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Pasolini e l’omosessualità in Manzoni

Nel 1974, con un articolo apparso sul settimanale «Tempo», in data 26 agosto (poi raccolto in Descrizioni di descrizioni, prima edizione Garzanti 1996), anche Pier Paolo Pasolini partecipò a quello che lui stesso definì il “gioco” nazionale sui personaggi de I promessi sposi, per offrire ai suoi lettori una personale “gerarchia” di essi. Non un intervento critico, dunque, come Pasolini stesso precisò, ma un gioco, chiacchiere brillanti: il «lettore si sarà accorto bene come queste mie pagine non siano di critica: ma siano semplicemente delle chiacchiere più o meno brillanti su un argomento su cui spesso degli italiani, che abbiano fatto almeno il liceo, usano parlare».

L’articolo si apriva con l’affermazione secondo la quale i personaggi manzoniani fossero oramai talmente cristallizzati e fissati nell’immaginario collettivo italiano da essere riconoscibilissimi, anche tramite un loro minimo dettaglio, riconoscibili anche molto più rispetto a quelli di un Dante, o di un Ariosto, esattamente come le figure delle carte da gioco: Lucia, don Abbondio, l’Innominato, e così via, tutti fissati e riconoscibili. Anche Pasolini, allora, non si sottrasse a questo gioco:

«Se dovessi accettare il gioco, direi che per me il più bel personaggio dei Promessi sposi è Renzo, insieme con Don Abbondio e Gertrude. Mentre invece considero orribili […] il Cardinal Borromeo, l’Innominato, Fra Cristofaro e Lucia».

Nell’idea della gerarchia e della classifica dei personaggi manzoniani, forse, viveva (e agiva come stimolo) nella memoria letteraria di Paolini, oltre a tanti illustri esempi critici, l’analogo gioco che aveva fatto qualche anno prima il suo caro amico Alberto Moravia, per l’Introduzione a una edizione del romanzo manzoniano nella collana «Millenni» della casa editrice Einaudi (1960), che gli era stata commissionata dallo stesso editore e che scatenò, una volta uscita, tante polemiche e prese di posizione, la quale conteneva, manco a dirlo, una personalissima classifica dei personaggi, stilata, cioè, a gusto moraviano. Pasolini, dal canto suo, giustificava, in questo suo intervento sul «Tempo», la sua preferenza per il personaggio di Renzo, con la notazione che si trattasse di un personaggio reso da Manzoni in «stile comico», e che tale restasse, fino alla fine del romanzo. Soltanto nel finale, infatti, nella interpretazione di Pasolini, Renzo mutava natura, perché, come tutti sappiamo, egli diventava “padroncino”, ricevendo, così, un premio dalla Provvidenza:

«…diventa un “padrone” e arricchisce approfittando di un bando governativo che permette di tener basso il salario degli operai. Questo sarebbe il reale lieto fine del romanzo! E qui, nelle ultime righe, Renzo diventa di colpo odioso, un piccolo ometto tutto pratico, un lombardo pieno di buon senso certo destinato a diventar moralista per difendere i suoi beni, esattamente come coloro che son stati alleati dei cinici potenti che l’hanno perseguitato».

Al contrario, invece, don Abbondio e Gertrude erano, sì, personaggi comici, ma, secondo Pasolini, di una comicità che traspariva e che prendeva rilievo soltanto «sull’abisso del male», costringendo Manzoni a essere «un po’ ipocrita e gesuitico nei loro confronti: a fare un po’ di manierismo moralistico (li perdoniamo, non li perdoniamo) e a scherzarci un po’ su, con non troppa convinzione». Invece, la comicità benevola di Renzo, tra bene e male, lo rendeva, sempre agli occhi di Pasolini, una «figura straordinariamente poetica».

Subito dopo, Pasolini, nel suo articolo, passava a esaminare (freudianamente) i difficili rapporti di Alessandro Manzoni con i suoi genitori, e, in modo particolare, con sua madre, Giulia Beccaria, soffermandosi sulla conseguente nevrosi manzoniana, caratterizzata «dall’eterna forma di complesso nei riguardi del sesso femminile». Tutto questo, concludeva Pasolini, non poteva non condurre Manzoni a una «cristallizzazione della femminilità, condizione senza la quale sarebbe stato impossibile per lui pensare al rapporto sessuale», con caratteri schematici: da un parte, infatti, «la donna si cristallizza in Gertrude, la peccatrice che si deve ignorare e tener lontana da sé con orrore […]; dall’altra parte, la donna si cristallizza in Lucia, l’immagine immacolata della giovane madre, che non può – è inconcepibile – avere rapporti con l’uomo (e infatti […] il voto di castità)». Dunque, concludeva Pasolini, a «fiancheggiare tale rapporto così complicato col sesso femminile – come sempre in tali casi – non poteva non esserci una certa tendenza, inconscia e del tutto irrealizzata, sia pure, all’omosessualità». Sarebbe, quindi, sotto il segno della «omosessualità in Manzoni» che, per Pasolini, «si svolge tutto il fitto intreccio di rapporti dei personaggi dei Promessi sposi, Don Rodrigo e il Griso, Don Rodrigo e il cugino, il Cardinal Borromeo e l’Innominato, per non citare che i primi che vengono alla mente». Pasolini, dunque, invitava a rileggere i Promessi sposi sotto questa chiave interpretativa, per notare che:

«una volta privilegiato e messo sull’altare il rapporto d’amore uomo-donna, tutti i rapporti che formano l’intreccio del libro sono caratterizzati da una strana intensità (fraternità e odio) omoerotica».

L’occasione per questo articolo era stata offerta a Pasolini dalla pubblicazione, avvenuta nel 1973, di una edizione popolare de I promessi sposi, con la cura editoriale di Davide Lajolo (già fascista, già partigiano, già deputato comunista, giornalista, scrittore, autore teatrale, sceneggiatore per cinema e televisione, e tanto altro ancora), che aveva avuto l’idea («stravagante e sorprendente») di allegare al testo del romanzo le risposte a tre domande ch’egli rivolse a uomini politici di quegli anni, suoi colleghi parlamentari, di tutti gli orientamenti culturali e partitici. Ecco le tre domande formulate da Lajolo:

  1. In quale occasione è avvenuta la prima lettura dei Promessi sposi e quali sono state le impressioni riportate
  2. Quale è il protagonista che ha lasciato maggiore impressione di sé, allora, e se è ancora lo stesso, oggi
  3. Quale è il messaggio più importante che il Manzoni ha voluto darci.

Risposero all’intervista in ventiquattro parlamentari, con «diligenza e sincerità». Di costoro, ben dieci (tra cui l’allora Presidente della Repubblica italiana, Giovanni Leone, democristiano), diedero la preferenza a Fra Cristoforo; in sei all’Innominato; in tre alla Monaca di Monza; in tre a tutti i personaggi; in due a Renzo; in due a Don Abbondio; uno al Cardinal Borromeo (fu Giulio Andreotti che espresse questa preferenza); uno al binomio Don Rodrigo e Conte Attilio, in quanto incarnazione compiuta della nobiltà dell’epoca. Pasolini annotava (con un certo sarcasmo) che in «un linguaggio quasi comico», tutti i parlamentari intervistati (con pochissime eccezioni) si fossero «compiaciuti di aver letto il Manzoni da scolari, sui banchi di scuola (che pena le aule di quegli istituti scolastici persi in una provincia tanto più stupida e ignorante quanto più […], con pomposa modestia, mitizzata)».

Sul valore dei messaggi manzoniani, colti attraverso la lettura del romanzo, nel giudizio di un po’ tutti i parlamentari intervistati, con l’eccezione “nominale” (precisava Pasolini) di quelli di sinistra, tali valori finivano per risiedere in un ambito di «stretta osservanza cattolica», presi alla lettera dal testo di Manzoni, e ricondotti «alla loro originaria banalità e ferocia piccolo-borghese». Pasolini sentenziava, in conclusione, che a nessuno, di quei parlamentari intervistati, fosse «balenato neanche lontanamente per la testa che il Manzoni [fosse] in realtà una delle forme storiche che [avesse] assunto l’Anticristo». Pasolini sentenziava che nulla, ma proprio nulla, fosse «stilisticamente più contrario al Vangelo che l’umorismo. Cristo non era né bonario né spiritoso (né, naturalmente, sentimentale)».

In chiusura d’articolo, seguivano alcune considerazioni di Pasolini sull’«abisso che divide la cultura reale dall’idea che ne hanno in media i parlamentari», notando che la maggior parte di loro provenisse (e questo vale ancora oggi) da studi di giurisprudenza, e che, passando nel campo (attiguo, ma di natura molto differente) della letteratura, costoro portassero con sé un’abitudine (formale e sociale) che finiva per essere una «mostruosa mescolanza di idealismo e di utilitarismo»; per cui, alla fine, non valessero che soltanto «i valori costituiti in una società borghese media».

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.