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Il vuoto dell’ultima campanella

Sempre più centrale è in questo periodo l’attenzione sulla didattica a distanza, la quale è stata oggetto in questi mesi di una discussione continua, alimentata da pareri di esperti, docenti, genitori, studenti ed intellettuali. All’improvviso, il mondo della scuola e dell’università, si è visto catapultato in una nuova realtà, nel corso della quale, pur di continuare a svolgere il proprio ruolo formativo, ha adottato nuove forme e modi di fare didattica. Un dibattito vivo, e ancor più attuale ora che si è superata la cosiddetta fase uno e ci troviamo in un’incerta fase due, senza sapere se a settembre potremo tornare tra i banchi, con la ripresa di una sorta di normalità, o se si protrarrà l’esperienza di questi mesi. La discussione relativa alla DAD interessa il mondo intellettuale perché apprendimento ed educazione sono un bisogno attuale che coinvolge il nostro modo di essere e di vivere, a prescindere da quanti ne enfatizzano gli effetti positivi, o ne evidenzino le criticità.

Nel libro intitolato Una solitudine troppo rumorosa, un uomo, in un magazzino di Praga, inforca e getta libri dismessi, che nessuno vuole più, in una pressa che li trasformerà in muti parallelepipedi pronti per essere accatastati e destinati ad un riuso che ne annulla la funzione originaria. «Pacchi di libri accatastati fin sopra le sponde, carichi interi che finivano direttamente al macero, senza che neppure una pagina imbrattasse occhi umani o mani o cervello umani o cuore». Bohumil Hrabal descrive la storia di Hanta, un uomo che in realtà ama troppo i libri, e che nel condannare al macero pagine non scalfite da nessun occhio umano, imprigiona su ogni pacco un libro aperto su una frase, un pensiero. La sua vita scorre così, in questa solitudine troppo rumorosa, in cui dialoga con le frasi di questi libri dismessi, in cui cerca nonostante tutto di salvarne la memoria e perpetuarne la bellezza, nella solitudine della società della modernità, che fagocita quanto non si adegua al ritmo del consumo e della produzione, del progresso.

La figura di Hanta è rappresentativa, per via di metafora, del ruolo svolto dalla scuola in questa fase emergenziale dettata dal Covid-19: una scuola che, in questa solitudine troppo rumorosa, ha visto i propri studenti abbandonare le aule scolastiche per rinchiudersi nella dimensione privata della propria camera, della propria casa, e che pertanto, ha saputo reinventarsi in chiave tecnologica, digitale. La didattica a distanza è nata in ambiente emergenziale come alternativa alla didattica tradizionale, con la finalità primaria di non lasciare soli i nostri ragazzi, per continuare a trasmettere loro la bellezza di quello che è il nostro patrimonio umano e culturale, e preservarne, come Hanta, la memoria, in un’idea di condivisione e di corresponsione ideologica e valoriale.

Si è molto discusso sulla validità o meno di questo nuovo approccio didattico, sulla efficacia o meno della classe virtuale come ambiente di e-learning, in sostituzione alla classe tradizionale e alla didattica in presenza. I docenti si sono attivati prontamente per convertire le proprie competenze in modalità interattiva, sono nate piattaforme apposite cui reperire materiali digitali, si sono utilizzati i supporti elettronici più disparati, da Classroom a G-suite, da app di messaggistica alle videoconferenze e alle mail, e anche il Ministero, sulla scia dei gestori telefonici che hanno attivato promozioni specifiche di navigazione riservate agli studenti, si è messo a disposizione per fornire pc, tablet, e devices utili all’apprendimento, per gli alunni che ne erano sprovvisti.

Insomma, si è cercato di non lasciare solo o indietro, proprio nessuno.

Ma una scuola a distanza quanto può essere utile? E soprattutto, seppur con grande dispendio di energie, si è riusciti nell’intento di colmare quel vuoto subentrato all’improvviso, nella vita dei nostri ragazzi? Un vuoto che non è soltanto un tassello mancante nella routine giornaliera di un comune studente, ovvero l’appuntamento quotidiano nelle ore mattutine del tempo- scuola. Un vuoto che non è solo segnato a livello simbolico dall’assenza del suono della campanella. Si è riusciti a colmare quel vuoto relazionale, quella reciprocità di scambi umani e sentimenti di cui tanto hanno bisogno oggi i nostri giovani, per riempire quell’abulia emotiva di una generazione sempre più digitalizzata, e sempre più sola?

La scuola, nel ruolo sempre più importante di ente formatore e di trasmissione del patrimonio umano e culturale, si può fare senza corpi? L’uomo è un animale politico, diceva Aristotele, e certo è che a scuola i ragazzi imparano principalmente la relazione: la relazionalità insegna a guardare dentro se stessi e a riconoscere all’altro un ruolo che nel gruppo classe si esplica con gli stessi diritti e doveri, ma è l’empatia quella che spinge l’individuo a cercare negli altri il riflesso dei propri sentimenti. L’idea che una didattica di questo tipo si possa ripetere una volta finita l’emergenza e che vada a integrare o a sostituire la didattica tradizionale, conferma la concezione sbagliata che alla scuola spetti una trasmissione arida di saperi, mentre sappiamo bene che senza interazione e interiorizzazione, la frantumazione delle conoscenze diventa nozionismo sterile, e l’io si scopre solo, senza fondamento. A sostegno di questa tesi è il filosofo Massimo Cacciari, che enfatizza la socialità come cardine essenziale dell’istituzione- scuola, la quale ha per compito fondativo l’educazione, e non solo l’istruzione. È di questi giorni la notizia di un appello, firmato da 16 intellettuali, tra cui lo stesso Cacciari, con cui si ribadisce la necessità della scuola tradizionale “in presenza”, la quale è basilare nel formare la coscienza civica e non può essere sostituita assolutamente da monitor e tablet. Per il filosofo, infatti, si rischierebbe di dare vita ad un nuovo modo di concepire la scuola, e con essa il valore dell’istruzione e dello statuto epistemologico delle varie discipline. In questi termini, anche la soluzione della didattica mista, con una parte di alunni in aula e un’altra fetta collegata da remoto, lascia aperti degli interrogativi: il modo di chi insegna in presenza, raggiunge con la stessa efficacia gli alunni a distanza? La gestualità, l’oralità, l’interazione tra l’io e l’altro, ovvero la comunità che partecipa di persona, coinvolgono allo stesso modo chi è dall’altra parte dello schermo?

C’è poi un altro aspetto da evidenziare: la rivoluzione digitale è ancora in corso, e molti, per lo più tecnocrati e uffici di marketing o veri e propri innovatori entusiasti, magnificano le potenzialità e i benefici dei nuovi strumenti elettronici anche in ambito scolastico, come sostituti del libro, o come nuovi ausili del fare cultura. Manfred Spitzer, neuroscienziato tedesco, lancia l’allarme fin dai titoli dei suoi saggi: Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi (Corbaccio, 2013); Solitudine digitale. Disadattati, isolati, capaci solo di una vita virtuale? (Corbaccio, 2016) e ancora: Connessi e isolati. Un’epidemia silenziosa (Corbaccio, 2018). C’è una epidemia ancora più grave del Covid-19, quella della solitudine dei nostri giovani, sempre più soli e più fragili, amplificata dall’uso – abuso alienante della tecnologia? E inoltre, la lettura su schermo può essere davvero efficace? Maryanne Wolf nel suo Lettore, vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale (Milano, Vita e pensiero, 2018) ha più volte denunciato l’impoverimento terminologico e la semplificazione conseguenti all’adozione di scritture digitali che, mettendo da parte il libro cartaceo e esplicandosi su tablet e devices, limitano l’attenzione a vantaggio della deconcentrazione.

E a risentirne maggiormente sono i più fragili. C’è da chiedersi se la scuola in questi mesi sia riuscita ad essere veramente inclusiva, o abbia amplificato le differenze sociali e di apprendimento. Quanti ragazzi, deprivati culturalmente e affettivamente, si sono salvati o hanno visto accentuarsi le loro difficoltà? Quella che per molti è solo una remota possibilità, perché inseriti in un ambiente protetto e sano, per altri è un destino annunciato, quando la scuola o la famiglia vengono meno.

E qui viene a farsi sentire quell’universo umano che porta noi docenti a cercare gli sguardi dei nostri studenti attraverso il vetro freddo di un monitor e di una fotocamera. E comprendiamo come la solitudine di questi mesi è un po’ anche la nostra, quando l’inclusione mancata diventa una sofferenza e una sconfitta della società democratica. Mi vengono in mente le parole del De Amicis di Cuore, tra utopia sociale e missione sociogenetica, con la scuola come elemento di unità identitaria e fonte di emancipazione sociale ed economica. Era un’altra Italia, certo, quella nascente e postunitaria, in cui però “la maestrina con la penna rossa” si trovava di fronte ad una galleria di tipi umani e valori morali, letti come base consapevole della nuova società. Oggi, il confronto non sussiste più, o sussiste in parte. Quegli stessi tipi umani infatti li troviamo di fronte a noi ancora, in una moderna società che si evolve sempre più velocemente. Li scorgiamo di sottecchi nel corso di una spiegazione, ne apprezziamo l’acume durante la correzione di un compito, impariamo a voler loro bene mentre ci pongono davanti le loro fragilità, e mentre li accompagniamo nella crescita, ci danno molto di più di quello che pensano. Ma tutto questo avviene in classe. Nella didattica da remoto, invece, quando non subentrano problemi di connessione o difficoltà tecniche, dominano il senso di inappartenenza, l’appiattimento, la monotonia, la demotivazione, e l’assenza di un contesto reale amplifica l’alienazione dei ruoli e li snatura di senso.

Resta ad oggi il vuoto dell’ultima campanella. Le classi sono vuote, e noi saluteremo i nostri alunni dallo schermo di un monitor.

laura.dangelo86@gmail.com

 

 

 

 

 

L'autore

Laura D'Angelo
Laura D'Angelo
Laureata in Filologia classica, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Grande appassionata di letteratura e filologia, ha condotto numerosi studi su Gabriele D’Annunzio e ha partecipato a convegni internazionali con interventi in lingua italiana e inglese. Interessata da sempre alla scrittura scientifica e a quella poetica, ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari di livello internazionale. Ha pubblicato tra l’altro L’Isottèo di Gabriele D’Annunzio e la poetica della modernità, nel volume collettaneo Un’operosa stagione. Studi offerti a Gianni Oliva, Carabba, Lanciano, 2018.