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«Ma chi può dirlo dove il teatro finisce e inizia la vita?»

Anna Magnani. Nannarella, Mamma Roma. E poi ancora La Lupa del Tevere, La belva, o soltanto La Magnani. Anna Magnani come Sora Pina di Roma città aperta (Roberto Rossellini, 1945), o come Gioconda Perfetti di Abbasso la ricchezza! (Gennaro Righelli, 1946), o ancora come Angelina, la popolana di Piatralata protagonista de L’onorevole Angelina (Luigi Zampa, 1947), o Maddalena Cecconi di Bellissima (Luchino Visconti, 1951), ma l’elenco potrebbe continuare e i volti e i nomi si sovrapporrebbero per riconfermarsi in quella congerie di ruoli e interpretazioni indelebili che hanno sancito la consacrazione di Anna Magnani ad essere una delle attrici più importanti della storia del Cinema italiano e internazionale.

Così, mentre abbiamo ancora negli occhi le immagini commoventi di quella corsa disperata dietro il camion tedesco, la caduta straziante che metteva fine al suo personaggio forse più famoso, mentre scorrono le immagini in bianco e nero di quell’Italia nascente, reduce dal dopoguerra e dunque colta nell’ebbrezza struggente della ricostruzione e del riscatto; mentre ripercorriamo come in un lungo flashback oppure al rallenty i siparietti di costume, i palchi dei teatri da rivista fino alle scene più acclamate e alle pellicole che hanno sancito la nascita del Neorealismo, per approdare a Cinecittà come cuore nevralgico di questo nuovo orizzonte, mentre dunque sfogliamo le pagine della memoria dai vicoli di Roma fino a Hollywood per scoprire con uno sguardo malinconico e un po’ disincantato un’Italia oggi totalmente cambiata, ecco che Anna Magnani ritorna con la sua grazia irridente, canzonatoria, profondamente umana, ritorna come l’artista simbolo di questo periodo fervido di cambiamenti e profonde trasformazioni.

Ad accendere di nuovo i riflettori sulla diva più amata del cinema italiano è Chiara Ricci, studiosa e critico cinematografico, Cultore della materia in “Storia del cinema e di filmologia” presso l’Università degli Studi Roma Tre e autrice di saggi sul mondo del cinema, che pubblica, a cinquant’anni dalla morte di Nannarella, il volume Anna Magnani. Racconto d’attrice, un’interessante biografia, o come meglio la definiscono Italo Moscati e Franco D’Alessandro rispettivamente nella prefazione e nell’introduzione, «un’analisi intuitiva, psico-emotiva», volta a ricostruire il senso di una vita sospesa tra cinema e teatro, una vita in cui palcoscenico e realtà perdono i propri contorni per risolversi in unità («Ma chi può dirlo dove il teatro finisce e inizia la vita?» dirà la Magnani in una intervista), in cui ogni personaggio interpretato non è altro che un volto della Magnani, un tratto caratteristico della sua indelebile personalità.

Anna Magnani, la Diva, o meglio l’Antidiva e la donna, l’attrice di teatro e quella cinematografica, l’attrice regina delle scene dietro la macchina da presa, che tuttavia s’imbarazza di fronte ai microfoni durante le interviste, la star internazionale, l’artista che affida alla voce e al suo essere profondamente umana il senso di una interpretazione che la voleva vicina al suo popolo, vicina al dolore della gente e musa di un amore come principio incipitario e fonte continua di ispirazione e del proprio essere. Chiara Ricci ripercorre i tanti volti di Anna Magnani cercando con sensibilità e acume critico in primis Anna, la donna e l’attrice di teatro e poi di cinema, in un volume agile e appassionato che vuole essere un compendio delle principali tappe della vita professionale della Magnani e allo stesso tempo lo specchio di un’umanità più vera e accorta, cantuccio privato e privilegiato da cui guardare all’attrice con una prospettiva inedita e con una nuova sensibilità: «Raccontare di Anna Magnani. Una delle attrici più importanti e significative che l’Italia abbia mai avuto. Una delle donne più rivoluzionarie, anticonvenzionali e indipendenti del secondo dopoguerra. Un’impresa davvero ardua […] Solo su un fatto mi permetto di soffermarmi: Anna Magnani è nata a Roma, «appartiene» a Roma» (pp. 23-24).
Anna Magnani simbolo del Cinema italiano, emblema della donna libera e liberata, che incarna tutte le contraddizioni di un’età di transizione, che rappresenta la femminilità nella sua dolorosa e passionale aderenza alla vita, è l’attrice che appartiene a Roma, l’attrice che si divide tra cinema e teatro, una presenza che resta fondamentale nella vita dell’attrice secondo la Ricci, e che pure abita le strade di Roma, le passioni e i drammi della sua gente: «Simbolo stesso di una grande nazione in rinascita, la Magnani era una parte essenziale della vita quotidiana italiana del dopoguerra, mentre si mescolava alla società romana di tutti i giorni o si divertiva sulla spiaggia del Circeo. Per decenni è stato comune vedere appeso alle pareti di quasi tutti i caffè e i bar di Roma un ritratto del Papa in carica e di Anna Magnani: era così importante per l’Italia e per gli italiani» (Franco D’Alessandro, Introduzione, p. 9). Dunque tanti ruoli e tanti volti, a partire da quell’asilo materno di via Salaria n.126, dove la Magnani nasce il 7 marzo del 1908, fino alla celebre Walk of Fame, al 6385 di Hollywood Boulevard, dove dall’8 febbraio 1960 riceve la sua stella, per una carriera lunga e significativa, che alterna riconoscimenti internazionali come il Premio Oscar alla miglior attrice (con La rosa tatuata nel 1956), candidature e nominations (ben cinque Nastri D’Argento e il Golden Globe, tra gli altri), numerosi film e pellicole di costume, spettacoli di teatro e aneddoti (come dimenticare la Guerra dei due vulcani con Ingrid Bergman e Roberto Rossellini), o i tanti amici di una vita, Totò, Pasolini, De Sica, Fabrizi, una costellazione di nomi e volti d’arte di un’Italia piena di luci e lustrini, entusiasta e logora già di quella modernità che cambiava mode e abitudini; ma tutti hanno celebrato la Magnani come un’attrice e una persona vera, affamata di amore, profondamente legata alla vita e al palco che di quella vita è specchio e continuazione, profondamente legata alla verità: «Il bisogno primario di Anna Magnani è la verità. La sincerità e l’onestà delle donne da interpretare sono il punto di partenza, la base su cui poter costruire la sua resa attoriale. Nemmeno sulla scena la nostra attrice ammette che si inganni e si ceda alla finzione». (p. 91).
Il libro si arricchisce di documenti e testimonianze, di una filmografia e scambi epistolari e stralci di interviste, per una ricostruzione seria e attenta dell’universo Magnani che scandaglia attraverso il racconto di una vita spettacolare un’epoca di contraddizioni e cambiamenti, senza dimenticare la donna, colta nel suo tragico quanto umano, troppo umano, esistere: «ecco…la Casilina, / su cui tristemente si aprono / le porte della città di Rossellini… / ecco l’epico paesaggio neorealista, / coi fili del telegrafo, i selciati, i pini, / i muretti scrostati, la mistica / folla perduta nel daffare quotidiano, / le tetre forme della dominazione nazista… / Quasi emblema, ormai, l’urlo della Magnani, / sotto le ciocche disordinatamente assolute, / risuona nelle disperate panoramiche, / e nelle sue occhiaie vive e mute / si addensa il senso della tragedia. / E lì che si dissolve e si mutila / il presente, / e assorda il canto degli aedi» (Pier Paolo Pasolini, La ricchezza, da La religione del mio tempo).

laura.dangelo86@gmail.com

L'autore

Laura D'Angelo

Laura D’Angelo è scrittrice e poetessa. Dopo la laurea con lode in Lettere classiche e Filologia classica, consegue un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Docente di materie letterarie, pubblica articoli accademici su riviste scientifiche e saggi in volumi collettanei, approfondendo lo studio della letteratura e della poesia contemporanea. Giurata in diversi Premi nazionali di poesia e narrativa, partecipa a convegni internazionali e svolge attività di critica letteraria, curando presentazioni di libri e interviste. Ha scritto per diverse testate giornalistiche ed è autrice di riviste culturali e letterarie. Tra i suoi testi scientifici: Dante o dell’umana fragilità, in «Sinestesieonline», a. X, n. 32, 2020; L’Isottèo di Gabriele D’Annunzio e la poetica della modernità, in Un’operosa stagione. Studi offerti a Gianni Oliva, Carabba, Lanciano, 2018; Gabriele D’Annunzio e le case della memoria, in Memories &Reminiscences; Ricordi, lettere, diari e memorialistica dai Rossetti al Decadentismo europeo, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Chieti-Vasto, 20-21 novembre, 2019, in «Studi medievali e moderni», a. XXIV – n. 1/2020; Music and Soul: Gabriele D’Annunzio and his Abruzzo Homeland, in Bridges Across Cultures, Proceedings, Vasto, 2017; Dante tra web e social network, in «Studi medievali e moderni», a. XXV – n. 1-2/2021; L’etica dell’acqua, in «Gradiva», International Journal of Italian Poetry, n.62/2022,  ed. Olschki, Firenze; La “Prima antologia di poeti dialettali molisani” di Emilio Ambrogio Paterno, in «Letteratura e dialetti», vol. 16, 2023; Da “Cuore” a L’appello” per una scuola dell’inclusione, in «Nuova Secondaria Ricerca», n.8, aprile 2023. Ha pubblicato inoltre il volume di prose poetiche Sua maestà di un amore (Scatole Parlanti, 2021), semifinalista al Concorso di Poesia “Paolo Prestigiacomo” e il volume Poesia dell’assenza (Il Convivio editore, 2023). Sta recentemente approfondendo lo studio della poesia e della letteratura molisana.