290 moriva a Firenze Bice di Folco Portinari, la donna che Dante Alighieri, suo vicino di casa e innamorato di lei da lunghissimi anni, ha fatto conoscere ai posteri con il nome di Beatrice. Nei terribili giorni che seguirono al doloroso evento, lungo il processo di elaborazione del lutto, il poeta si ritrovò spesso a confrontare i propri sentimenti con quelli di altri uomini e donne che potessero trovarsi fisicamente nel bacino di diffusione della notizia. Vedova gli sembrò allora Firenze, città dispogliata e desolata, nelle cui vie Beatrice si era aggirata per venticinque anni, permettendo a tutti quelli che la incontravano di fruire della grazia della sua presenza. Perfino i paesi del circondario, i quali pur dovevano essere venuti a conoscenza del fatto, non potevano che averne ricavato turbamento, e condividere la pena della dolorosa cittade in cui si era verificato il luttuoso avvenimento. In quei giorni, passavano per Firenze anche alcuni pellegrini, diretti a Roma per fare visita alla basilica di san Pietro, ove avrebbero potuto contemplare le fattezze del Salvatore nell’immagine della Veronica: Dante nella Vita Nuova utilizza per identificarli la denominazione corrente di romei, distinguendoli da quelli diretti in Terrasanta (i palmieri) e riservando invece il nome di pellegrini specificatamente ai fedeli in cammino verso Santiago di Compostela in Galizia.
Vedendo dunque questo gruppo di romei attraversare pensosi Firenze, Dante si propone di attrarre anche loro nell’area di partecipazione emotiva al luttuoso episodio da poco verificatosi a Firenze, e di farli “piangere anzi ch’elli uscissero di questa cittade”: la sua intenzione pertanto è quella di dire parole “le quali farebbero piangere chiunque le intendesse”. Siamo ancora alla Vita Nuova, al capitolo XL.
Ma c’è nel passo un’altra precisazione lessicale molto interessante: nel presentare il gruppo umano che attraversava la sua città, Dante mostra consapevolezza della doppia accezione del termine pellegrino e dunque delle due modalità che secondo l’autore spingono un uomo a spostarsi dalla propria casa: “ché peregrini si possono intendere in due modi, […] in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori de la sua patria”, mentre in senso più ristretto con il termine si allude appunto a quanti sono coinvolti in un pellegrinaggio spirituale.
Distinzione della quale certamente il poeta dovette ricordarsi, quando, anni dopo, si sarebbe trovato anche lui nella condizione del fedele in cammino verso Roma, e quindi avrebbe potuto fregiarsi del titolo che in un giorno lontano, in un tono tra l’ammirato e il curioso, aveva attribuito alla comitiva di passaggio per Firenze. A breve, però, anche l’altra condizione gli sarebbe stata nota, ovvero quella di straniero lontano dalla patria.
Non è certo, in verità, che Dante partecipasse ai pellegrinaggi verso Roma organizzati per celebrare il primo Giubileo della storia della Chiesa, quello indetto da Bonifacio VIII, nel 1300. Di sicuro, nella Commedia mostra di conoscere alcuni particolari della città eterna, come la Pigna di san Pietro e tutta la basilica in generale, oppure il monte Mario. Ma ancora più suggestiva risulta l’ipotesi di un Dante “romeo”, se interpretiamo come ricordo di un’esperienza vissuta in prima persona la testimonianza del canto XVIII dell’Inferno, con la quale il poeta rievoca il flusso di pellegrini organizzato, per ragioni d’ordine pubblico, in doppio senso di marcia sul ponte sant’Angelo.
Che Dante fosse o no andato a Roma per l’anno santo, ciò che più importa qui ricordare è che proprio in quell’anno giubilare, il 1300, Dante scegliesse di collocare il viaggio nei tre regni che è oggetto della sua opera maggiore. Il 1300, dunque, anno votato per eccellenza all’esperienza devozionale del pellegrinaggio, vide, se non anche nella realtà biografica, almeno nella finzione poetica, un Dante in viaggio verso una meta spirituale, profondamente connessa alle occasioni di grazia che un anno giubilare promette. Che la Commedia coinvolga soprattutto una dimensione di viaggio è del resto affermazione piuttosto scontata in tutti i commentatori, che mettono a confronto l’opera dantesca con le precedenti visiones prodotte dalla cultura medievale, nelle quali l’intuizione mistica del divino avveniva per il tramite di apparizioni in estasi o in sogno. Diversamente, in Dante, è il suo spostarsi nello spazio (nientemeno, tutto lo spazio – terreno, intra-terreno ed extra-terreno – allora conosciuto), che gli consente di esperire in pienezza la conoscenza di Dio.
Ma mentre questo avveniva al personaggio Dante sulla superficie della pagina, un altro cammino, meno lineare e meno orientato in senso spirituale, toccava in sorte al suo autore: quello dell’esilio, un esilio per motivi politici che lo tenne lontano da casa a partire dal 1302 e poi per tutta la vita. Riferendoci alla distinzione giovanile tra i due modi per essere pellegrino, potremmo dire che ora Dante poeta aveva conosciuto anche l’altra forma di pellegrinaggio, ovvero il vagabondare lontano dalla patria, e che ne soffrisse profondamente le difficoltà:
“Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato -, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade.”
Siamo all’inizio del Convivio, nei primi anni dopo l’esilio, e Dante attribuisce per la prima volta a se stesso il titolo di pellegrino, associandovi immagini di mendicità e di dolorosa umiliazione. Il suo desiderio in questo momento è quello di riposare entro le mura care e dolci dell’amata patria. Ma le cose non andarono così e davvero la Commedia, cominciata di lì a poco, dopo l’interruzione del Convivio, di quel vagabondare porta memoria nella sua stessa struttura. Ma, man mano che il viaggio dell’esilio si trasfigurava in quello della pagina, il significato negativo dell’esperienza si rovesciava in pellegrinaggio, e la Commedia diveniva così, come fu chiaro ad Osip Mandel’štam, una celebrazione della camminata umana, dove il ritmo e la fatica del passo diventano co-protagonisti assoluti dell’opera. A quel punto Dante potrà recuperare, dei due sensi che in Vita Nuova aveva riferito alla parola pellegrino, quello più profondamente spirituale e saprà rileggere il cammino dell’umiliazione e della mendicità in senso provvidenziale, riscattarsi dalla vergogna, e acquistare alla sua vita errabonda il valore di un destino a lui assegnato. Una breve ricerca lessicale nella Commedia ci aiuterà a comprendere meglio.
L’idea del pellegrinaggio è praticamente assente dall’Inferno, e non perché manchi in questo regno la dimensione dell’andare, che anzi Dante vi racconta con dovizia di particolari la pena e il rischio dei suoi spostamenti all’interno dell’oltretomba infernale, e addirittura i mezzi di trasporto che ha utilizzato, siano essi barche con tanto di traghettatori, il pericoloso dorso di Gerione o le braccia dello stesso Virgilio. Ma di pellegrinaggio non si parla nell’opera maggiore finché Dante non torna “a la perduta strada, che ’nfino ad essa li pare ire in vano” (Pg. I, 119-120), versi che mostrano con chiarezza che solo in Purgatorio finalmente si recupera il giusto cammino, rispetto al quale ogni altro tipo di spostamento è per l’appunto un “ire invano”. Ed ecco perché Virgilio, alla soglia della cantica, ha necessità di ridefinire la natura del viaggio nel nuovo regno, e di paragonarsi così alle anime appena incontrate: “noi siam peregrin come voi siete.” (Pg. II, 63). Virgilio ci consegna così quella che è, nella seconda cantica, la prima occorrenza del concetto, che da lì in avanti ripresenterà più volte l’immagine dandole una progressione non casuale. Nell’VIII canto si analizza dunque la situazione sentimentale di un viandante partito giusto quella mattina: quando infatti, al primo tramonto lontano da casa, il “novo peregrin” ode a distanza un campanile che suona, il suo pensiero corre nostalgico al recente addio rivolto poche ore prima ai dolci amici rimasti in patria (Pg. VIII, 1-6); quando poi il suo viaggio entra nel vivo, il viaggiatore è tutto teso al buon fine da raggiungere, cerca di non perdere concentrazione e motivazione, e si mostra diffidente verso gli incontri casuali con persone che non conosce (Pg. XXIII, 16-18). Arriva infine il momento in cui il viandante comincia già a presentire il termine del viaggio e accetta con piacere di alzarsi all’alba perché sa ormai vicino il giorno del ritorno (Pg. XXVII, 109-111). Non stupisce allora che proprio all’inizio del Paradiso la similitudine con il pellegrinaggio riappaia puntuale, e anche stavolta sia associata all’idea di un viaggio che ormai inclina al ritorno: è qui infatti che Dante si paragona a un “pelegrin che tornar vole” (Pd. I, 51). Si vede dunque, seguendo lo sviluppo del discorso interiore con cui Dante si autoconvince di essere un pellegrino piuttosto che un esule, che l’ultima volta che il concetto compare in Purgatorio e la prima volta in cui riappare in Paradiso, esso si accompagna all’idea di un prossimo ritorno. Poteva Dante pensare ad un ritorno per il suo personaggio? E in che senso? È un dato di fatto, invero, che, anche se per il suo personaggio fosse stato possibile un ritorno a Firenze alla fine dell’esperienza ultraterrena (e qui si apre un problema critico non banale), il Dante poeta intanto era in esilio e forse mai più sarebbe tornato davvero a casa. Persisteva ancora il sogno che la crudeltà dei suoi nemici si placasse e riconoscesse il valore intellettuale di questo figlio lontano, facendolo tornare (così in Pd. XXV, 1-9), ma le offerte che venivano da Firenze erano sempre foriere di umiliazione anziché di speranza (lo capiamo per esempio dalla lettera all’amico fiorentino). A quale ritorno potevano dunque verosimilmente alludere i riferimenti in tal senso presenti alla fine del Purgatorio e all’inizio del Paradiso? Solo nell’Empireo troveremo la risposta. Lì Dante tocca per l’ultima volta il tema del pellegrinaggio e ci dice che, ormai giunto di fronte alla candida rosa, si sente come un viandante finalmente arrivato al tempio del suo voto, alla meta che si era prefissa:
ïo, che al divino da l’umano,
a l’etterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e ’l gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
[…] menava ïo li occhi per li gradi (Pd. XXXI, 37-48).
E si comprende bene allora che Firenze, lungi dall’essere un punto di arrivo o la meta di un possibile ritorno, è stato solo un punto di partenza negativo ed esecrabile, dal quale fortunatamente si è preso congedo. Proprio quella Firenze che nella Vita nuova, pur senza essere mai nominata, costituiva il destinatario implicito di qualsiasi discorso dantesco e l’interlocutore ideale delle sue gioie e dei suoi dolori, ora ha finalmente rivelato il suo vero volto. Il ritorno dunque sarà quello verso il Paradiso, la casa celeste dove abitano Beatrice e gli altri giusti, il luogo “fatto per proprio dell’umana specie” già annunciato nel I canto.
Allora il monito purgatoriale di Virgilio “noi siam peregrin come voi siete” ritrova un senso più ampio e profondo. Del resto, ogni anima “è cittadina d’una vera città”, ma a ciascuna è toccato di vivere sulla terra come pellegrina (Pg. XIII, 94-96). La vita terrena è dunque per Dante un pellegrinaggio e l’arrivo in Paradiso solo un viaggio di ritorno.
L'autore
- Stefania Meniconi, laureata in lettere alla Sapienza di Roma, insegna latino e italiano al liceo scientifico. È autrice di articoli sulla didattica della letteratura e di saggi di approfondimento letterario. Su Dante, ha pubblicato nel 2020 con la casa editrice Gingko e il patrocinio della Società Dante Alighieri di Verona il volume Dante Alighieri giovane tra i giovani. Cinque studi sulla vitalità di Dante.
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