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Il codice grenoblese del De vulgari eloquentia tra erudizione e filologia nazionale

Questo breve articolo si inserisce nel quadro delle riflessioni sulle origini disciplinari della filologia, poiché, analizzando le dispute intorno a questioni filologiche, è possibile misurare e valutare le implicazioni identitarie della disciplina e metterne in discussione i paradigmi fondamentali mediante strumenti critici provenienti dalla storia culturale e dalla sociologia della letteratura.

Esamineremo in questo senso alcuni scambi della fine del XIX secolo tra filologi ed eruditi riguardanti il Ms. 580 Rés., esemplare del XVI secolo del De vulgari eloquentia dantesco, conservato presso la Bibliothèque Municipale d’études et de patrimoine di Grenoble, denominato G[1]. Tali vicende intellettuali costituiscono un caso eloquente, sul versante accademico, di ciò che Anne‑Marie Thiesse ha definito «cantiere[2]» di costruzione delle identità nazionali. Secondo la studiosa, infatti, nel XIX secolo, il patrimonio letterario nazionale è interessato da dinamiche d’invenzione di portata transnazionale, che si basano sull’esumazione dei testi medievali, elevati a rango di «monumenti» fondanti l’identità della comunità della nazione, collocati al centro del pantheon e dotati di valore canonico[3]. Riprendendo le osservazioni di Thiesse, Stefano Rapisarda sottolinea il delinearsi di accese dinamiche di competizione tra nazioni, particolarmente forti nel contesto francese rispetto alla vicina Germania[4]. Come vedremo, tali dinamiche interessano anche il settore franco-italiano e possono essere utilmente studiate mediante il concetto, elaborato da Pascale Casanova, di «capitale Cultura o Civilizzazione» come insieme di testi letterari riconvertiti in storia nazionale[5]. Parallelamente, al fine di illuminare le dinamiche che caratterizzano il campo accademico ed universitario allorquando vengono studiati testi appartenenti a una tradizione letteraria nazionale straniera, utilizzeremo la nozione, formulata da Michel Espagne, di appropriazione critico-letteraria tramite la conoscenza[6]. Tale fenomeno opera, in seno alle cattedre di letteratura straniera, tra i poli della tradizione nazionale e  dell’universalismo. Attraverso tali strumenti critici, intendiamo analizzare gli scambi tra Pio Rajna e il bibliotecario di Grenoble Pierre‑Inès Prompt[7] riguardo al testimone grenoblese del trattato dantesco.

Prenderemo le mosse dall’edizione critica di Rajna del trattato, nell’ambito dell’edizione dantesca nazionale[8], per poi risalire alle pubblicazioni precedenti. All’epoca, la tradizione testuale del trattato dantesco comprendeva soli tre manoscritti, di cui due risalenti al XIV secolo, il già menzionato G e n. 1088 (T), entrambi dotati di rilevante fortuna editoriale poiché il primo venne impiegato da Jacopo Corbinelli per la princeps parigina del 1577 e il secondo, conservato alla Biblioteca Trivulziana di Milano, da Trissino per la traduzione italiana pubblicata nel 1529. Il terzo manoscritto studiato da Rajna, Regin. Lat. 1370 (V), è conservato presso la Biblioteca Vaticana. Mengaldo osserva che T e G condividono lo stesso antigrafo, mentre V sarebbe una copia di T realizzata per Bembo agli inizi del XVI secolo. Si noti che il ms. lat. folio 437, conservato presso l’Universitätsbibliothek di Tubinga (in precedenza Staatsbibliothek di Berlino, denominato B), fu individuato solo in seguito da Ludwig Bertalot, che lo impiegò nell’edizione del testo dantesco che egli realizza del 1917. Prima di tale data, veniva quindi attribuito un elevato prestigio al codice decentrato su suolo straniero di Grenoble e, nella prefazione, Rajna si sofferma sull’origine e le diverse fasi delle sue indagine sui codici, menzionando in prima battuta proprio G:

Non so precisare quando il pensiero di un’edizione critica del trattato De vulgari Eloquentia sia sorto in me. L’attuazione cominciò nell’agosto del 1880 con una prima collazione del codice di Grenoble eseguita sul posto. Tre anni dopo confrontai il codice Trivulziano, dal quale un mutamento di residenza mi veniva allora ad allontanare; e sul finire del 1884 feci altrettanto per il Vaticano[9].

Rajna comunica altresì che i suoi interessi scientifici convergono con gli obiettivi patrimoniali della Società Dantesca Italiana:

Costituitasi nel 1888 la Società Dantesca Italiana e venuta l’anno appresso a prefiggersi come scopo principale il provvedere per tutte le opere dell’Alighieri al lavoro a cui i m’ero sobbarcato per una di esse, desiderai che, quanto al De vulgari eloquentia, fosse lasciata a me mano libera. Il desiderio fu subito accolto […][10].

Ogni codice è oggetto di una descrizione dettagliata da parte di Rajna, a partire da quello di Grenoble, del quale lo studioso segnala la riproduzione fototipica messa a punto dai due bibliotecari di Grenoble, Pierre-Inès Prompt e Édmond Maignien:

Al codice di Grenoble, di cui fino a qualche anno fa il pubblico sapeva assai poco, è toccata di recente la fortuna di una riproduzione fototipica, dovuta alle cure dei signori Maignien e Prompt. Questa riproduzione costituisce un servigio ragguardevole reso agli studiosi, quantunque sia lontana dal raggiungere il grado di eccellenza e di fedeltà che le apparenze esteriori dispongono ad attribuirle[11].

In nota, Rajna giustifica il suo disaccordo, a partire dalla recensione del lavoro dei bibliotecari grenoblesi pubblicata sulla Rassegna bibliografica della letteratura italiana nel 1893 e dall’immediata risposta di Prompt sul Giornale dantesco:

Questa recensione, a cui, sempre limitandomi, come feci allora di proposito, alla parte fototipica e bibliografica, avrei non poco da aggiungere […], mi tirò addosso, e in forma privata ed in pubblica, da parte del Dr Prompt, una valanga di contumelie[12].

Rajna mette in relazione G e T elencando analogie paleografiche e conclude a favore di una prossimità geografica e temporale.

La scrittura spetta senza dubbio alla valle del Po […] in confronto di essa […] s’inclinerebbe a ritenere T qualche poco più antica[13].

Egli afferma tuttavia che T è leggermente più antico ed è su questo punto che si concentra il disaccordo di Prompt. L’obiettivo della riproduzione fototipica che egli aveva realizzato con Maignien era sia scientifico che patrimoniale, ossia la valorizzazione di una risorsa locale tramite una collaborazione editoriale internazionale tra Francia e Italia. Anche nel suo testo introduttivo, G e T venivano accostati ed egli affermava inoltre che, grazie alla collaborazione del bibliotecario Emilio Motta della Trivulziana, aveva potuto stabilire che le note marginali di G erano di Corbinelli, il quale, a suo avviso, aveva utilizzato l’edizione di Trissino del 1526 per correggere il testo latino. Ne concludeva che il manoscritto denominato T

paraît être une copie de celui de Grenoble […]. En tout cas, il est certain et évident que le document de Grenoble n’est pas une copie de celui du prince Trivulzio[14].

Prompt prestava un’attenzione particolare alla grafia e alla traduzione di Trissino, menzionava brevemente le polemiche accese sui manoscritti latini in Italia, e vi opponeva l’eccellenza del lavoro che i filologi francesi conducevano all’École des Chartes nell’ambito di un patriottismo intellettuale che sosteneva l’intera argomentazione. Tale argomentazione pare collocarsi  pienamente nell’alveo del pre-medievismo, caratterizzato da numerose edizioni testuali che mancano tuttavia di un quadro teorico-metodologico[15], costituendone una propaggine tardo ottocentesca. Nella risposta ufficiale di Prompt a Rajna sul Giornale dantesco, il bibliotecario difende la riproduzione fototipica sul piano tecnico, rivendicandone la scientificità rispetto alle pubblicazioni della Société des anciens textes, che egli definisce «oggetti di diletto, ma non di scienza» iscritti nelle dinamiche dell’estetizzazione medievalista a fini divulgativi; di contro egli afferma che il suo scopo era «dare al pubblico un documento scientifico, e niente altro[16]». Sembra emergere parallelamente una forma di possessività verso il manoscritto di Grenoble:

[…] prima di me non ci fu mai nessuno che abbia fatto studi su quel manoscritto: giacché il Rajna si limitò a esaminarlo, ma non vi ritrovò nulla di nuovo […][17].

Per quanto riguarda le glosse di G, Rajna le distingue in due gruppi, entrambi riconducibili a Corbinelli ma ascrivibili a due fasi distinte di redazione,  il che spiega le differenze grafiche. Prompt, al contrario, difende l’idea che, oltre al copista e a Corbinelli, una terza mano fosse intervenuta sul manoscritto e che fosse responsabile dei titoli tematici all’inizio dei capitoli. Dalla descrizione del manoscritto emerge in Prompt un pregiudizio negativo diffuso nei confronti dell’epoca medievale, con tendenze ideologiche anti-ecclesiastiche, a tratti neo-ghibelline:

[…] molti argomenti sono bestiali e contrari al pensiero di Dante. […] è indecente il titolo generale del libro […] per un pedante del secolo XIV non v’era eloquenza in altra lingua che in latino […] non si poteva perdonare al poeta l’amore della propria lingua e il desiderio di volere esprimersi bene nell’italiana favella, piuttosto che scrivere in gergaccio calustrale e in latino orrendo, come i dottori del suo secolo[18].

Prende corpo una forte volontà individuale di differenziare la propria interpretazione, spostando l’argomentazione scientifica verso un giudizio di valore fondato su un’interpretazione eccedente, che caratterizza il dantismo esoterico a partire da Giovanni Pascoli fino a René Guénon[19]. Se messa in relazione, e in interazione, con la sobria impostazione filologica di Rajna, tale prospettiva si caratterizza  non semplicemente come atteggiamento pre-scientifico, ma anche come modalità d’affermazione di una forma alternativa e antagonista di scientificità.

Allontanandoci ora dalla prospettiva del singolo studioso e aprendo alla dimensione del campo intellettuale, ci pare utile domandarci da cosa siano mosse le imprese editoriali dei due studiosi, nonché da cosa siano alimentate le conseguenti polemiche. Rajna si iscrive in un’impresa editoriale nazionale sostenuta dalla Società Dantesca, nella quale i nuovi metodi filologici, di cui era un pioniere in Italia, vengono messi al servizio dello studio del canonico Dante; Prompt, dall’altro lato, inaugura un’iniziativa locale che ambisce alla risonanza internazionale tramite il ricorso a un editore italiano, e le sue velleità erudite si scontrano con il rigore metodologico della scuola storica. Pascale Casanova sottolinea come critici, editori, traduttori, docenti e storici della letteratura, tramite antologie, edizioni critiche, note e studi storici, creino la «glossa» che permette l’ingresso degli scrittori nel pantheon letterario e che, così facendo, la critica venga a sua volta consacrata. Accanto alla dimensione di capitale Cultura, emerge allora quella di capitale erudito, il cui funzionamento risponde all’«appropriazione tramite la conoscenza[20]». In questo senso, dietro l’impresa editoriale nazionale di cui Rajna è l’editore scientifico si cela la volontà di consolidare il capitale Cultura nazionale italiano, utilizzando tecniche filologiche moderne per illuminare e valorizzare le origini della letteratura nazionale. Parallelamente, Prompt sembra tentare l’appropriazione di un elemento centrale del capitale culturale italiano mediante l’affermazione e l’incremento del prestigio di un codice francese. Le dinamiche degli scambi evidenziano la dimensione identitaria del capitale culturale ed erudito, nonché il valore patrimoniale delle produzioni intellettuali intorno alla letteratura, di filologia, storiografia e critica letteraria quali componenti della narrazione storico-letteraria nazionale.

Quando, nel 1894 Rajna sta ancora preparando l’edizione critica che vedrà la luce due anni dopo e ha bisogno di ulteriori verifiche su G, egli può disporre di un solerte collaboratore sul posto. Si tratta di Henri Hauvette, suo ex‑allievo, allora docente di italiano a Gap e, poco dopo, grazie anche alla sua intercessione, all’Università di Grenoble. Gli avvenimenti legati alla creazione dell’insegnamento universitario dell’italiano a Grenoble, tra luglio e ottobre 1894, mostrano che, tra le diverse azioni di agenti francesi del campo universitario che convergono su Henri Hauvette, l’intervento dell’agente straniero Rajna è, a dir poco, decisivo. In una lettera in cui Hauvette ringrazia Rajna, egli riferisce divertito quanto gli aveva scritto l’indignato Prompt, che rivendicava il possesso materiale di G:

[j]’ai reçu cette semaine une lettre de l’illustrissime docteur Prompt ! Dans laquelle à propos de rien, il me propose de me mettre au courant de tout ce qui s’est passé entre lui et vous ! Le pauvre ! Il ne se doute guère que je ne suis que trop au courant pour le cas que l’on peut faire de lui ! La lettre d’ailleurs est d’une impertinence qui n’est excusable que de la part d’un fou ! Il ne peut pas se résigner à l’idée que j’aie consulté son manuscrit. Je lui ai répondu une lettre au moins aussi impertinente que la sienne, et qu’il mérite vraiment[21].

Nella presa di posizione di Hauvette, la cui sollecitudine nei confronti di Rajna è grande, convergono numerosi elementi identitari ed emozionali: la relazione maestro-allievo e l’identificazione affettiva alla cultura del paese di cui egli studia lingua e letteratura[22]. Al momento della pubblicazione dell’edizione rajniana del De vulgari eloquentia, Hauvette porta a termine l’ultima delle commissioni per il suo maestro italiano preso la biblioteca di Grenoble, consegnando una copia dell’opera a Édmond Maignien. Riferisce allora a Rajna la reazione del bibliotecario che «extrêmement embarrassé», lo ringrazia discretamente con un «petit merci contraint[23]». Hauvette parteggia per Rajna non solo per tropismo disciplinare ma anche perché, del campo accademico, egli conosce le dinamiche nazionali e internazionali soggiacenti. Le «commissions philologiques[24]» svolte per conto di Rajna si rivelano importanti nella misura in cui gli permettono di partecipare tangenzialmente a un’importante impresa filologica ed editoriale, esse gettano le basi di prestigiose collaborazioni future che Hauvette vede già delinearsi:

[e]st-ce que vous commencez à entrevoir approximativement la date où le volume pourra paraître ? Lorsque le moment sera venu j’aurai l’indiscrétion de vous demander une faveur, qui serait de me permettre d’en rendre compte dans la Revue Critique. […] Ma collaboration à la Revue critique est acceptée en principe, mais je n’y ai pas encore fait mes débuts, je serai heureux de débuter appuyé par l’autorité de votre nom et de votre beau travail[25].

Interpretando tali dinamiche con quanto teorizza Pascale Casanova a proposito della «chaine des médiateurs[26]», Hauvette rappresenta un mediatore ordinario che acquisisce legittimità dal mediatore consacrato Rajna. In questo contesto, viene saldato il patto implicito di collaborazione e aiuto reciproco tra il già affermato filologo romanzo italiano e il giovane italianista francese, attraverso una stabilizzazione nazionale e un rinnovo transnazionale delle relazioni tra mediatori, che vanno riproducendo e consolidando i meccanismi presenti nel campo. In qualità di giovane agente della nascente italianistica francese, Hauvette è in grado di trarre beneficio dal contatto legittimante del carismatico mediatore internazionale Rajna, al quale ha offerto il bene materiale dell’accesso ad un manoscritto decentrato, quindi raro e prezioso, e non smetterà di offrire il bene immateriale del contatto con il campo francese, all’epoca dominante. Così si stringe il patto Rajna-Hauvette, tra i cui risultati possiamo annoverare, in primo luogo, la creazione del primo insegnamento universitario francese di italiano all’università di Grenoble e, tangenzialmente, l’edizione del trattato dantesco. Tale dinamica resta strutturante per Hauvette al punto da caratterizzare i primi anni della sua carriera con un ricorso quasi sistematico ai consigli di Rajna, sia per iniziative scientifiche individuali che per decisioni disciplinari[27]. A partire dei legami stretti con Rajna, Hauvette cercherà costantemente degli interlocutori nel campo universitario italiano, al punto che l’italianistica francese da lui fondata appare come una creatura ibrida e binazionale, in equilibrio tra la struttura istituzionale del campo universitario francese e il riconoscimento scientifico-contenutistico del campo italiano. Inoltre Hauvette resta idealmente fedele ad un settore preciso del campo italiano, ossia il metodo storico, di cui Rajna è uno dei capofila, approccio che subisce poi gli attacchi della nuova critica estetica crociana e, ancora nel 1914, Hauvette allude polemicamente all’inconsistenza della «mode actuelle de la critique dite “esthétique”[28]».

Stefano Rapisarda, quando distingue tra «filologia calda», al servizio di ideologie o fini politici, ed «erudizione fredda», distaccata e impersonale, prende come esempio della prima il caso quattrocentesco di Lorenzo Valla, che smascherò la Donazione di Costantino per servire Alfonso V re di Napoli. Di contro, la filologia contemporanea equivarrebbe a una forma di fredda e prudente erudizione[29]. Senza entrare nel merito di tale distinzione, desidero utilizzarne il valore euristico per concludere sulla vicenda Prompt-Rajna al fine di sottolineare quanto la filologia dantesca fosse, all’interno degli equilibri franco‑italiani, «calda». Tale aspetto mi sembra peculiare  alla filologia dantesca, grazie al prestigio di Dante e a quella che, sulla scorta di Gianfranco Contini, possiamo definire «quotazione in borsa[30]» dell’opera dantesca, ossia il coefficiente di potenziale consacrazione agli occhi della critica, che può rendere scambi e dibattiti particolarmente intensi e animati. L’opposizione di Rapisarda tra filologia nazionale «calda» ed erudizione «fredda» potrebbe essere interpretata – e ribaltata – alla luce della distinzione di Marshall McLuhan tra media caldi, che offrono poche lacune da colmare, e freddi, che richiedono il completamento attivo da parte del pubblico. Nel campo delle scienze umane, tale distinzione permette di caratterizzare la filologia come disciplina la cui freddezza richiede di essere mitigata da compensi semantico-interpretativi, in introduzioni, prefazioni, commenti. Tali strumenti, necessari per la comprensione e l’integrazione culturale della filologia, implicano talvolta, come avviene presso molteplici esegeti danteschi non ortodossi, il ricorso a forme di fabulazione[31], il cui dispiegarsi assume forme varie e molteplici.

Bibliografia

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Anne-Marie Thiesse, La création des identités nationales. Europe XVIIIe-XIXe siècle, Parigi, Le Seuil, 1999.

[1]Ad oggi digitalizzato e consultabile on-line all’indirizzo https://pagella.bm-grenoble.fr/ark:/12148/btv1b106634195

[2] Anne-Marie Thiesse, La création des identités nationales. Europe XVIII-XIX siècle, Paris, Le Seuil, 1999, p. 13.

[3] Anne-Marie Thiesse, La création des identités nationales. Europe XVIIIe-XIXe siècle, Paridi, Le Seuil, 1999, p. 12-13. Secondo Thiesse, il quadro teorico di tale dinamica culturale è tracciato dalla conferenze «Qu’est-ce que c’est qu’une nation ?», che Ernest Renan tiene alla Sorbona nel 1882.

[4] Stefano Rapisarda, La filologia al servizio delle nazioni. Storia, crisi e prospettive della filologia romanza, Milano, Mondadori, 2018, p. 62-66.

[5] Pascale Casanova, La république mondiale des lettres, Parigi, Le Seuil, 1999, p. 34.

[6] Michel Espagne, Le paradigme de l’étranger. Les chaires de littérature étrangère au XIXe siècle, Parigi, Cerf, 1993, p. 9-10.

[7] Per un profilo intellettuale di Prompt, ci rifacciamo alla notizia bio-bibliografica redatta da Remo Ceserani: https://www.treccani.it/enciclopedia/prompt-de-madiedo-pedro-ynez_(Enciclopedia-Dantesca)/ e, per una lista delle pubblicazioni alla pagina seguente: https://www.idref.fr/069333408.

[8] Carlo Dionisotti ricorda che, con l’edizione rajniana, esordisce il metodo lachmaniano applicato ai testi della letteratura italiana e nasce una filologia dantesca nazionale in grado di confrontarsi con le analoghe scuole europee, cfr.  Carlo Dionisotti, «Varia fortuna di Dante», Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1999, p. 287.

[9] Dante Alighieri, Pio Rajna (ed.), Il trattato De vulgari eloquentia per cura di Pio Rajna, Firenze, Le Monnier, 1896, p. VII.

[10] Ibid., p. VII.

[11] Ibid., p. XI-XII.

[12] Ibid., p. XII.

[13] Ibid., p. XXXIII.

[14] Edmond Maignien, Pierre Inès Prompt, Traité de l’éloquence vulgaire, manuscrit de Grenoble, Venise, Olschki, 1892, p. 16.

[15] Il pre-medievismo precede, secondo la cronologia tracciata da Charles Ridoux l’adozioni dei criteri sceitifico-metodologici della «science allemande» e caratterizza filologi come François Raynouard (1761-1836), Claude Fauriel (1722-1844), François Guessard (1814-1882) e Paulin Paris (1800-1881), padre del più noto Gaston che segnerà il passaggio successivo, si veda il primo capitolo di Charles Ridoux, Évolution des études médiévales en France de 1860 à 1914, Paris, Champion, 2001.

[16] Pierre-Inès Prompt, «Studio sul libro dell’Eloquenza volgare. Ancora il codice Grenobliano», Giornale dantesco, I (1893) fasc. 2, p. 52.

[17] Ibid., p. 51.

[18] Ibid., p. 57.

[19] Rimandiamo a Umberto Eco, I limiti dell’interpretazione, Milano, La nave di Teseo, [1990] 2016, in particolare p. 117-129 e al fondamentale Maria Pia Pozzatto (dir.), L’idea deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante, Bompiani, Milano, 1989.

[20] Michel Espagne, Le paradigme de l’étranger. Les chaires de littérature étrangère au XIXe siècle, Parigi, Cerf, 1993, p. 9-10.

[21] Dal fondo Rajna conservato alla biblioteca Marucelliana, Rajna 782.1-25, lettera datata 7 ottobre 1894.

[22] Milan Kundera, Le rideau, Paris, Gallimard, 2005, p. 52.

[23] Rajna 782.1-25, lettera datata 2 ottobre 1896.

[24] Hauvette si dimostra oltremodo soddisfatto di soddisfare le richieste di Rajna: «[…] je suis bien content si les quelques petits renseignements que j’ai pu vous envoyer de Grenoble vous ont paru utiles. Inutile de vous dire n’est-ce pas que je suis tout près à vous en envoyer d’autres si cela peut vous être de la moindre utilité » (Rajna 782.1-8, lettera datata 24 maggio 1894); « […] je vous prie de croire que c’est pour moi un vrai plaisir de pouvoir vous rendre ce petit service ; je suis en même temps très fier d’être associé pour ma très-petite part, à votre grand travail ; aussi ne devez-vous nullement hésiter à me demander des renseignements de ce genre aussi souvent que vous en aurez besoin. » (Rajna 782.1-20, s. d.).

[25] Fondo Rajna 782.1-7, lettera datata 24 maggio 1894.

[26] Pascale Casanova, « Les créateurs de créateurs ou la fabrique de la légitimité littéraire », Sylvie Triaire, Jean-Pierre Bertrand, Benoît Denis (dir.), Sociologie de la littérature : la question de l’illégitime, Montpellier, Presses universitaires de la Méditerranée, 2002, p. 114.

[27] Nelle fasi di elaborazione dell’argomento della tesi di dottorato, Hauvette ricorre in primo luogo ai consigli di Rajna, poi a Francesco Novati e Guido Mazzoni (Rajna 782.1-32, lettera del primo novembre 1987): egli vorrebbe inizialmente studiare la fortuna di Boccaccio in Francia ma Petit de Julleville, allora professore alla Sorbona, gli suggerisce di delimitare le sue ricerche ai secoli XV et XVI. Novati e Mazzoni, invece, spingono Hauvette a riprendere lo studio di un letterato sul quale aveva già svolto ricerche in precedenza: Luigi Alamanni. Le traduzioni del Boccaccio, delle quali Hauvette si occuperà ampiamente in seguito (…), verranno relegate alla tesi latina che porterà su Laurent de Premierfait, primo traduttore francese di Boccaccio. Dopo la discussione in Sorbona, Hauvette confida a Rajna di aver trovato deludenti le domande della commissione e che «c’est sur la critique italienne qu[’il] compte pour combler cette lacune». Nel novembre del 1896, Hauvette fa appello all’ «l’avis plus autorisé» di Rajna allorquando Pietro Tolto lo sollecita per la creazione di un progetto di mobilità universitaria tra Torino e Grenoble (Rajna 782.1-18 del 12 novembre 1896).

[28] Henri Hauvette, Boccace : étude biographique et littéraire, Parigi, Armand Colin, 1914, p. X. Carlo Pellegrini riferisce che echi della polemica giungono in Italia e che Croce interviene; cfr. Henri Hauvette, Carlo Pellegrini (pref.), Études sur Boccace (1894-1916), Torino, Bottega d’Erasmo, 1968. Nello, stesso volume, tracciando il profilo intellettuale dello studioso, Pellegrini cita una lettera di Hauvette redatta in quel frangente e a lui rivolta: « Je n’ignore pas les lacunes et les faiblesses de mon travail, et je ne m’offenserais nullement qu’on les signalât, car j’admets fort bien que ma façon de comprendre la critique ne répond pas à un idéal absolu et unanimement approuvé. Je dis ceci pour vous montrer combien je suis loin de l’intolérance manifestée notamment pas l’excellent Croce ».

[29] Stefano Rapisarda, La filologia al servizio delle nazioni. Storia, crisi e prospettive della filologia romanza, Milano, Mondadori, 2018, p.

[30] Contini, proprio trattando di Dante e del nodo Roman de la Rose–Fiore–Commedia che tiene l’autore ancorato alla cultura medievale transalpina, afferma che la prima opera di questa triade soffre di una «quotazione in borsa bassa o nulla » presso le generazioni del primi filologi (cfr. Gianfranco Contini, «Un nodo nella cultura medievale : la serie Roman de la Rose-Fiore-Divina Commedia», Un’idea di Dante. Saggi danteschi, Torino, Einaudi, 1970, pp. 245-283).

[31] Judith Schlanger, Présence des œuvres perdues, Paris, Hermann, 2010, p. 14.

 

L'autore

Chiara Zambelli
Chiara Zambelli si è formata tra Bologna e Grenoble dove, in cotutela con Sapienza Università di Roma,  ha conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulle prime cattedre universitarie di italianistica in Francia e di francesistica in Italia (« De la philologie romane aux littératures étrangères, étude disciplinaire et méthodologique sur les études italiennes en France et la francesistica en Italie (XIXe-XXe) », https://theses.fr/2025GRALL006). Insegna italiano e francese L2 a Grenoble, si è occupata e si occupa di storia delle discipline letterarie e linguistiche, di reti intellettuali e carteggi franco-italiani tra Otto e Novecento, delle nozioni di canone nazionale e transnazionale, di ricezione letteraria e traduttiva tra Francia e Italia, di intertestualità e riscritture, di medievalismi e digital humanities.