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In moto per il Cilento

«Solo aghi di pino, e silenzio, e fichi». Parafrasando De Gregori, mentre nelle ultime torride giornate agostane si viaggia in moto nell’entroterra cilentano, nel Parco montano dell’Alento, è questa la prima impressione. Fichi d’india, fichi verdi, qualche pero. Sparuti uliveti e vigneti. E la curiosità per questi paesi che sembrano disabitati, ma che contano un migliaio di abitanti tutti insieme, con le serrande dei pochi negozi abbassate, a parte un ferramenta, ogni tanto, o un’officina di un meccanico. Eppure di auto se ne incontrano poche, qui, a 500 metri sopra il livello del mare, al punto che andare in moto per queste strade immerse nel verde è il primo piacere per cui vale la pena percorrerle. Il panorama cambia in continuazione: dal mare in lontananza – e quando l’aria è tersa si vedono Capri, Ischia e la Costiera amalfitana – ai fitti e verdi boschi, e se si è fortunati, di notte, al buio pesto delle strade di campagna, si vede passare qualche vecchio treno regionale, le cui luci dei vagoni fanno pendant con le centinaia di stelle che si stagliano nel nero del cielo senza continuità. Ma è di giorno che, tolti i timori della guida notturna e degli animali che possono spuntare dietro alle numerose curve, queste strade offrono lo spettacolo più bello. Perché il panorama marino e boschivo cede il passo, a intervalli cadenzati, alle piccole frazioni delle comunità del Parco montano, tutte annunciate da cartelli in legno intarsiato con le scritte in giallo in risalto. E così scopriamo che c’è “Il paese dei mulini ad acqua”, quello “delle fiere e delle signorie”, “il paese degli sportellari”. E non c’è ovviamente traccia di questa tradizione percorrendoli, al punto che sembrano cartelli a favore dei turisti estivi che si addentrano qui in alto solo di sera, dopo una giornata nelle affollate spiagge di Castellabate, per le sagre e le feste agostane: la sagra della porchetta, la sagra del fico, la sagra della lasagna cilentana, la sagra dello sfriuonzolo, un piatto tipico a base di maiale e peperoni sott’aceto, quelli che a Napoli chiamiamo papaccelle, e la sagra delle lagane e ceci. Ma di mattina ci siamo solo noi, su queste strade assolate, e scambiamo cenni di saluto con i rarissimi automobilisti che incrociamo, come si fa sui sentieri di montagna, quell’abitudine antica e meravigliosa di comunicare implicitamente, con quel cenno e quel sorriso, «Io sono qui, e so che ci sei anche tu». Ed è un gesto che pesa più di quanto sembri, perché è l’unità elementare di cui è fatta ogni convivenza: prima delle istituzioni e delle leggi c’è qualcuno che, incontrandoti, ammette che tu ci sei. Nelle città quel gesto si è estinto per consunzione, sepolto sotto il numero; qui resiste, insieme alla lingua, ai nomi dei paesi, alle ricette che danno il titolo alle sagre. Se un rilancio civile e culturale del Paese è ancora possibile, è da questi luoghi che dovrà passare — non perché siano pittoreschi, ma perché sono gli unici in cui quella grammatica non è ancora andata perduta. E non è nostalgia: senza scuole e senza treni quella grammatica si perde comunque, e allora sarà troppo tardi.

Del resto, attraversando i centri, non manca di incontrare piccole aree con le giostrine, negli slarghi o adiacenti alle chiese chiuse, ma di bambini neanche l’ombra. Né di mattina, dove si può immaginare che gli stessi siano con le famiglie al mare, ma nemmeno quando cala il sole. Più probabilmente: bambini non ce ne sono. E il sospetto viene dai numerosi campi e campetti da calcio, intitolati ciascuno a una personalità del luogo, un mecenate o uno sportivo, completamente arsi dal sole e ricoperti di sterpaglie, a ricordare che forse, un tempo, c’è stato un torneo di calcetto che si è giocato tra quei pali.

In compenso si vedono ancora gli anziani. Uomini ultraottantenni, con la canottiera bianca a coste a coprire il pancione, che mi ricordano mio nonno che si metteva fuori al balcone con la sua radiolina, mentre loro sono fissi di stanza «sul ciglio di una strada a contemplare l’America», e rispondono con un cenno del braccio e del capo, come a sollevare un cappello immaginario, ai rari avventori, tra cui noi, che stimoliamo la loro curiosità in giorni afosi e tutti uguali. E così scopriamo, come se assistessimo dal vivo alle riprese di uno di quei servizi riempitivi dei telegiornali estivi, che qui c’è un borgo popolato da ultracentenari. E due sorelle, di centosei e centoquattro anni, che hanno appena perso la più piccola di loro, centounenne, ma solo per una complicanza operatoria. E a raccontarcelo è un settantaquattrenne che pare un ragazzino per come si porta i suoi anni. Allora forse la magia del Cilento, di questo Cilento interno e lontano dalle località balneari che ne decretano il fascino per i turisti e i villeggianti, sta proprio in questo scorrere del tempo rarefatto, come se andasse a un’altra velocità, a partire dal nome stesso della regione che sembra offrire una paraetimologia del tempo lento, e come se gli anni qui scorressero diversamente. E quando ci parli, con qualcuno di questi anziani, ti verrebbe voglia di chiedergli di raccontare tutte le storie di tutti questi anni vissuti, e non limitarsi a qualche cordiale scambio o richieste di informazioni, che ovviamente ti forniscono con più precisione dei navigatori satellitari. E magari queste signore sulle seggiole, fuori alle loro case, appoggiate al loro bastone, che ti correggono bonariamente se sbagli l’accento del paese che stai cercando, sono state tutte, una quantità indefinibile di anni fa, la Bella Cilentana della canzone popolare da ballo, «uocchie neri e fieri» che lega l’amante coi suoi pensieri, il quale non può che ammettere: «Tutt’e ppaese aggio girato / ma lu Cilento m’ha nnammurato».

oscarpat@unina.it

 

 

 

L'autore

Oriana Scarpati
Oriana Scarpati insegna Filologia e linguistica romanza all'Università di Napoli Federico II. Si occupa di lirica trobadorica e di retorica medievale. Ha tradotto per la prima volta in italiano alcune poetesse e poeti catalani moderni e contemporanei, tra cui Màrius Torres. Ama scrivere di musica e di calcio.