In primo piano · Libro d’artista

Con l’arte nel DNA. Maria Gioia Tavoni dialoga con la papirografa Clementina Mingozzi

Clementina Mingozzi nasce a Torino, nel 1959 «da madre piemontese ‘calvinista’ e padre romagnolo, effervescente idealista», come lei stessa è usa dire nel presentarsi. Per queste sue origini, fin da tenera età, poté formarsi una serena visione del mondo in bianco e nero, grazie ai profili delle montagne all’orizzonte, e per la compagnia della nonna materna, Clementina «vigezzina d’origine», che la intratteneva ritagliando silhouettes. Il nonno Antonio, pittore, era presente con suoi quadri alle pareti di casa. È come dire che Clementina ha l’arte nel suo DNA.

Libri e vita variegata la portano a Bologna dove segue il DAMS-arte, quasi fino alla laurea ma si diploma nel 1985 all’Accademia di belle arti, dopo aver scoperto la vocazione del ritaglio e del disegno, ritaglio di silhouettes che per Clementina è forma spontanea di espressione, nata prima di qualunque apprendimento pianificato.

Non appagata dai soli studi accademici, prosegue privatamente la ricerca, in pittura sotto la guida del Maestro nipponico Tatsunori Kano, suo futuro marito. Tre i figli nati dalla loro unione, i quali saranno nutriti di entrambe le culture: la occidentale e la orientale, o meglio, la giapponese, mentre Clementina si inoltra nella conoscenza dell’arte orientale a cui era pervenuta prima ancora dell’incontro con Kano.

Trova la sua strada anche nell’illustrazione, nei racconti fantastici e nelle poesie per grandi e piccini. Partecipa ai maggiori festival di cultura; realizza spettacoli; conduce workshop; espone sia in personali che in collettive, ospite soprattutto di illustri biblioteche civiche, e collabora con diversi editori.

Ancor prima di dare la parola alla tecnica della papirografia e alle sue proiezioni artistiche nelle quali ti cimenti da trent’anni e sono fonte del tuo forte bagaglio espressivo, viene da chiedersi come sei riuscita a ritagliarti spazi, essendo moglie di artista proteso alla propria affermazione, madre di tre figli da crescere, in un continuo andirivieni fra Italia e Giappone.

È tipico di un papirografo non sapersi disgiungere dal proprio mondo creativo per la necessità impellente di viverlo, direi quasi come una terapia. Credo sia per questo che per certi versi non mi sono quasi accorta di crescere tre figli fino alla loro adolescenza. Tatsunori ed io stavamo cercando la nostra strada, ci stimolavamo vicendevolmente, il tempo non esisteva, chi veniva a trovarci si rilassava, ce ne rendemmo conto anni dopo.

La nostra unione è forte grazie all’ autonomia culturale delle rispettive formazioni e probabilmente al bisogno di entrambi di entrare in più stretta relazione l’uno con l’altro.

Non fu tuttavia mio marito a inculcarmi per primo l’amore per gli Haiku e la loro concisa poetica. In realtà, mia madre era una bravissima insegnante e ai suoi ragazzini, figli di emigrati dal Sud, non insegnava solo la storia dell’emigrazione in America e l’atmosfera del West, partendo da West and soda di Bozzetto, ma anche l’amore per la natura e la poesia con le prime traduzioni degli Haiku giunti in Italia. Fu lei a farmeli amare.

Di mio, da adolescente, andai a leggere la storia dell’arte dell’antica Cina; non si poteva crescere ignorando il Salotto Cinese della Palazzina di caccia di Stupinigi a pochi chilometri da casa, o il portaombrelli di cartapesta che mi faceva sprofondare lo sguardo nella sua lacca nera!

Tatsunori scopriva la vita artistica italiana, così diversa da quella conosciuta in Giappone, mentre io, più giovane, svelavo a me stessa una visione del mondo che era nascosta nelle mie radici, e cercavo di trasformarla in una attività: nessuno allora insegnava come accostarmi alla mia particolare professione!

Il mio compagno desiderava acquisire un po’ della matericità occidentale, amava i colori di Delacroix, io ammiravo l’animo grottesco del Rinascimento tedesco e i suoi colori, ma non sapevo ancora come tradurre un mondo a colori; amavo le incisioni di Dürer e le illustrazioni di Arthur Rackham e mi riconoscevo nel ritagliatore svizzero dell’800, Hauswirth. Tutto questo vortice di pensieri e azioni si combinava alla perfezione con i colori stupefacenti delle insalate di stagione o dell’essenzialità gioiosa del peperoncino e basilico sugli spaghetti. Un nostro ospite ci fece osservare che rimanevamo incantati a parlare d’arte e a discuterne ispirati dai colori del cibo, durante il pasto: non ce ne accorgevamo, era più forte di noi!

Nonostante mettessi varie sveglie per ricordare i miei doveri, correre ad esempio a prendere un figlio a scuola, è capitato che nessuno di noi due se ne ricordasse! Io ho imparato a ‘schizzare’ le idee ferma ad un semaforo o leggere un libro proprio durante l’attesa della uscita dei figli dalla scuola. Le difficoltà incontrate lungo il cammino anziché diventare un ostacolo ci hanno sempre spronato a cementare la nostra unione. Lui fu apprezzato fin da subito anche in Italia e pure a me non mancarono occasioni gratificanti; per entrambi fu ed è tuttora un miracolo! 

Cerchiamo ora di entrare con maggiori cognizioni nel tuo lavoro col  chiederti di spiegare che cosa si intende per papirografia, tecnica che non mi risulta fosse insegnata nelle Accademie italiane, e come l’hai potuta modellare secondo le tue ispirazioni, ottenendone una personale interpretazione.  

Si sfiora il problema nel dire che la papirografia è riconosciuta come tecnica con radici antiche nel folclore anche europeo. Si è sviluppata in forma d’arte con la moda settecentesca delle silhouettes e maestri quali Ercole Livizzani (1795-1874), sconosciuto ai più, ma stimato anche dal Canova e da Leopoldo Cicognara. Con i papiers découpés di Matisse scopriamo le sagome ritagliate librarsi nello spazio, entriamo nel Novecento.

La papirografia è l’espressione spontanea visiva che si sviluppa con la realizzazione di silhouettes e sagome che si staccano dal supporto sul quale sono state create, ritagliate o incise, con forbici, cutter o altri strumenti da taglio. In quanto oggetti godono di un’ombra sia propria sia portata. Sta al papirografo, secondo la sua urgenza comunicativa, maturare un ulteriore sviluppo artistico che spesso lo conduce dalla statica illustrazione alla dinamica sagoma del teatro d’ombra di figura.

Come artigianato la papirografia si ritrova da sempre in vari aspetti del folclore di tutto il mondo. Il materiale è in forma di foglio, frequentemente di carta – si pensi all’origine dell’etimo – ma anche in pelle, legno, lamiera, TNT (Tyvek). Perfino una foglia può essere usata, e anche altri supporti a disposizione, a seconda delle opportunità.

Che cosa puoi dirci del tuo apprendistato artistico, in particolare di come sei arrivata a padroneggiare la papirografia, intesa non solo quale tecnica, e se gli anni di Accademia hanno avuto un ruolo importante nel processo della tua formazione?

Mi iscrissi all’Accademia di Belle arti perché con molta emozione avevo scoperto che sapevo anch’io ritagliare alcune immagini e disegnarne delle altre e non smisi più di farlo. Non fu immediato il percorso per raggiungere l’abilità in entrambe le discipline: non c’era nessuno che mi potesse insegnare a ritagliare, neppure in Accademia.

Provenivo da un liceo scientifico nel quale non si parlava di papirografia così come non se ne parlava neppure in Accademia dove approdai dopo aver frequentato e sostenuto la maggioranza degli esami dei primi tre anni di DAMS con Emiliani, Conti, Nanni, Cavina, Fortunati, Fossati, Caroli: le loro lezioni teoriche sono ancora impresse nella mia memoria.

In Accademia seguii solo alcune lezioni di Concetto Pozzati, sebbene non fosse mio insegnante. Ma rimasi un po’ delusa: mi sembrò che la sua attenzione fosse concentrata soprattutto su un consiglio dato agli studenti; ripeteva infatti frequentemente di realizzare le immagini in “grande, grande” o diversamente in “piccolo, piccolo”, per cercare di trasformare le loro opere in qualcosa di originale. Mario Venturelli, bravo pittore tradizionale modenese, talvolta prendeva il pennello in mano e si sostituiva allo studente in difficoltà, per poi passare con generosità ad offrire pane e mortadella a tutti i presenti.

 

 

C’era un professore che credo fosse esigente nell’insegnamento dell’anatomia, ma non ne ricordo il nome perché non lo conobbi personalmente. Un altro, sempre docente di Anatomia, molto giovane, si esprimeva in fantasiose analisi ‘anatomiche’ dei lavori anche astratti degli studenti. Furono belle le lezioni di Luigi Zecchi per l’incisione, di Maurizio Osti per la grafica e di Roberto Daolio per l’antropologia culturale; lezioni che frequentai e resero istruttivi quegli anni. Ma tra i miei docenti pochi si soffermavano con attenzione sulla grammatica del disegno e la sapevano insegnare. Negli anni in cui l’ho frequentata, l’Accademia bolognese subiva, come altre, la crisi delle avanguardie del Novecento senza sapersi risolvere in un diverso passo di insegnamento. Si faticava pertanto a trovare la propria strada.

Quindi alle prime tue sperimentazioni non sapevi ancora quale percorso avresti seguito. Con gli occhi di oggi in che cosa riesci a riconoscere la svolta che ti ha fatto maturare e portato agli attuali livelli di creatività e successo?

Mi sono sentita per diversi anni molto dispersiva. Solo oggi, con più di trent’anni di ricerca alle spalle, mi rendo conto che tutto mi stava conducendo verso il mio naturale approdo di espressione. Durante i corsi in Accademia, infatti, iniziai già ad esplorare il mondo della trasparenza e della luce e cercai il parere di Roberto Daolio, il docente di Antropologia culturale. Ero stata colpita da come l’olio sulla carta da pane la rendesse trasparente. Provai a stendere del colore ad olio su fogli di carta velina pesante intelaiata. A Daolio piacque molto la mia risoluzione, e mi incitò a proseguire. Erano anni in cui doveva ancora esplodere l’uso del neon nelle installazioni. L’anno successivo andai in Giappone e ricordo che rimasi stupita di come tutto in qualche modo fosse già stato espresso, sebbene in termini differenti: dalle carpe che creavano movimenti e giochi di colori nella trasparenza dell’acqua al rincorrersi delle luci al neon su gigantesche ‘sculture’, i grattacieli di Tokyo.

Nell’ultimo anno di Accademia, per l’esame di Grafica con Maurizio Osti mi fu richiesto di scrivere il mio nome in qualche modo. Creai un libro d’artista, una lettera del mio nome per ogni pagina. Il titolo del libro, 5 e ½, suggeriva che l’approccio corretto fosse quello di gustarlo con calma proprio alla luce che nell’ora del tè avrebbe attraversato il traforo delle lettere di cartone. Le pagine del libro erano mobili, staccabili, estraibili, coloratissime, un colore diverso per pagina, pronte ad essere trasformate in un gioco di giustapposizione tra loro, in equilibrio e giostra alla luce naturale. Risolsi l’aspetto della rilegatura quasi invisibile con una idea originale: usai la calamita ritagliabile e non sapevo ancora che da lì a un anno sarebbe uscita in commercio. Brevettai l’idea, grazie all’aiuto di mio padre e riuscii a diplomarmi con una tesina proprio sulla papirografia.

Ti pongo due sole altre domande anche se vorrei continuare questo viaggio per esplorare di più e meglio il tuo affascinante percorso in un’arte che, se non la si banalizza, è poco conosciuta. Nel lavoro editoriale hai saputo interpretare versi, come quelli di Chiara Carminati, pubblicati con Topittori, editore che si ispira alla lezione di Munari diretta ai giovanissimi. E illustri con i tuoi ritagli per Mondadori e per altri editori. Come e quando ti sei avvicinata al variegato mondo dell’editoria, soprattutto a quella per bambini?

Le prime commissioni mi arrivarono per illustrare una rivista della provincia di Bologna, “Portici”. Fu una utilissima palestra cercare di interpretare poeticamente anche il consiglio comunale: è un po’ come credere di poter recuperare il Santo Graal! Fu una fortuna essere venuta a studiare a Bologna, città che proprio allora iniziava a crescere nell’attenzione verso l’editoria per bambini. Non distante dall’Accademia era appena sorta la prima sede della cooperativa di librai Giannino Stoppani, con il nome di Gian Burrasca, il monello di Vamba. Passando di fronte alla loro vetrina rimasi colpita da ciò che vi era esposto, con un passo solo fui dentro: stentai a uscire. Si capiva che tutti erano forti della lezione di Antonio Faeti. Della prima volta che sostai dentro quegli spazi ricordo il volume La nebbia di Milano di Munari, edito da Emme edizioni e la riproduzione di un libro a diorama ottocentesco. Poco tempo dopo feci la mia prima mostra personale, proprio nella sede della cooperativa in via delle Moline. Mi fu di aiuto anche la mia compagna di appartamento, la quale lavorava per mantenersi, ma studiava pittura con passione. Fu lei a parlarmi delle possibilità di entrare nel mondo degli illustratori attraverso la partecipazione al concorso della Fiera del libro: quell’anno ci recammo insieme a studiare le tavole selezionate dalla giuria. Era un mondo che si apriva, dovevo solo ancora capire quale sentiero prendere! 

Ormai i tuoi sentieri sono divenuti vie maestre, che ti impegni continuamente a rinverdire; penso infatti che tu non miri a raggiungere un plafond o un tetto massimo, ma che la tua sia invece una continua ricerca, così come appaiono i tuoi segmenti artistici, a volte molto diversi fra di loro. Hai in animo di continuare a spingerti avanti, o invece ti sei prefissata un obiettivo, determinante al punto da decretare che quello è il vero, l’unico inverarsi della tua arte?

Si, è come penso tu abbia inteso, sono sempre tesa verso la ricerca! Non credo sia possibile aggrapparsi ad una idea di vero, forse sono mossa da una necessità, da una sudditanza nell’assorbire la vita. Faccio mie le parole di Albert Schweitzer, quelle di un libro che tengo accanto a me da anni: “Io sono una vita che vuole vivere, circondato da altre vite che vogliono vivere”.

Quando faccio qualcosa di davvero ben fatto, sono felice, non mi pare di essere io ad averlo fatto, mi sembra che tutto sia corso verso di me, spuntato non si sa da dove. Credo, e pensatori ben più capaci di me lo sostengono, che siamo simili a canali, e che sia il fare artistico stesso ad aprire la via verso questa condizione.

Osservare, studiare, scavare, provare, riprovare, in un equilibrio zampillante e attendere che si pacifichi, chiaro, nella forma d’arte attesa, e già si è oltre. Oltre alle proprie capacità, ma con l’esperienza accresciuta che ci rafforza, e consente sempre di riprendere il cammino.

clementinamingozzi@gmail.com

 

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