Qualche osservazione su un viaggio appena concluso in Arabia Saudita per partecipare a un congresso di lessicografia araba. Toccherò per lo più aspetti generali, anche perché temo che la lessicografia araba non susciti diffuso interesse.
In primo luogo l’ospitalità. Non solo sontuosa, ma molto umana: colleghi, anche non organizzatori, che ringraziano per essere venuto e che si assicurano che sia tutto gradito. Per una civiltà sempre meno ospitale come quella da cui provengo è una sorpresa positiva.
L’Arabia Saudita è una società molto gerarchica e regolata. Questo elimina le tensioni, perché ognuno sa cosa deve fare e cerca di farlo: non solo nessuno alza la voce, ma nessuno discute (non l’ho visto succedere una volta in tutti questi giorni).
Un aspetto sorprendente è la mancanza di repressione visibile: si vedono pochissimi poliziotti in giro e praticamente nessun soldato, tranne all’aeroporto, e anche in quel caso per lo più a passeggio. Sorprendente per il Medio Oriente è in particolare la mancanza di vigilanti e di metal detector negli alberghi (presenza immancabile in Iraq e persino in Marocco): nessuno sembra percepire alcun rischio né alcuna paura per la criminalità.
Nessuno parla mai di politica. Anche questo è sorprendente, perché in Medio Oriente tutti parlano di politica, poco del proprio paese (e raramente criticandolo, se non quando si fa amicizia), ma molto di politica internazionale. Non ho sentito una volta la parola “Palestina”.
La società saudita è rappresentativa più che efficace. Il congresso aveva un allestimento spaventosamente curato e anche molto bello all’interno della sua estetica tecnoislamica, ma gli interventi erano prevalentemente poco tecnici e includevano sempre parti “relazionali”.
Ovviamente anche l’efficacia è rappresentativa: nei nostri congressi si palesa l’intento di far avanzare la scienza, o almeno la conoscenza, ma questo raramente avviene e non di rado l’esito non è lontano da questo— ma la differenza di atteggiamento è evidente.
Quando non ho resistito e ho fatto una domanda molto tecnica dopo un intervento su un dizionario inglese-arabo di terminologia fonetica ho notato un certo stupore generale, anche se poi uno degli organizzatori mi ha ringraziato, probabilmente come parte dell’ospitalità.
Molte donne erano velate integralmente, molte solo con la testa scoperta. Le straniere, anche arabe, erano per lo più a capo scoperto, soprattutto se non musulmane, e a volte anche relativamente ardite rispetto al contesto, senza suscitare alcuna reazione. D’altronde, praticamente tutti gli uomini, a parte gli inservienti dell’albergo, erano vestiti in abito tradizionale, con il capo coperto e vesti lunghe fino alla caviglia o ai piedi. I centimetri di pelle scoperta fra saudite e sauditi non variano molto.
Contrariamente a quel che si potrebbe supporre, più una donna saudita è di elevato rango sociale più tende a coprirsi. Le inservienti hanno solo il capo coperto, le docenti universitarie spesso il velo integrale e abiti neri. La prima volta, cinque anni fa, vedere una collega parlare da dietro un fazzoletto mi faceva un certo effetto. L’esperienza del Covid mi ha mostrato che in fondo è solo un problema di abitudini, che anche da noi qualcuno fatica ad abbandonare.
Riyadh è un arcipelago di isole di aria condizionata unito da strade percorse in veicoli con aria condizionata. Questo dipende dal clima (fuori facevano 35 gradi a ottobre), ma anche dalla concezione della città, una specie di città americana nel deserto.
Riyadh ha una superficie di quasi duemila chilometri quadrati, più di metà della Valle d’Aosta e poco meno della metà del Molise. Ha sette milioni di abitanti, ma in una struttura totalmente estensiva, senza agglomerati densi, a differenza di molte città del Medio Oriente.
Si tratta quindi di una città di automobili e veicoli, non di pedoni e passeggiate. Dall’ultima volta hanno costruito una novantina di chilometri di metropolitana con decine di stazioni: non ho avuto modo di prenderla, ma chi lo ha fatto mi dice che è sontuosa ed efficiente.
Nessuno mette in discussione l’ordine esistente, anzi nessuno ne parla, come fosse un dato di natura. Del resto, questa è la zona dove, dalla metà del Settecento, si sono sviluppati il primo, il secondo e il terzo stato saudita: non è, come spesso in Medio Oriente, una relativamente recente novità.
L’Islam è così onnipresente che non c’è motivo di parlarne. Tutti i rappresentanti locali e tutti gli invitati musulmani aprivano e chiudevano gli interventi con eulogie di Dio e del Profeta e auguri ai presenti; nessuno degli invitati non musulmani lo faceva, senza commenti. Anche questo è sorprendente: ricordo in Siria discussioni frequenti con amici o colleghi che, come nel Medioevo, si intrattenevano in diatribe sulla Trinità o sulla nascita di Cristo. Il fatto che in Arabia Saudita siano tutti musulmani probabilmente rimuove il problema.
D’altronde, mi hanno invitato a tenere una conferenza, sia pure a distanza, sulla storia dell’arabistica italiana (che è ben nota), alla sede dell’Accademia globale re Salman della lingua araba, che organizzava l’incontro, alla Mecca. Il presidente che mi ha invitato ha omesso di dire perché la proponeva a distanza, dato che non poteva non saperlo—per il momento la Mecca è ancora chiusa ai non musulmani; — ma nessuno lo obbligava a invitarmi.
Ho notato in generale un grande calore, che superava le barriere personali, da parte dei professori di università islamiche. Uno mi ha inviato un messaggio di ringraziamento persino eccessivo, chiamandomi “fratello” (saluto che ho ricambiato). In generale è molto interessante la prossemica dei sauditi. Eserciti di donne velate e di uomini in costume tradizionale si muovono mescolandosi, ma mantenendosi sempre a una distanza che evita il contatto.
Ovviamente non si servono alcolici (il volo ITA ha smesso di farlo, con un annuncio, appena iniziato a sorvolare il territorio saudita) e questo manca, nonostante il tentativo di rimediare con surrogati. Non so come sarebbe a lungo andare (pur non avendo tendenze all’alcolismo).
Probabilmente non vivrei in questo paese, ma se è per questo neppure negli USA o in Gran Bretagna. Ho affetto per città in cui sono vissuto un po’ (Ginevra e soprattutto Lione), ma stare lontano da Roma mi mette sempre una lieve tristezza: a differenza di Borges, ritengo che Roma, più che Ginevra, sia propizia al raggiungimento della felicità.
Il vero scontro di civiltà si è manifestato, però, con un collega olandese all’aeroporto. “C’era un lusso incredibile,” si slancia in sincera ammirazione, “tulipani freschi a ottobre!”.
L'autore
- Giuliano Lancioni è professore ordinario di Lingua e letteratura araba all’Università Roma Tre. Si occupa di storia della linguistica araba e di linguistica araba computazionale e di corpus, con incursioni altrove dettate dalla sua curiosità.
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