In primo piano · Libro d’artista

Maria Gioia Tavoni intervista Lucio Passerini

Nato a Novara, dal 1971 Lucio Passerini vive a Milano dove c’è pure il suo atelier. Laureatosi nella capitale lombarda, presso la facoltà di Lettere, con una tesi in Storia dell’arte, sempre a Milano insegna da anni arti grafiche. Il suo lontano interesse è per la calcografia e le sue prime incisioni sono acqueforti che esegue parallelamente al loro studio e a quello dei vari modi di incidere, fra i quali preferirà, isolandole, le xilografie, di cui diviene fra i migliori esecutori non solo nel produrne, ma abbinandole a testi con l’uso della stampa al torchio tipografico. Nel 1982 si avvicina all’editoria d’arte, cominciando a progettare e realizzare piccole edizioni con la sigla il Buon Tempo e collaborando alle edizioni a tiratura limitata della casa editrice Marcos y Marcos di Milano. Oltre al proprio impegno nell’incidere, Passerini si dedica con passione all’insegnamento ed è stimato come un ottimo docente anche nei corsi che svolge per l’università di Verona. Guida infatti dal 2015 il team del progetto tauv (Tipografia artigiana universitaria veronese ), dopo aver collaborato con il compianto Alessandro Zanella alla realizzazione dei corsi Tipografia e Xilografia, presso la stamperia Ampersand a S. Lucia di Valeggio. Tiene altresì corsi estivi, aperti a studenti soprattutto americani, per la Tipoteca, Italiana Fondazione, Museo del carattere e della stampa di Cornuda. Fin dagli anni universitari, Passerini, si dedica allo studio delle tecniche incisorie e alla scrittura sulle medesime, come anche alla traduzione di importanti testi, ottimizzando il poco tempo libero fra il proseguimento dei propri personali lavori e l’insegnamento. Costante è il suo rapporto con Lugano, dove alla celebre Biblioteca della salita dei Frati, ha esposto non una sola volta i suoi manufatti. Molte le mostre anche personali tenute non solo in Italia, e molte le città europee e americane che lo hanno invitato, così come suoi manufatti sono presenti in varie istituzioni pubbliche e private pure straniere. È inoltre in contatto con i maggiori collezionisti di grafica.

Stendere anche solo un tuo breve curriculum ci si accorge come sia difficile, caro Lucio, imbrigliare il tuo poliedrico lavoro sebbene ci sia una continuità, un forte legame, fra le tue molte realizzazioni. Il filo rosso sembra possa trovarsi infatti nello studio e nell’applicazione delle arti grafiche, un terreno che tu alimenti da anni molto lontani e che si evince dalla conoscenza di tutto il tuo bagaglio esperienziale. Potresti raccontarci come e quando hai avvertito che la grafica ti avrebbe posseduto?

Tornando indietro con la memoria ricordo diversi episodi infantili di attenzione e fascinazione di fronte a immagini grafiche, cose minime, ad esempio l’impressione che ebbi da un francobollo, che affrancava una lettera recapitata a casa dal postino, come accadeva una volta. Era dedicato a Ruggero Leoncavallo e rappresentava un piccolo pagliaccio bianco su un palcoscenico, di fronte a un grande sipario chiuso. Scoprii solo molti anni dopo che quel francobollo era stato disegnato da Tranquillo Marangoni, un maestro della xilografia italiana del Novecento. Quindi ben prima che decidessi di dedicarmi in modo consapevole a queste discipline, alcuni segni premonitori si erano manifestati, indirizzandomi verso questo percorso.

Quando hai aperto il tuo atelier, che si può configurare come una private presse per essere frutto pensante di un solo artista, nel tuo caso finanche autonomo fra arte e testi, che cosa ti ha motivato di più, la singola gravure o il libretto, meglio la plaquette, alla quale hai dato vita mentre, parallelamente, costruivi anche libri d’artista nell’accezione più classica dei termini?

Le stampe chiedono spesso, a gran voce di diventare pagine di un libro e non finire imprigionate in un passe-partout acid free.

Nei tuoi esordi di scrittura al torchio ti sei spesso avvalso di artiste e artisti poi divenuti molto famosi. Una delle tue particolarità è quella di “scovare” grandi interpreti dell’incisione che sai coniugare con testi di illustri intellettuali. Si rilevano dalle tue carte incise anche personaggi come Alina Kalczyńska, Giulia Napoleone, Enrico Della Torre, Renato Bruscaglia, Enzo Maiolino. Ti senti di poter dire che hai saputo rimanere al passo coi tempi nel valutare le espressioni artistiche e che hai a volte agito come un talent scout?

Le edizioni del Buon Tempo (http://www.ilbuontempo.it/edizioni/LPasserini.html) mi offrono il pretesto per avvicinare gli artisti che stimo, per intavolare una collaborazione, come è successo con quelli citati. Ho avuto la fortuna di frequentare agli inizi del mio percorso persone di grande valore e fonte di ispirazione come Alina Kalczyńska e Vanni Scheiwiller. Mi avvicino ad artisti che davvero conoscono e praticano l’incisione come parte primaria del loro linguaggio, in particolare le tecniche di stampa in rilievo o quelle calcografiche. Inoltre, avendo la fortuna di insegnare le tecniche della stampa sono sempre stato vicino a giovani talenti, e in diversi casi da questi rapporti sono scaturiti progetti condivisi. Posso citare Marina Bindella, Valeria Brancaforte, Franco Matticchio, Luca Barcellona.

 Ai lavori in collaborazione, con Il Buon Tempo hai anche costruito un particolare catalogo nel quale brillano solamente tue opere, così avviene attualmente con i tuoi monotipi. Sapresti spiegare come sei pervenuto ai monotipi e come ti destreggi fra rimanere nel circuito classico del libro d’artista e come invece agisci, mettendo a frutto la tua capacità incisoria, nel far lievitare la tua fervida creatività?

La xilografia e il libro richiedono una certa pianificazione dell’atto grafico, poiché da un lato si incide una matrice che serve come tramite per giungere alla stampa su carta, dall’altro è necessario definire e programmare una serie di operazioni in sequenza. Al contrario la tecnica del monotipo permette di improvvisare in modo molto libero sulla carta, funziona per me come una specie di contrappeso, di assolo estemporaneo all’interno di una partitura scritta. È stampa e disegno allo stesso tempo, si adatta bene all’idea che sto coltivando in questo periodo, in apparenza contraddittoria nei termini, di fare libri a stampa in copia unica.

I tuoi libri d’artista non sono mai unicamente belli da sfogliare e da possedere: dietro ad ognuno di essi sta un progetto curato fin nei particolari che li rende unici nel loro genere. Prendo ad esempio il tuo Pinocchio, un tema molto caro pure all’illustrazione, e il tuo più recente lavoro tipografico Tyger! Tyger! ispirato all’opera in versi di William Blake e Illustrato da Tiziana Romanin, famosa illustratrice anche di libri per bambini. Riesci a raccontarci come sono nati entrambi I libri, uno dei quali, il Tyger, è un leporello lungo cinque metri, e quale la ‘filosofia’ che li anima?

Il Pinocchio, o meglio, L’abbecedario sonoro di Pinocchio, è nato da una serie di dodici illustrazioni incise su linoleum da Jeanette Poletti, allo scopo di farne un calendario mensile per i bambini della scuola dove insegnava a Novara. Sono venuto a conoscenza di questo lavoro grazie all’amico Fabrizio Parachini. Jeanette Poletti è stata un’artista purtroppo lasciata in ombra, in vita, da un padre pittore affermato e un marito artista anch’egli (Enrico Settimo). Da questo nucleo di incisioni, molto sensibili e fresche ho sviluppato l’idea del libro, un Pinocchio senza testo, che affianca alle immagini solo le parole “sonore” del libro di Collodi, quelle che indicano suoni e rumori (toc, zzzzz, zin , ahh ecc.), onomatopee composte con caratteri mobili di legno e stampate a colori vivaci. Riletto in questo modo il racconto diventa una sequenza di tavole parolibere policrome.

The Tyger è nato dal desiderio di fare un libro che rappresentasse un paesaggio misterioso, animato da piante e percorso da animali affidando la creazione delle immagini a Tiziana Romanin. Ragionando con lei, l’idea ha preso a poco a poco forma, si è arrivati a scegliere la poesia di Blake come testo guida e definire la struttura a “leporello” che permette di articolare le immagini come una sequenza di segmenti autonomi e come un unico fregio. Entrambi questi libri condividono la caratteristica principale del Buon Tempo, che consiste nello sviluppare ogni progetto cercando le soluzioni più appropriate, senza rimanere ancorati necessariamente a strutture e formati editoriali predefiniti.

Aggiungerei la storia di un terzo volume, l’ultimo titolo pubblicato, Bye Bye Butterfly, che si distingue dai precedenti soprattutto per la particolarità letteraria del testo: una serie di ventuno tautogrammi, uno per ogni lettera dell’alfabeto, ciascuno di un centinaio di parole almeno, tutti narrano la stessa storia: trama di Madama Butterfly, l’opera di Giacomo Puccini. In questo caso l’autore, Giulio Artom, è venuto a trovarmi proponendomi la pubblicazione di questo suo testo fuori dall’ordinario. Il mio lavoro è stato quello di costruire per questa opera una veste editoriale adeguata attraverso la tipografia, le carte, la legatura. Il risultato è un “libretto” che allude in modi diversi a Puccini. Il testo non è accompagnato da immagini, soltanto da grandi lettere tipografiche.

Come ho indicato nel presentarti, so che sei in contatto con diversi tuoi collezionisti che attendono sempre con entusiasmo tue opere. Hai constatato anche tu che i collezionisti sono prevalentemente persone di età e che mancano all’appello i giovani? Pensi che per incentivare delle passioni artistiche nei giovani si possano escogitare delle occasioni esclusivamente loro dirette? Dal tuo insegnamento a Verona e a Cornuda si sono formati giovani artisti anche del libro tipografico. Ve ne sono alcuni che da esecutori si sono incamminati verso il collezionismo che significa anche conoscenza di aspetti artistici differenti fra autori e opere?

Il collezionismo, nelle sue forme meno perniciose, coincide anche con lo studio e la ricerca connessi al proprio campo di interesse, spesso circoscritto a temi molto specifici; ha una funzione culturale importante per chi lo pratica e, in prospettiva più ampia, per le comunità che sovente ereditano i frutti delle collezioni private.

Anche nelle nuove generazioni ci sono collezionisti, pochi forse interessati ai libri fatti di carta e stampati da caratteri e matrici incise, oggetti sempre meno familiari, ma se considero l’interesse che tipografia e stampa artigianale suscitano nei giovani che trovano l’opportunità di avvicinale con una esperienza diretta, confido nella possibilità che questo mondo si mantenga vivo e in salute.

Praticare la tipografia nelle sue modalità tecniche tradizionali è un passo molto importante in ogni caso per chi intende avvicinarsi alle professioni del libro. Puntare oggi alla tipografia artigianale come settore di attività imprenditoriale sarebbe certamente una sfida ardua e controcorrente. Può innescarsi solo se la spinta della passione supera le resistenze della ragione. Come capita in ogni avventura.

Con il progetto veronese (Tipografia Artigiana Universitaria Veronese) stiamo cercando di costruire intorno alla tipografia un modello di formazione che integri gli aspetti materiali (tecnici/applicativi) della materia e quelli intellettuali (storici/teorici). Non necessariamente chi frequenta il corso diventerà un tipografo, ma saprà guardare i libri con un occhio diverso e potrebbe essere tentato dal collezionismo. Ma collezionare il contemporaneo è in ogni caso assai difficile.

Nel congedarmi dalla nostra conversazione ti pongo le ultime domande che mi stanno molto a cuore. Le pongo a un artista che è anche un fervido scrittore specialistico il quale si è sempre mantenuto al passo con i tempi. Vedi qualche apertura per la rinascita della grafica? Il libro d’artista potrà in qualche modo sostituire le pareti o i contenitori a cassetti, tipici di chi amava farsi conquistare da tali espressioni artistiche?

Da quando ho iniziato a occuparmi di grafica d’arte sento parlare di crisi della grafica, come di crisi in ogni campo della cultura. Il fatto è che la crisi è la condizione “naturale” della cultura, delle arti, costantemente di fronte a scelte.

Oggi il termine “libro d’artista” viene adoperato con accezione molto ampia, e tiene insieme oggetti eterogenei, a volte ibridi, che intrecciano i territori di pittura, scultura, scenografia, con sporadiche incursioni nella pasticceria e nel bricolage. È un panorama in lenta ebollizione e mutazione che però mostra come anche nell’ortodossia digitale che regola il mondo, l’Homo non si accontenta del ruolo di consumatore e vuole restare comunque faber.

info@ilbuontempo.it

 

 

 

 

 

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L'autore

Maria Gioia Tavoni
Maria Gioia Tavoni
M. G. Tavoni, già professore ordinario di Bibliografia e Storia del libro, è studiosa con molti titoli al suo attivo. Oltre a studi che hanno privilegiato il Settecento ha intrapreso nuove ricerche su incunaboli e loro paratesto per poi approdare al Novecento, di cui analizza in particolare il libro d’artista nella sua dimensione storico-critica. Diverse sono le sue monografie e oltre 300 i suoi scritti come si evince dal suo sito www.mariagioiatavoni.it

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