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Marco Paone intervista Daniel Fernández Rodríguez

Daniel Fernández Rodríguez (Barcellona, ​​1988), dottore di ricerca in Filologia spagnola e catalana presso l’Universitat Autònoma de Barcelona, ​​è professore di letteratura spagnola presso l’Universitat de València con una borsa post-dottorato Juan de la Cierva. La sua prima raccolta di poesie, Las cosas en su sitio (La Isla di Siltolá), ha vinto il premio “Antonio Colinas” nel 2018. Le sue poesie e le sue traduzioni, così come i suoi studi sulla letteratura spagnola del Siglo de Oro, sono stati pubblicati in importanti riviste come il Boletín de la Real Academia Española, il Bulletin Hispanique o Anáfora. È anche autore di varie edizioni critiche di Lope de Vega, di edizioni didattiche di classici, come il Lazarillo e il Quijote, e di diverse antologie poetiche.

Entrevista en castellano

No para amedrentar desde una peña
al caminante solo cuya sombra
cruzara inadvertida mi horizonte;
no para trasponer —libre y sin rumbo—
confines, firmamentos y hemisferios
hasta rozar la linde azul del cielo;
tus alas en la tarde yo las quiero
para ocultar mi rostro de hombre solo.

Non per intimorire da un’altura
il camminante solo la cui ombra
ignorata incrociava l’orizzonte;
non per spostare – franco e senza meta –
confini, firmamenti ed emisferi
fino a sfiorare i bordi blu del cielo;
le tue ali alla sera io le voglio
per celare il viso di un uomo solo.

(“Otoño”, Las cosas en su sitio, La Isla de Siltolá, 2018, trad. it. di Marco Paone)

 

La tua raccolta di poesie nasce da una rottura, dalla necessità di mettere “le cose a posto”, come suggerisce il titolo della tua opera. Essendo trascorso un po’ di tempo dalla sua uscita, che ruolo occupa oggi “el ejercicio del verso” nella tua vita?

Come diceva Gil de Biedma (“E le poesie sono / un modo che scegliamo/ per farci capire / e capire noi stessi”), per me la poesia nasce principalmente da due esigenze: da un lato per capire un po’ meglio me stesso, cioè mettere ordine e armonia fra i miei sentimenti ed emozioni; in poche parole, mettere le cose al loro posto (da qui, in effetti, il titolo); dall’altro farmi capire dagli altri e, se possibile, anche risvegliare in loro una certa emozione (simile a quella che io ho provato), che in fondo è il modo più rilevante per ottenere una bella poesia, come sostiene Miguel d’Ors: “Se il poeta, al momento di scrivere, si occuperà principalmente di esprimere le sue emozioni, rimarrà un principiante. Solo quando la sua massima aspirazione è quella di risvegliare quelle dei lettori sarà in grado di dire che ha raggiunto la maturità”. In tal senso, direi che nella mia vita la poesia di oggi svolge un ruolo non molto diverso da quello in cui, tornando agli anni burrascosi e passionali dell’adolescenza, iniziai a scrivere; solo che con il passare del tempo, spero, si imparano alcuni trucchi del mestiere, riesci a prendere una certa distanza dai sentimenti e riesci a trovare, poco a poco e con un po’ di fortuna, una voce più o meno tua a forza di “praticare buone compagnie”, cioè imitando i poeti che ammiri. Per il resto, non credo che “l’esercizio del verso” (el ejercicio de verso) a cui mi riferisco in uno dei testi (come tutto nella vita, a mio avviso, anche la poesia si alimenta con un po’ di disciplina e molta perseveranza) svolga un ruolo diverso ora rispetto al momento in cui scrissi Las cosas en su sitio, oltre al fatto che, come dici, alcune di quelle poesie avevano per me una certa funzione, diciamo, terapeutica.

Nel componimento metaletterario “Fe de erratas”, si legge “È vero: quella poesia / l’ho scritta senza pensare a nessuno. / Più tardi ho scoperto che era solo / il mio modo di cercarti” (“Es cierto: aquel poema / lo escribí sin pensar en nadie. / Más tarde descubrí que era tan solo / mi modo de buscarte”): in che modo la letteratura diventa cura?

Non so fino a che punto la letteratura ci guarisca dai nostri disturbi, ma certamente direi che li rende più sopportabili. E forse dà anche un senso ai nostri desideri e alle nostre mancanze, come ho cercato di esprimere in quella poesia, che con mia sorpresa è una di quelle che mi sono più piaciute.

Molte delle tue poesie sono dedicate a persone a te care, con le quali sembri persino dialogare nei tuoi testi. Quali valori dell’amicizia metteresti in evidenza rispetto all’amore?
Sì, ci sono molte poesie che hanno nomi e cognomi dietro, alcuni in modo più o meno esplicito, perché spesso i versi derivano da un’esperienza umana molto concreta. Dell’amicizia, come affermò Borges, vorrei mettere in risalto soprattutto che non ha bisogno di costanza, ossia può essere preservata nel corso degli anni, nonostante l’assenza e la distanza. Questo è quanto mi succede, per esempio, con i miei amici di Tejerina, il paese nella provincia di León che appare nel libro – era la casa delle estati della mia infanzia -, o con il mio amico Pau Juscafresa, una delle persone che mi ha insegnato a leggere la poesia, anche se lui non lo sa.

È un libro meditato e riflessivo, una scrittura calma e policroma, in cui prevale una tonalità gialla, dalle sfumature tenui, quasi a voler intensificare un’atmosfera autunnale e una tensione nostalgica. Sei d’accordo con questa affermazione?

Sì, certo, penso che tu abbia assolutamente ragione. Penso che sia un libro autunnale, nostalgico e malinconico. Anche sereno e premuroso, o almeno vorrei che i miei lettori lo percepissero così.

“Appunti a memoria / gli eroi, le vittorie e i morti / che si fanno strada” (“[A]notas de memoria / los héroes, las victorias y los muertos / que se abren a tu paso”). Gli incroci temporali e spaziali costituiscono una mappa estesa di temi: la dialettica città / campagna, il problema del turismo di massa, la precarietà del lavoro e delle relazioni, la memoria storica. Che cosa significa per te il binomio impegno-poesia? In che misura oggi la poesia può essere testimonianza?

L’impegno politico mi sembra lodevole e, a mio avviso, la poesia, come ogni altra manifestazione artistica, può essere uno strumento molto utile per favorire i cambiamenti sociali; la mia, tuttavia, è lontana dall’adempiere a tale missione, è qualcosa di molto più umile: è una poesia che prova piuttosto ad affrontare temi classici – e quindi, penso, molto attuali – come l’amore, la solitudine, l’infanzia perduta, la noia e il passare del tempo.

Non rifuggi il lirismo quotidiano. Anche nelle poesie in cui ti riferisci a personaggi storici e letterari, provi a ricondurre la materia poetica a un’esperienza personale che diventa esperienza comune. D’altro canto, si nota uno stile molto curato, che recupera artifici retorici – parallelismi, anafore, polisindeti, per citarne alcuni – e metrici senza rinunciare a una sonorità piana. Qual è l’importanza dell’oralità nella tua scrittura e nella tua lettura? Quanto è importante la tua formazione accademica in tutto ciò?

Non sono sicuro di quale sia il peso specifico dell’oralità nella scrittura delle mie poesie, sebbene possa essere stato influenzato dal fatto che, di solito, le compongo sempre nella mia testa (nella metropolitana, mentre passeggio, nelle notti di insonnia…), e solo quando ho una certa chiarezza le trascrivo sulla carta o al computer, per poi soppesarle, correggerle o scartarle. Quello che posso assicurarti è che per me la dimensione sonora e musicale della poesia è fondamentale. Per me, non esiste una migliore definizione del mestiere di poeta di queste deliziose righe di Fray Luis: “dalle parole che tutti parlano, scegli quelle che si adattano, e guarda il loro suono, a volte anche conta le lettere, pesale, misurale e componile, in modo che non dicano  solo chiaramente ciò che intendono, ma anche con armonia e dolcezza”. Nel complesso, non penso molto a specifici artifici retorici quando scrivo, anche se, naturalmente, hai assolutamente ragione nel segnalare che ve ne sono molte, come affermi, a causa della mia formazione filologica (altrettanto responsabile della mia predilezione per la metrica, su cui cerco di lavorare con una certa consapevolezza), e per la mia dedizione allo studio della letteratura del Siglo de Oro, in particolare dell’opera di uno scrittore con un orecchio prodigioso come Lope de Vega, non a caso il poeta  preferito di Luis Alberto de Cuenca tra gli spagnoli. Unica eccezione a cui presto moltissima attenzione sono le potenzialità dei suoni, come eufonie e allitterazioni, soprattutto per quanto riguarda il ritmo e la disposizione e la ripetizione di accenti, vocali e in misura minore consonanti, è un aspetto in cui cerco di seguire, ogni volta che posso, il consiglio di Fray Luis, anche se ovviamente con risultati piuttosto modesti. Immagino che tutto ciò sia una conseguenza del mio amore per la musica, le lingue e la lettura di poesie ad alta voce (da solo, evidentemente), per alcuni dei miei poeti preferiti, specialmente se hanno scritto in altre lingue, come Heinrich Heine, cerco di leggerli come viene, godendo del piacere dei suoni e delle parole.

Per quanto riguarda la domanda precedente, alcuni riferimenti poetici della tradizione spagnola sono evidenti, Vicente Aleixandre e Jaime Gil de Biedma, David Fernández Villarroel o lo stesso Luis Alberto de Cuenca, che loda il tuo lavoro sulla quarta di copertina del libro. Sarebbe azzardato far discendere la tua poesia da quella di alcuni poeti della generazione degli anni ’70- ‘80, come Antonio Colinas, Eloy Sánchez Rosillo e Andrés Trapiello?  

No, affatto: sono tutti nomi molto importanti per me. Proprio in questi giorni stavo rileggendo Sánchez Rosillo, di cui ammiro profondamente il tono sereno, e ho appena letto l’ultimo libro di Trapiello, e mi è davvero piaciuto. La felicità d’aver vinto un premio intitolato a Antonio Colinas è stata veramente grande, come puoi immaginare. Da parte sua, Luis Alberto de Cuenca è per me un riferimento indiscutibile, non solo poetico, ma anche umano: una persona di straordinaria cultura e generosità, la cui sorprendente chiarezza poetica è un mistero per molti che si cimentano nella scrittura. Non leggo tanto Vicente Aleixandre, ma una delle sue poesie, “Adolescencia”, che mio padre mi ha insegnato, come tante altre, è una delle mie preferite da anni. Una di quelle che ricordo sempre con piacere: “Che ragazzo sarei io guardando /in discesa la corrente…” (“Muchacho que sería yo mirando / aguas abajo la corriente…”). E sempre, ogni volta che scrivo, ho in mente Borges, Ángel González, Gil de Biedma e Miguel d’Ors.

 

D’altra parte, da diversi ambiti viene messa in evidenza la sorprendente presenza di una generazione di poeti nati tra gli anni ’80-‘90, che si stanno affermando sulla scena della penisola iberica contemporanea agli occhi di un pubblico relativamente ampio, grazie alla circolazione della loro poesia nei social network e su internet. Possiamo parlare di un boom poetico? Che rapporto hai con la poesia dei tuoi  coetanei?

Non so se si può già parlare di boom poetico, ma quello che sembra chiaro è che la poesia sta vivendo un momento d’auge, anche perché, come il microracconto o l’aforisma, anch’essi in espansione, gode della brevità imposta da spazi come i social network e dalla frenesia della vita moderna. In questo senso, non credo che sia casuale la comparsa di ciò che potremmo chiamare bestseller poetici, alcuni addirittura sospinti dalla televisione, che, a prescindere dalla loro qualità letteraria (c’è di tutto, come sempre nella vigna del Signore), indica a mio avviso un interesse rinnovato per la poesia. Per quanto riguarda la mia relazione con i poeti della mia generazione, la verità è che mi piacerebbe essere più in contatto con molti di loro, ma è da poco che mi muovo in questi ambienti. Nonostante tutto, mi vanto di essere amico di grandi poeti come  Rodrigo Olay e Alvaro López Fernandez, che ammiro e a cui deve molto la mia silloge Las cosas en su sitio.

Per finire, al di là dell’ambito letterario, perché nel tuo libro parli di una generazione di tristi e contenti?

Penso che sia un’immagine con cui molti di noi potrebbero forse identificarsi, ma la verità è che in quel caso mi sono riferito solo a me stesso e, soprattutto, a una ragazza fiorentina che spero di rivedere presto.

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