Si pubblica qui di seguito un brano, quanto mai suggestivo, del volume di Pietro Citati, di prossima uscita, “Un altro Settecento”, edito da Aragno, per le cure di Jacopo Parodi e con una premessa di Piero Boitani. È la tesi di laurea del 1951, fino a oggi inedita. Al centro di questo passo è la delicata derivazione della “Saffo” leopardiana da quella di Alessandro Verri romanziere. Anacronismo stilistico e preveggenza (voluta o non voluta?) dell’angoscia romantica. Prosa che si fa poesia, poesia che si sublima – quella di Leopardi, cui Citati allude – nel vortice romanzesco della modernità.

L’impostazione generale tende a risolvere in intarsio letterario anche quei motivi che avrebbero richiesto forme sfumate e indistinte. Si prenda il capitolo sullo Sdegno di Venere, per esempio; [Alessandro] Verri ha intuito una situazione di grande importanza per la sensibilità romantica («placida è tutta la natura… io sola in mezzo della calma universale sono agitata da crudele tempesta»), ma la scompone in tutti gli aspetti e la leviga letterariamente sino a portarla all’ovvietà di un paesaggio classicistico («… sono freschi i fiori, l’aura è soave, tranquillo è il cielo, tripudiano i garruli augelli e tra poco in quelle frondi troveranno dolcissimi sonni…»).
Questa zona di sensibilità idillica, di aspirazione a una più libera comunicazione con la natura («Corse fuori nell’atrio per respirare con più libero alito l’interminabile aura del cielo… Lascia…. che miri l’ampio cielo, e che vi esali i miei sospiri… Saffo mirando in alto ascesa la luna, che già aveva in parte maestosa trascorso il suo placido viaggio…») è tuttavia il punto in cui la ricerca letteraria s’incrina per un momento e lascia liberi, fuori dalle figure del «quadro» tradizionale, degli atteggiamenti più indefiniti e vaghi, in cui si tende a adeguare la natura lunare nel suo «respiro» e non a comporla letterariamente; che è l’avvio a una linea poetica che confluirà negli Idilli leopardiani. I motivi sentimentali che erano impliciti nel mito di Saffo, e potevano evolversi, sulla base della «grande passione» infelice, a risultati pienamente romantici, restano soffocati dagli interessi formalistici e decorativi e hanno la loro unica resa letteraria, non certo nelle esercitazioni oratorie che infittiscono la trama già pesante del libro, ma proprio in questa sentimentale comunicazione cogli spazi e con la natura, che è anche il punto di partenza, si ricordi, della Saffo leopardiana.
Tuttavia questi spunti di una sensibilità nuova, più sottile e indefinita, si raccolgono, insieme ai motivi «figurativi», nel ritmo di uno stesso periodo, che è tutto un calco stilistico programmatico e pesante e contiene gli spunti nuovi entro un insieme calmo e decorativo. «Lo stile… sembra della Scuola di Senofonte» affermava Alessandro nella «dichiarazione del traduttore» e gli editori insistevano sulla «attica eleganza» dell’opera. Ma Verri si è rifatto, in sostanza, alla tradizione dell’ampio periodo cinquecentesco, che ha anzi ribadito in un ricco uso di perorazioni e declamazioni oratorie, ma ha tentato di rialzarne il tono trasportandovi procedimenti tendenzialmente poetici: un’aggettivazione molto ricca e spesso poeticamente rilevata da un forte uso dell’inversione («la in prima serena aria offuscò tal nembo»), o da una espressione concentrata («allo eguale alito dello spirante soavissimo vento»), l’abolizione poetica dell’articolo, lo sfruttamento continuo di paragoni lirici e di immagini mitologiche, l’inserimento di endecasillabi o emistichi e in generale di frasi elette; con una tale programmatica insistenza da trasformare la vecchia struttura. Ma questa tendenza non si risolve, per ora, in squarci di prosa lirica e concentrata (e per giungere a questo si dovrà passare attraverso le ricerche stilistiche dei romantici); ma produce soltanto uno squilibrio nel tessuto stilistico dove la ricchezza di ornamentazione poetica apre il rotondo periodo cinquecentesco e si condensa improvvisamente in brani sostenuti da un ritmo diverso.
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