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I sublimi splendori della retroguardia: una visita a “Nitten, The Fine Arts Exhibition” (edizione 2019-2020), di Lorenzo Amato

Una serata al NACT

Il NACT, ovvero il National Art Center of Tokyo (Kokuritsu shinbijutsukan), inaugurato nel 2007, è l’ultimo progetto realizzato in vita dal virtuoso architetto Kishō Kurokawa (1934-2007). Consiste in un enorme edificio di 14.000 metri quadrati di spazi espositivi suddivisi in dodici gallerie, tre sale attrezzate per seminari, un auditorium, un biblioteca di arte, bar, ristoranti, negozi.

Illuminata dalla luce del tramonto, questa specie di astronave barocca offre spettacoli di ombre oblique, popolate di visitatori a volte un po’ spaesati, alla ricerca del piano o della galleria giusta. Infatti il NACT ospita in contemporanea una media di due grandi mostre ufficiali (ai piani primo e secondo), e allo stesso tempo offre alle maggiori associazioni di artisti giapponesi i suoi ampi spazi ai piani I, II e III. Va da sé che non è sempre facile navigare le diverse gallerie ‘minori’, dove sono esposte opere di artisti contemporanei poco conosciuti ai più e non pubblicizzati all’esterno. Il complesso monumentale del NACT d’altronde è concepito proprio per accogliere anche mostre di associazioni di artisti giapponesi: solo nel 2007, anno dell’inaugurazione, nelle gallerie del NACT accanto alle 10 mostre ufficiali sono state allestite anche 69 rassegne annuali di associazioni.

Dal primo al 24 novembre 2019 era in corso la VI rassegna annuale del Nitten – The Japan Fine Arts Exhibition: sesta solo di nome, visto che il conto delle annualità è ripartito da I a seguito di una recente riforma interna all’associazione. Il Nitten infatti è la più ampia e prestigiosa associazione artistica, e fa risalire le proprie origini al 1907, anno della prima mostra del Bunten, nome che successivamente fu mutato in quello attuale.

La rassegna 2019-2020 del Nitten ospita un totale di 2967 opere, selezionate su una base di 11.508 proposte, che sono suddivise in cinque sezioni: I. pittura in stile giapponese (nihonga), II. pittura in stile occidentale (yōga), III. scultura, IV. artigianato artistico, V. calligrafia (shō). Anche se le date tokyoite sono terminate la mostra è itinerante, ed è ancora in corso presso altre città nipponiche: Kyoto (in tre diversi musei: Kyoto City Museum of Art Annex; Miyako Messe; Japan Design Museum) dal 12 dicembre 2019 al 11 gennaio 2020; Nagoya (Aichi Prefectural Museum of Art Gallery), dal 29 gennaio al 16 febbraio 2020; Osaka (Osaka City Museum of Fine Arts), dal 22 febbraio al 22 marzo 2020; Azumino (prefettura di Nagano, Toyoshina Modern Art Museum), dal 25 aprile al 17 maggio 2020; Kanazawa (Ishikawa Prefectural Museum of Art), dal 23 maggio al 14 giugno 2020; Nagasaki (Nagasaki Prefectural Art Museum), dal 21 giugno al 20 luglio 2020.

Ogni anno la rassegna raggiunge i 200.000 ingressi durante la permanenza a Tokyo e i 300.000 ingressi in tutte le altre sedi. Sulla base di questi numeri è facile comprendere quanto la rassegna annuale del Nitten sia attesa come un vero e proprio evento da tanti estimatori di arte giapponese. La prossima rassegna, la VII, ripartirà da Tokyo nel novembre 2020, presumibilmente lasciando agli organizzatori ben poche settimane di riposo a seguito della conclusione delle date di luglio. Chiunque abbia mai provato a organizzare una mostra pubblica ‘standard’, con un centinaio di opere, conoscerà bene tutte le problematiche di merito (selezione delle opere, assicurazione contro furto o danneggiamento, trasporto, collocazione, illuminazione, sorveglianza, catalogo, ecc.) e potrà immaginare cosa significhi mettere assieme, l’una accanto all’altra, tremila opere di grandi dimensioni, spostandole poi in sette sedi diverse, e allestendo in parallelo ben sei cataloghi a stampa.

A questa VI rassegna del Nitten ho dedicato nel mese di novembre tre giornate di visita, riportando impressioni che cercherò di riassumere di seguito.

Comincerei da un incontro casuale avvenuto nella seconda delle mie giornate, mentre vagavo negli infiniti corridoi nervoso per la cronica mancanza di tempo, cercando qui e là di osservare da vicino almeno alcuni dei monumentali dipinti in stile nihonga. Con l’occhio e la macchina fotografica puntata verso i dettagli di un dipinto di paesaggio (è infatti consentito far foto alle opere in mostra) sento sulla mia sinistra due persone che parlano in italiano. Un ragazzo borbotta «Ma che senso ha, tutto questo?», e la sua ragazza risponde «boh!», con un’alzata di spalle.

Strano commento, penso io. A me il senso pare di vederlo ovunque. A mio parere infatti alcuni dei dipinti esposti della sezione nihonga sono assolutamente magnifici. Apprezzabili anche partendo da una conoscenza minima di arte del Novecento. Questa sezione è d’altronde la più peculiare e interessante di tutta la rassegna, e a un visitatore europeo con poco tempo la raccomanderei senza dubbio più delle altre.

Il termine nihonga si usa a partire dall’epoca Meiji (nella fattispecie dal 1880 circa per le prime attestazioni) per definire la pittura giapponese, in reazione al crescente prestigio degli stili occidentali, che rischiavano di far scomparire l’estetica ereditata dalla pittura tradizionale yamato-e. Dalle diverse scuole di yamato-e (Kanō, Maruyama-Shijō, e Tosa) la pittura nihonga ha derivato e ibridato materiali, tecniche e stili. Alcune caratteristiche emblematiche dell’estetica giapponese, come l’uso di nebbia e nuvole in senso atmosferico (soprattutto nella rappresentazione di montagne e fiumi, tipicha del genere sansui-ga), e in particolare l’effetto impressionistico dato dalle gradazioni cromatiche ottenute mediante la tecnica bokashi, che prevede l’applicazione di acqua su strati pittorici già stesi, sono tipiche dell’arte nihonga. Sul piano dei materiali anziché la tela sono usate la carta artigianale (washi) o la seta; anziché i colori a olio o gli acrilici sono usati pigmenti in polvere (iwaenogu), derivati da minerali, conchiglie, coralli, e anche pietre semipreziose come malachite, azzurrite e cinabro; i pigmenti, macinati in formati diversi a seconda delle tonalità o intensità desiderata, sono sciolti con acqua e legati con colla di origine animale (nikawa), oppure cosparsi a polvere sopra strati pittorici inferiori; come base pittorica è steso uno strato chiamato gofun e ottenuto con polvere bianca di conchiglia, ad esempio di ostrica; sono usate anche polveri e foglie di metalli preziosi, soprattutto oro. A Tokyo a questa forma pittorica sono dedicati alcuni interessanti musei, quali lo Yamatane, vicino a Ebisu, e il Sato-Sakura, vicino a Naka-Meguro, entrambi ben curati e interessanti anche a livello didattico (cfr. ad esempio http://www.yamatane-museum.jp/english/nihonga/).

Dell’ambito nihonga fanno parte anche i dipinti che ereditano l’antica tradizione della pittura a inchiostro (sumi-e), come Fine d’autunno di Miko Niikawa, che riproduco di seguito (qui e altrove: riporto in inglese i titoli presenti in inglese sui cartellini; riporto in italiano o ometto gli altri).

Miko Niikawa
Miko Niikawa

Anche se il richiamo alla tradizione non impedisce il dialogo con correnti artistiche occidentali, antiche e moderne, sul piano tematico i quadri di questa sezione mostrano interesse soprattutto per gli ambiti già praticati anticamente, come paesaggi, animali, elementi naturali, persone, sulle quali è proiettata una certa attitudine lirica e contemplativa. Alcuni esempi, come i quadri di Higashi Toshiuki, Rieko Fujimoto, Misa Oikawa, e Ayano Nitta, mostrano bene come la rappresentazione del mondo animale e naturale possa esprimere una intimità fantasiosa e delicata, che cerca un equilibrio nel rapporto con la natura e gli altri esseri viventi.

L’arte nihonga, soprattutto quella dei membri del Nitten, tende alla rappresentazione di un’estetica dell’assenza e del silenzio che non manca di punte oniriche e fantastiche, come si vede anche nel quadro di Katsuya Ueda, The Sound of ‘Reiko’.

Per quanto mi riguarda potrei stare delle ore a contemplare i dipinti esposti in questa sezione, sennonché la tirannia dell’orologio, nonché un fastidioso problema al piede, mi impediscono di spendere troppo tempo davanti a ogni singola opera. Ciononostante mi permetto di osservare incuriosito la coppia di italiani, che continua ad aggirarsi avvilita da un dipinto all’altro.

«Sembra una mostra di bambini, come a scuola. Così, senza spiegazioni, non ci si capisce nulla». Lui guarda l’uscita, e lei conclude: «vabbè, andiamo via». E così dicendo escono dagli spazi espositivi della galleria. E ancora a distanza di un paio di mesi mi chiedo se non avrei fatto meglio a chiacchierarci un po’.

Non che avessero tutti i torti, va detto. Probabilmente avevano acquistato il biglietto per una delle mostre ufficiali del NACT (in quei mesi erano in corso le mostre Image Narratives: Literature in Contemporary Art, e Cartier, Crystallization of Time, quest’ultima di grande richiamo), e poi, «già che c’erano», si erano avventurati negli spazi immensi dedicati alla mostra del Nitten, di fatto perdendocisi.

Nell’ambito delle cinque sezioni della mostra non vige infatti alcun criterio tematico o stilistico di disposizione delle opere. Si ritrovano affiancati lavori che hanno in comune solo il fatto di essere stati completati nel corso dell’ultimo anno, e che possono essere di mano esperta o esordiente. Il pubblico ha quindi l’onere e il privilegio di crearsi in autonomia un percorso di visita.

Il primo impatto con questi corridoi lunghissimi zeppi di dipinti o sculture è a dir poco spiazzante, e anche un po’ avvilente. Credo che la reazione dei due italiani rappresenti perfettamente il sentimento di un pubblico europeo abituato piuttosto a mostre a tema, o dedicate ad artisti ‘predigeriti’, con corredo di pannelli esplicativi e percorsi ragionati fra le opere. La situazione è resa piuttosto grave dal fatto che i volantini offerti all’ingresso della rassegna del Nitten, che tracciano brevemente la storia dell’associazione e forniscono un elenco degli artisti, sono rigorosamente in giapponese. Unico elemento di supporto per visitatori stranieri sarebbe il cartellino con nome dell’artista e titolo dell’opera affiancato a ogni pezzo esposto, sennonché si tratta di artisti sconosciuti (almeno in Occidente), e troppo spesso anche questo cartellino è solo in giapponese. Come tante altre associazioni il Nitten è, ahimè, molto poco foreign-friendly. Se può servire da consolazione, tuttavia, posso dire di aver visto visitatori giapponesi altrettanto stanchi e scoraggiati accasciarsi sulle sedie del museo e rifugiarsi nel caloroso conforto del proprio smartphone. Anche nella migliore condizione psico-fisica la rassegna annuale del Nitten finisce per essere una maratona che dà soddisfazioni ma prosciuga di ogni energia.

 

Per quanto riguarda i criteri di selezione delle opere, l’associazione tende a essere molto inclusiva, nel senso che agli affiliati non sono prescritti stili o filosofie predeterminati su ciò che l’arte dovrebbe essere (come avviene invece in numerose associazioni che nei decenni si sono staccate dal Nitten per assumere fisionomie più militanti). Nel complesso, però, l’arte in mostra risulta piuttosto ‘di retroguardia’, ovvero legata a idee elaborate in ambito giapponese qualche decennio fa, e qui citate senza strappi o rivoluzioni. Vige cioè il paradigma molto nipponico dell’approfondimento costante di potenzialità implicite nei modelli di riferimento. Questo approccio conservatore è criticato da quegli artisti giapponesi che si rifanno invece al  paradigma occidentale, sostanzialmente antitetico, che equipara l’innovazione artistica a una incessante rottura degli schemi. Ma nessuno si sogna di negare la grande capacità tecnica degli artisti qui in mostra. Come ebbe a dirmi un pittore di paesaggi fantastici a olio, fra i membri del Nitten troviamo alcune delle più grandi mani del mondo, ma (e sono parole sue) sono mani rimaste a venti-trent’anni fa (ma forse anche a quaranta-cinquanta, e sono parole mie).

D’altro canto il legame con il passato è uno degli aspetti distintivi dell’associazione, e molti pittori attendono la mostra proprio per ammirare interpretazioni contemporanee di ricerche stilistiche antiche. È il caso di un’anziana pittrice che ho potuto conoscere a Kyoto, nonna felice di una meravigliosa nidiata di nipotini, che si è specializzata in rifacimenti e imitazioni di Gauguin e altri pittori post-impressionisti. La signora mi diceva di essere interessata alla mostra del Nitten, ma limitatamente ai dipinti a olio della sezione yōga, dei quali studia l’assimilazione di stili e temi europei. Se il rapporto fra arte giapponese e arte occidentale è fitto di prestiti e furti reciproci a partire almeno dal Settecento, molte opere che vediamo al Nitten, soprattutto di arte yōga, rientrano in questa secolare dialettica.

In un simile contesto socio-culturale dedito alla meditazione sui grandi maestri del passato non possono essere presenti, se non in modo marginale, riferimenti all’attualità mediatica, e tanto meno a questioni politiche. Non è questa la sede per tentare ricerche di avanguardia oppure forme di contestazione esplicita dell’autorità o della tradizione. L’arte esposta nei corridoi delle rassegne del Nitten, molto controllata, può essere considerata a tutti gli effetti arte ‘accademica’: di retroguardia, quindi, laddove però si affianchi alla prospettiva conservatrice la necessità dello studio e dell’eccellenza tecnica, nonché il valore anche morale di una ricerca di continuità con un passato artistico glorioso e ancora ricco di potenzialità inesplorate.

Appunti sulla mostra 2019-2020

Cercherò di seguito di spiegare meglio le cinque diverse sezioni della mostra, senza alcuna pretesa di completezza (d’altro canto ogni sezione meriterebbe almeno una tesi di Dottorato per essere illustrata al meglio: possa il lettore perdonare la necessaria superficialità di questo visitatore casuale, sebbene ostinato).

In primis la sezione nihonga, la più prestigiosa e, a mio parere, la più interessante per il pubblico europeo, che quest’anno ospita 309 dipinti di grandi dimensioni. Sul sito dell’associazione fra i maestri più importanti di questa arte sono ricordati i nomi di Chikuhaku Suzuki, Yujin Nakaji, Hisashi Iwakura, Haruhiko Kawasaki, Reiichi Tsuchiya, Senkei Fukuda, Takao Yamazaki, e Nobuyoshi Watanabe.

Se è vero che i pittori qui presenti sono fortemente debitori di maestri di nihonga del Novecento, è altrettanto vero che in Italia tali maestri sono quasi del tutto sconosciuti. Proprio per questo molti dipinti nihonga hanno caratteristiche tipicamente nipponiche, approfondendo temi molto cari all’arte orientale in genere, dalla tradizione bijinga (di soggetto femminile, come Reflect di Fumiko Okamoto).

Fortissima la tradizione lirica di meditazione sulla natura e la vita degli animali, come nella serie dei Filosofi del mare del veterano del Nitten Reiichi Tsuchiya, dedicata alle tartarughe giganti.

Interessante il sottotesto onirico e sottilmente religioso di Flight di Kōichiro Nishida.

Mentre il gusto cromatico (che spesso coincide con studi di sfumature di una mono o bicromia solo apparente, data la varietà dei pigmenti necessari per riprodurre le sfumature) è alla base di tante rappresentazioni naturalistiche: si vedano i quadri di Shōji Takeuchi (intitolato, latinamente, Locus), Nohuaki Nakade, Noriko Fujii, Sayuri Araya.

 

Mentre gli animali, grandi protagonisti di questo stile pittorico, abbondano in ogni forma e varietà, come nei dipinti di Masato Moriwaki, Hideaki Aoki, Minori Yoneda.

 

Sono presenti altre tematiche, come templi e villaggi giapponesi, oppure arti, mestieri e teatro tradizionali, che per brevità non posso qui esemplificare. Interessante, però, la rappresentazione degli interni domestici, nei quali si intravede la ricerca di intimità e della malinconica delicatezza dell’assenza, tipica dell’estetica della poesia tradizionale. Si veda ad esempio Il mio tempo di Kazuyo Nonaka.

Di questo gusto pittorico ammiro in particolare l’espressione di una dolcezza sommessa, che ben si sposa alla qualità impressionistica data dalle macchie o dagli strati di colore che definiscono immagini fluide come acquerelli. Le quali, viste da vicino, svelano con i riflessi della luce sui componenti minerali la loro natura preziosa. Difficile riprodurre su schermo la sensazione di concretezza fisica data da questa variopinta costellazione di colori. Non posso che raccomandare, di nuovo, una visita a questa o altre rassegne di pittura nihonga.

Arte in stile occidentale (yōga)

La seconda sezione è quella dedicata alla pittura in stile occidentale, o yōga, che quest’anno ospita ben 653 quadri, per lo più di grandi dimensioni. I nomi più famosi presenti in mostra, secondo il sito dell’associazione, sono Tadahiko Nakayama, Tadao Terasaka, Shozo Murata (m. 2018), Kaneaki Fujimori, Tetsu Sato, Hiroshi Higuchi, Yuji Negishi e Toshihisa Yuyama. Nella definizione di yōga sono ammesse tecniche come olio, acrilico, tempera, acquerello, pastello, matita, litografia, e supporti come legno o tela, anche se poi è proprio l’olio su tela la tecnica yōga per eccellenza. Non mancano quadri di grande suggestione, ma bisogna avvertire che si trova spesso di fronte a quadri in stile ‘neo-’, con forti richiami di varia natura a romanticismo, impressionismo, post- e neo-impressionismo, naturalismo, fauve, puntillismo, cubismo, surrealismo, ecc. Insomma, ritroviamo opere ispirate agli stili in voga in Europa fra fine Settecento e Novecento. Interessantissimo per un giapponese che studi le varie tecniche di pittura a olio, che qui raggiungono livelli di assoluta eccellenza, ma forse meno interessante per un visitatore europeo che cerchi qualcosa di innovativo o di tipicamente giapponese. Fra l’altro, dato il maggior numero di opere di questa sezione, i quadri si trovano spesso disposti su due file, con effetto rapidamente estenuante. A livello tematico si ritrovano innumerevoli varianti di (ad esempio): ritratti di donne sedute, ritratti di donne sdraiate, ritratti di donne in piedi, studentesse in conversazione (o anche sedute, sdraiate o in piedi), ritratti maschili (pochi rispetto a quelli femminili), paesaggi europei, città europee, paesaggi giapponesi (pochi rispetto a quelli europei), canali di Venezia (praticamente una categoria a sé stante), e via dicendo.

Interessanti quelle opere che si affacciano alla storia e alle mitologie europee con sensibilità tutta peculiare, come A Partial View of the Night di Genzō Endō.

È anche interessante come alla pittura yōga sia affidata, rispetto alla pittura nihonga, una maggior ricerca di realismo e di quotidianità, come nel caso del premiato quadro di Atsushi Tōyama raffigurante un Rondò suonato in ambito scolastico, oppure l’iper-realistico falciatore d’erba di Yoshinobu Suzuki.

 

La pittura yōga riflette molto bene anche le forme di assimilazione della cultura figurativa europea, in primis (tradizionalmente) il libro. Sono infatti tanti i quadri che imitano bibbie miniate, mappe geografiche, rotoli di carta, come l’occidentalizzante Adoration – Annunciation, premiatissima opera di Kaneaki Fujimori, in bilico fra elementi gotici (librari e non solo) e tradizione bijinga giapponese. Un certo gotico internazionale, forse filtrato dal gusto inglese ottocentesco, si ritrova d’altronde anche nell’intricato A White Peacock di Tanabe Tomoharu.

 

Emblematico del diffuso gusto ottocentesco è il dipinto Echo di Terakubō Fuminori, che ben dimostra come grazie all’influenza occidentale la tradizione yōga, a differenza della pittura nihonga, si presti molto bene allo studio del nudo (per solito muliebre).

 

Si vedano anche i paesaggi, di gusto assai vario, ma spesso maestosi, come A Village at the foot of a mountain di Yoji Satō.

Varianti di bijinga, ma con vario ‘realismo’ di derivazione occidentale, sono il monumentale Heaven and Hell di Katsu Nakajima e il lirico Passing Summer Wind di Jirō Motoyama.

 

Questi ultimi quadri rappresentanto bene la ‘media’ della sezione yōga, soprattutto per un certo tipo di rappresentazione muliebre che in mostra viene declinato in centinaia di varianti non troppo dissimili fra loro. Ritengo che in un contesto meno affollato di opere sarebbe più facile apprezzarne la qualità tecnica che, senza dubbio, è straordinaria.

Scultura

La sezione dedicata alla scultura è altrettanto ricca di opere ispirate a stili nati in un’Europa che non esiste più. I nomi dei maestri più rappresentativi di questa arte menzionati sul sito dell’associazione sono Shinya Nakamura, Keiko Amenomiya, Kentaro Hashimoto, Hiroteru Kawasaki, Jiro Hiruta, Seiji Nojima, Shinsuke Yamamoto, Mineo Kanbe, Tomohiko Yamada. Alla sezione è concesso poco spazio espositivo, e quindi le 243 opere sono un po’ schiacciate le une accanto alle altre. Di queste sculture 158 sono di mano di maestri già presenti in passate edizioni della rassegna (e quindi non soggette a selezione) e solo 85 derivano da selezione. Il colpo d’occhio non è dei migliori, perché è fortissimo un effetto ‘magazzino’ che priva le sculture di quel respiro necessario a farle apprezzare nella loro individualità.

I materiali sono tutti quelli usati nella scultura classica europea: marmo e altre pietre, bronzo, argilla, gesso, ecc. Tante le opere ispirate alla storia o alla mitologia, e spesso anche a storie per ragazzi. Ma soprattutto tanti i nudi, in grandissima maggioranza femminili, con completo ribaltamento delle tematiche favorite nelle altre sezioni della mostra. Interessantissimo, quindi, anche sul piano antropologico, quanto la tipologia artistica selezionata influenzi in modo determinante le modalità e anche le limitazioni sociali relative alla rappresentazione di uno stesso tipo di soggetto. Si vedano, a mo’ di esempio le sculture di Mitsugu Shimahata, Izumi Nomaguchi, Yūko Horiuchi.

 

Artigianato artistico

Un po’ meno concentrate le opere di artigianato artistico della sezione Craft as Art, anche se contano in totale 551 pezzi esposti. Assieme a quella nihonga questa è, a mio parere, la sezione più interessante della mostra. Sono presenti opere in metallo, tessuto, ceramica, legno, vetro, plastica, e insomma qualsiasi materiale e tipologia che non rientri negli usi canonici della scultura classica, oppure che derivi da una rielaborazione intellettuale di forme di artigianato giapponese. Molto presenti ad esempio lavori su paravento e varianti moderne di maki-e, ovvero decorazioni su lacca. Fra i maestri più rinomati sono menzionati Sayume Okuda, Tōshiro Ōhi, Goichi Mitani, Masayuki Imai, Teiji Nakai, Toshiaki Takekoshi, Taimei Morino, Hiroshi Ito, Fuminori Haruyama e Shunsho Hattori.

In molti casi è difficile comprendere secondo quali criteri alcune di queste opere sarebbero classificabili come ‘artigianato’, e non, invece, come pittura o come scultura. O meglio è difficile comprendere perché tali criteri debbano essere così rigidi da distinguere in sezioni diverse opere altrimenti tipologicamente affini. Ma in fondo anche queste distinzioni ‘accademiche’ rientrano molto bene nella definizione culturale del Nitten.

D’altro canto non c’è dubbio che queste opere abbiano una loro specificità, e il gusto dominante è molto diverso da quello delle sezioni di scultura e pittura. Questi oggetti possono sì diventare sculture astratte (pur mantenendo una memoria artigiana), ma al contempo risentono di una certa ricerca fantastica. E un certo gusto della complicazione, del dettaglio raffinato, del concettuoso preziosismo un po’ kitsch, si ritrova impressa su tutti i diversi materiali esposti in questi corridoi: si vedano le opere di Takako Sugiyama, Yuko Nagano, Mikako Ujiie, Ihoe Nukaiyama.

I pannelli parietali, di forme e dimensioni molto variabili, potrebbero essere categorizzati come pittura contemporanea. D’altro canto mi pare interessante come queste opere, al di là della diversa sensorialità dei materiali di base, finiscano per inserirsi in un’estetica definibile, che fonde le memorie tecniche mingei (ovvero di artigianato popolare) a rutilanti slanci architettonici à la Escher, a loro volta filtrati da una ricerca del surreale-primigenio-psichedelico che sublima all’estremo un certo gusto pop anni Settanta. Si vedano (fior da fiore, visto che la casistica sarebbe vastissima) le opere di Naruki Watanabe, Kihachirō Yokoyama, Noriko Tanaka, Takeda Tsukasa, Tsurumi Kunichika.

 

Emerge con forza la potenzialità espressiva che questi materiali antichi hanno nei confronti della punte visionarie più pure. Vetri, metalli e tessuti, con i loro colori vibranti e potenti, divengono finestre su mondi altri, fatti di segni geometrici e assoluti, meravigliosi e terrificanti, che affondano negli archetipi dell’immaginario fantastico. Si vedano le opere di Misuzu Nakamura, Yūko Koshi, Hiromi Suzuki, Shōko Ueda, Yōko Kobayashi, Toshio Terashima.

 

Dubito che molte di queste opere sarebbero apprezzate e accolte nei musei occidentali, anche perché la riflessione sull’assoluto, che può portare al silenzio interiore, è in diretto contrasto con un certo gusto esibizionista e strillato di tanta arte contemporanea euro-americana.

Arte della scrittura – Calligrafia

L’ultima categoria è anche quella per me più difficile da commentare: sho, la scrittura, ovvero l’arte della calligrafia (shodō). Questa è la sezione che ospita il maggior numero di opere: 1211 (su 8682 presentate per la selezione). La calligrafia è un’arte grafica, ma allo stesso tempo è scrittura, e quindi letteratura. Sono in molti in Giappone a considerare la calligrafia la più intellettuale e quindi la più nobile delle arti. Fra quelle accettate nel Nitten è l’arte più legata ai canoni tradizionali della cultura nipponica e di quella cinese. Ma proprio per questo per un visitatore europeo è, ahimè, l’arte più difficilmente penetrabile senza una conoscenza della scrittura logografica, nonché degli stili calligrafici cinesi e giapponesi, con relativi modelli, e poi magari dei testi letterari più tradizionalmente trascritti dai calligrafi. Mi limiterò a segnalare la presenza di nuove opere scritte in kanji, kana e chowatai (ovvero sia in kanji che in kana), in tutti gli stili calligrafici tradizionali: tensho (scrittura sigillare), reisho (scrittura degli scrivani o dei funzionari), kaisho (lo stile regolare, nel quale ogni carattere deve essere inscrivibile in un quadrato; è il più diffuso fra gli stili posati e ha dato origine agli attuali caratteri di stampatello), gyōsho (scrittura semicorsiva, che è anche quella più corrente in Cina, Corea e Giappone), sōsho (scrittura corsiva, talvolta tradotta impropriamente anche come ‘stile erba’), in tutte le varianti moderne o anticheggianti. Fra i maestri più apprezzati di questa arte sono ricordati sul sito dell’associazione i nomi di Kōhō Hibino, Keidō Ishige, Yūhō Ozaki, Yasuko Kōyama, Kōfū Arai, Kenichi Kuroda e Kodo Hoshi.

Non posso dire di essere particolarmente esperto di quest’arte, anzi. Posso però apprezzare certe differenze stilistiche, che si riflettono sia nelle tipologie e nei formati di scrittura, eseguita a pennello, che nella scelta dei materiali: non a caso proprio a margine della calligrafia, e successivamente della pittura yamato-e e nihonga si è sviluppata in Giappone l’arte della carta washi, che qui possiamo veder sfruttata nelle sue varietà più elaborate. Per un calligrafo la scelta della carta è già parte del lavoro, poiché la trama e i colori del supporto interagiranno direttamente con le curve tracciate dal pennello.

Anche in questo caso rilevo la scarsissima presenza di giovani giapponesi. Non è un segreto che i mezzi elettronici moderni, con le loro funzioni di completamento della scrittura, favoriscano la perdita di memoria nei confronti della scrittura manuale: problema particolarmente sentito in un ambito grafico che costringe a più di un decennio di studi per l’acquisizione di capacità di lettura / scrittura di livello universitario. Se da un lato quindi le mostre di calligrafia sono le più presenti al NACT (non solo Nitten, infatti, ma decine di associazioni di questa arte espongono qui ogni anno), dall’altro si vedono frequentate soprattutto da persone probabilmente in pensione.

 

Per concludere: questa mia recensione, per quanto fin troppo lunga, non può che accennare in modo superficiale alle tante diverse forme artistiche che qui vediamo nelle loro varianti giapponesi, e che in quanto tali meriterebbero studi ben più specifici. Sono tanti gli artisti ricorrenti nelle rassegne del Nitten che sono anche protagonisti di mostre personali in gallerie pubbliche e private. Fra le fila di questi artisti si annoverano anche alcuni dei più grandi maestri contemporanei delle rispettive discipline, che certo meriterebbero studi di assieme e pubblicazioni specifiche. Ma tali studi in Occidente mancano (del tutto insufficiente ad esempio la bibliografia sui maestri novecentesti di nihonga, anche in inglese), e quindi di fronte a mostre come questa del Nitten ci si trova irrimediabilmente impreparati a categorizzare e forse anche ad apprezzare quel che ci viene offerto.

Gli organizzatori potrebbero fare di più. Potrebbero ad esempio dar meno per scontata la conoscenza delle arti giapponesi presso il pubblico internazionale, e potrebbero investire un po’ di tempo e di risorse (certo pochissime in confronto a quelle necessarie per l’organizzazione delle rassegne) per pubblicare un maggior numero di opuscoli o di strumenti esplicativi in inglese. Allo stato attuale la reazione dei due italiani, letteralmente scappati dalla mostra, è più che comprensibile. Anche i sei cataloghi della rassegna, dei quali il primo offre una selezione dei pezzi premiati delle cinque sezioni, gli altri cinque pubblicano tutte le opere di ogni sezione, aiutano poco. Già il fatto che nei cataloghi le opere, di per sé monumentali, siano stampate a 4-6 per pagina, e sotto ogni opera la didascalia con autore e titolo sia solo in giapponese (e nell’indice, dove sono riportate le traslitterazioni in inglese, i cognomi sono elencati secondo l’ordine hiragana: impossibile per uno straniero che non sappia leggere i kanji dei nomi giapponesi risalire al nome di un artista sfogliando il catalogo) rende difficile raccogliere maggiori informazioni sulle opere preferite o adocchiate nei cataloghi, anche a posteriori.

I cataloghi così organizzati sono, ahimè, un’altra consuetudine delle associazioni che espongono al NACT, essendo concepiti più come inventari dei pezzi presenti che non come libri didattici o di supporto alla mostra. Il che è veramente un peccato, perché uno studio un po’ più sistematico delle opere esposte, magari in comparazione con le annate precedenti, direbbe moltissimo sia a livello culturale e antropologico sulle tendenze di questo gusto squisitamente accademico, sia sulla crescita stilistica di alcuni artisti effettivamente bravissimi. Anche soltanto l’analisi delle tecniche e delle tematiche più ricorrenti nelle diverse sezioni della rassegna sarebbe infatti un interessantissimo scandaglio nel mondo estetico giapponese, in Occidente tanto ammirato quanto ancora poco conosciuto.

Nel complesso non posso non raccomandare una visita a questa sesquipedale rassegna. Le tendenze artistiche qui sviluppate non solo sono profondamente radicate nell’estetica giapponese, e quindi importanti per chiunque cerchi di capire il ‘cuore’ di questo popolo, ma sono interpretabili anche come specchio deformante del mondo occidentale. L’interesse verso l’Europa e l’Occidente esibito da tanti artisti giapponesi, che sembra concentrarsi su ricerche estetiche del passato (pur con le riserve da me espresse a proposito di una certa pervasiva sensazione di ‘già visto’), suggerisce che nella variegata e oceanica cultura occidentale siano celate potenzialità che solo una ricerca di ‘retroguardia’ è in grado di valorizzare. Ecco quindi che l’occhio più tradizionalista degli artisti del Nitten invita a un esame di noi stessi, alla scoperta di idee e visioni dimenticate che, nel rumorosissimo e invasivo presente mediatico, avrebbero ancora tanto da dare.

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