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L’atto creativo nella scrittura poetica di Michele Mari

Michele Mari (Milano, 1955) è un autore poliedrico: scrittore, poeta traduttore, filologo italiano, sperimentatore nell’ambito della fumettistica, professore di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Milano, collaboratore con il “Corriere della Sera”, la “Repubblica” e il “Manifesto”. Anticonformista rispetto ai tempi, non si è mai piegato all’aspetto pubblicitario, che ha vinto, invece, la letteratura di oggi: detesta i firmacopie, si concede a poche interviste e convegni. In questi, risponde alle domande con naturalezza, senza costruzioni artificiose, concedendosi a raccontare curiosità dell’ambito privato. Ha confessato di essere vinto da una smania di collezionismo: accumula costantemente oggetti. I suoi oggetti, che siano un pezzo unico o un prodotto in serie, diventano portatori di pezzi di memoria, e l’autore si rivede in questi, assumono significati personali ed esclusivi. La spiritualizzazione di un oggetto compiuta da Mari può ricordare la teoria della memoria oggettuale del filosofo idealista Johann Gottlieb Fichte (Rammenau, 1762 – Berlino, 1814): l’oggetto, estraneo all’Io, è investito dal proprio spirito.  La memoria oggettuale è uno dei nuclei della letteratura di Mari. Richiamo la sua autobiografia Leggenda privata (2017, premio Mondello 2018 e premio Brancati 2018), correlata da fotografie, collezionate anch’esse maniacalmente; sono trasposizioni visive di quanto scritto nell’autobiografia, riprendendo episodi ossessivi e sempre presenti della sua infanzia. Il suo esordio poetico è sancito dalla raccolta Cento poesie d’amore a Ladyhawke (2007), seguita da Dalla cripta (2019), prese in analisi in questo intervento.

L’atto creativo nella scrittura poetica di Michele Mari nasce da un senso di duplicità, da mostri doppi: è una leggenda privata, citando il titolo della sua autobiografia. È una poesia spirituale, in cui ritorna spontaneamente la complessità strutturale e metrica della tradizione poetica. I suoi studi, il materiale erudito acquisito, il mondo contemporaneo e le curiosità approfondite riaffiorano, infatti, nella scrittura in maniera totalmente automatica e naturale, non perdendo complessità strutturale. È una scrittura originale in cui la leggenda, ciò che appartiene all’ambito della tradizione erudita, si unisce al privato. Colpiscono gli ingenti richiami all’arte canonica, moderna e contemporanea: richiami biblici, della tradizione letteraria italiana e straniera, delle arti figurative, della filosofia e del mondo dei mass media. Come gli oggetti collezionati, questi richiami perdono alcuni aspetti dei loro significati originari, acquisendone di intimi e privati.

Cento poesie d’amore a Ladyhawke è un canzoniere iper-contemporaneo: cento liriche di un amore clandestino tra il poeta e una donna, sua ex compagna di liceo; ogni lirica compone la macrostoria della loro relazione, scoppiata in età adulta.  La passione cresce grazie a incontri fugaci, utilizzando l’e-mail come sistema di comunicazione, e termina con la decisione della donna di porre fine alla loro relazione. La lirica LXII Il nostro fidanzamento è morto sancisce la morte di una Laura di oggi: la donna muore nella finzione poetica di Mari. Seguono poesie dedicate alle sue disillusioni e al suo odio nei confronti della donna. L’amata viene rinominata dal poeta Ladyhawke, richiamando l’omonimo film del 1985 diretto da Richard Donner. Come il destino dei due innamorati maledetti del film, Ladyhawke, falco di giorno e donna di notte, e Knightfall, uomo di giorno e lupo di notte, le vite di Mari e della sua Ladyhawke non sembrano mai conciliarsi, destinati, quindi, a dividersi. Durante un’intervista condotta da Carlo Mazza Galanti, edita in Scuola di demoni: Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti (2019, Filigrana minimum fax) l’autore ha quasi ripudiato questa prima raccolta poetica, diventata fin troppo commerciale, criticando fortemente la pubblicazione di alcune liriche sulle piattaforme social.

In Dalla cripta, la seconda raccolta, Mari ha raccolto liriche scritte dal ’73 in poi, apportando solamente piccole modifiche di natura redazionale. Le suddivide in sette sezioni: Rime amorose; Altre rime, di questa sette sonetti compongono una sottosezione, intitolata Ghirlanda, riguardante la tematica del tempo; Esercitazioni comiche; Scherzi; Versi d’occasione; l’Atleide, un poemetto epico in endecasillabi sciolti dedicato a Mark Hateley, giocatore della squadra calcistica Milan nella metà degli anni ’80. In questa sezione si evince la sua forte passione: da tifoso, il calcio acquista quasi un’aurea sacra, epica e mitica. Chiude con la propria versione del canto XXIV dell’Iliade, in endecasillabi sciolti, evidente richiamo alla sua tesi di laurea, riguardante Monti e la sua traduzione dell’Iliade.

L’immagine della cripta assume un duplice significato: è il suo luogo oscuro, il proprio caos; Mari scava nel mondo della cripta, in questo caos interiore, dandogli forma attraverso l’espressione poetica. Il suo atto creativo è ispirato dall’essenza di questa letteratura sotterranea, che si concretizza nella sua forma più pura e disturbante. La cripta rimanda anche ad un luogo solenne, un sacrario, in cui sono racchiuse la lingua e le strutture della tradizione letteraria italiana, che egli recupera nella scrittura. Il recupero si attua tanto da un punto di vista di ricalco (in alcuni casi si richiamano importanti incipit, come nel V sonetto della sottosezione Ghirlanda, che esordisce con «Forse perché della fatal quiete») quanto da un punto di vista lessicale e metrico. Il linguaggio è alto, colmo di forme auliche, latinismi, dialettismi, forme onomatopeiche, unito ad espressioni moderne. L’utilizzo della metrica della tradizione italiana è evidente: escludendo L’Atleide e la versione del canto XXIV dell’Iliade, in cui il poeta adopera endecasillabi sciolti, di cinquanta componimenti quarantadue sono sonetti, con una vasta presenza dell’endecasillabo; nelle restanti liriche si alternano sestine, canzoni, settenari, ottonari e versi liberi. La sua originalità risiede proprio nel riproporre in maniera automatica e naturale una lingua morta, avvertita estranea e lontana, come ha espresso Mari durante una presentazione del 2019 di Dalla cripta. Si ricorda il paradosso di Manganelli: quando una lingua si definisce espressivamente morta, questa ritorna viva, riacquista la sua luce. La lingua alta e aulica della tradizione resuscita nelle sue poesie, richiamata dall’autore dalla cripta, da uno stato luttuale.

Le poesie di Cento poesie d’amore a Ladyhawke e Dalla cripta sono all’insegna della duplicità: sono sentimento e struttura. Il sentimento è la carica spirituale di cui la poesia è investita, e la struttura è la cura formale, linguistica e stilistica. Qualsiasi sia l’aspetto, l’atto creativo della scrittura poetica di Michele Mari è autentico: non c’è nessuna artificiosità, tanto nell’inserire il proprio sentimento di vita, il proprio caos che fuoriesce dalla cripta, quanto nell’utilizzare forme linguistiche e metriche classiche. Grazie ai suoi studi e alla sua erudizione, scrivere attraverso forme classiche è per il poeta naturale e automatico, quasi l’unico modo poetico per esprimersi. È un atto creativo che si basa quindi su due livelli di autenticità, che si bilanciano nel testo: autenticità sentimentale e autenticità strutturale.

Nella prima raccolta il peso della bilancia tra le due autenticità grava sulla componente sentimentale: la pulsione interiore domina la scrittura; l’autore è vinto da questa e ne trasmette la forza e l’immediatezza, tanto da un punto di vista contenutistico quanto stilistico. Le liriche sono praticamente prive di punteggiatura, il poeta utilizza versi liberi e un lessico moderno e prosastico, con rare inarcature di lessico alto. Probabilmente lo stile maggiormente discorsivo e immediato dipende dalla genesi delle liriche: il loro fine non era la pubblicazione in una raccolta, ma di essere inviate all’amata tramite e-mail, o come sfogo liberatorio per la fine del rapporto. La decisione di costruire una raccolta è presa in un secondo momento, quasi per dare senso ad una relazione che sembra non essere mai esistita. Al contrario della forma moderna, i richiami alla tradizione biblica, greca, latina, italiana, straniera, agli eventi storici, alle arti figurative e al mondo contemporaneo sono numerevoli. Si ricorda il sopracitato Ladyhawke, a cui si ispira l’antroponimo dell’amata. Ricordo altre liriche i quali riferimenti sono stati trovati dal sottoscritto maggiormente interessanti, in cui prevale un fine ironico: in Se aveva ragione Cavalcanti, lirica XII della raccolta, il poeta richiama la poetica di Cavalcanti, secondo la quale lo spirito si mette in viaggio alla ricerca della persona amata; nel caso del poeta, lo spirito viaggia tra le reti dell’internet, in riferimento all’e-mail inviate alla donna. In Come Kokschka, lirica LXV, il poeta si eguaglia al pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoscka, ricordato in questo ambito per la sua curiosa commissione di farsi fabbricare una bambola assomigliante alla Alma Mahler, compositrice e scrittrice austriaca. L’amore di Mari, a causa della separazione dalla donna, al contrario di Kokoscka, non potrà mai avere un vero coronamento, infattibile anche con il fantoccio di lei.

L’inserimento dei riferimenti all’arte classica, moderna, contemporanea e al mondo odierno, nelle cento poesie, è attuato da Mari seguendo una direttiva nuovamente doppia, rispettando due principi, strettamente connessi: il principio di equivalenza e il principio di funzionalità. Tutti i riferimenti sono equivalenti, Mari non nutre nessuna discriminazione per l’arte e il mondo contemporaneo, fondendoli perfettamente nell’atto creativo con i richiami alla tradizione letteraria (come avviene in Se aveva ragione Cavalcanti). Ogni riferimento inoltre, per il secondo principio, deve essere funzionale al discorso del poeta, a ciò che egli vuole comunicare e al significato che vuole dargli.

L’atto creativo di Mari raggiunge l’equilibrio tra autenticità sentimentale e autenticità strutturale in Dalla cripta: è una scrittura automatica di esperienza privata e di perfezione stilistica, in cui spirito e struttura si bilanciano perfettamente. Si ricordano motivi riguardanti rapporti personali in l’Anacreontica per nozze, un’anacreontica di quartina di settenari semisdrucciuole che apre la sezione Versi d’occasione, scritta da Mari per le nozze di Paola Melo e Fabio Danelon, immaginando il loro amore in un’ambientazione arcadica. Non mancano gli intenti parodici: in Ripassano inesausti gli argomenti, un sonetto continuo, seconda poesia di Altre rime, Mari sbeffeggia i candidati di un concorso di insegnamento alle scuole secondarie di secondo grado, richiamando gli autori italiani ripetuti in modo estenuante. È brillante, infine, il Lamento di Gianciotto Malatesta, con versi sciolti, quinta poesia di Scherzi: Mari dà voce a questo personaggio, rimasto nella finzione poetica inascoltato. Il perfetto equilibrio tra sentimento e spirito è raggiunto, però, solamente nell’Atleide: spinto dalla sua componente affettiva, quasi devozione religiosa per la squadra milanista, grazie alla propria erudizione e alla naturalezza di scrivere in endecasillabi sciolti, Mari ha trasformato il suo caro mondo calcistico in un poemetto mitico ed epico. La trasformazione si attua tanto da un punto di vista contenutistico quanto linguistico. Modifica, per esempio, i nomi di calciatori e di squadre calcistiche, dando loro un’impronta mitica-epica (richiamo le trasposizioni di Mark Hateley, reso Atlide, la squadra Milan “Rossonero” resa Eritromelio).

L’equilibrio tra autenticità sentimentale e autenticità strutturale decreta il successo di Mari e la sua originalità. Il suo mostro doppio, il sentimento e la struttura, è autentico, e in quanto autentico è percepito come verità. È vero tanto il suo caos sotterraneo, quanto la complessità stilistica e linguistica, presente in modo naturale e automatico, senza alcun fine mimetico. Il lettore è colpito da entrambi gli aspetti di questa verità, considerata una novità nel panorama letterario: il caos espresso attraverso uno stile definito da Mari morto è quanto c’è di più vivo nella nostra letteratura iper-contemporanea.

nellocosta97@gmail.com

 

 

L'autore

Antonello Costa
Antonello Costa
Antonello Costa, classe ’97, si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli di studi di Roma “La Sapienza” nell’anno 2018/2019, con tesi dal titolo “Uomini e no e Dalla parte di lei: tra segni neorealisti e riprese isotopiche”, con relatore il docente Tommaso Pomilio. È collaboratore, curatore, relatore della rivista online “L’Incendiario”. Usando lo pseudonimo Avi, pubblica su questa i suoi racconti inediti. Sta concludendo gli studi del corso di laurea magistrale in Filologia moderna nel medesimo ateneo.