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A proposito di Carrusel di Berta Dávila

Attorno a questo Carrusel (Vigo, Galaxia, 2019), fresco vincitore del premio García Barros nel 2019, ruota una narrazione in prima persona che ordina numericamente il percorso vitale della protagonista, segnato in molti momenti dal peso della soggettività, perché è questa la materia con cui si costruisce l’esperienza. Fra questi c’è la morte, la nascita di un figlio, la definizione dell’identità, la ricerca dell’equilibrio in lotta con il nomos psicologico, e il mestiere di scrivere. Ed è proprio la considerazione che si ha di questo mestiere come un’altra via per stabilire una successione altrettanto valida rispetto a quella fissata dalla matematica, ciò che rende questo romanzo un artefatto speciale. Vi sono una serie di stilemi attorno ai quali gira questo carosello, che anzi li accoglie sottoforma di spirale, in quanto si sviluppa come progressione: il viaggio di andata e ritorno dal presente all’infanzia, le collezioni, le scatole musicali, gli oggetti persi, le mani, la simbologia dei numeri, le fotografie e la presenza constante di alcuni personaggi aprono le porte della relazione della protagonista con il mondo. La costruzione del libro, come categoria e non come esemplare unico, è un altro degli elementi portanti della narrazione, sebbene possieda la leggerezza di una linea immaginaria. Il linguaggio, fra la sincerità scarna e la ricchezza di immagini, la presentazione in secondo piano di situazioni e personaggi che finiscono per occupare in seguito il centro della scena, la realtà che si riflette negli specchi, pozze d’acqua o vetrine fanno sì che questo romanzo breve in pagine sia generoso in quanto a significato. E tutto ciò con la scorrevolezza di un giro di giostra. Per esempio, la percezione che la bambina di otto anni ha dello stato d’animo dello zio Carlos dipende dal colore delle sue nocche, che determina anche la posizione esistenziale della narratrice durante le ore successive: “Se le sue nocche sono troppo rosse, passiamo poco tempo insieme e lo zio Carlos mi rivolge a malapena la parola. Con le dovute differenze, mi tratta come se fossi una gatta di angora con un brutto carattere. Se sono dure, ha bisogno di parlare con mamma. Quando sono spellate lo zio Carlos di solito si chiude nella stanza dove è morto il nonno”.

Questo romanzo era molto atteso dopo il successo di O derradeiro libro de Emma Olsen (Premio de Narrativa Breve Repsol 2013). Anche Carrusel risulta altrettanto commovente, duro, sorprendente e crudele come il precedente. Così illuminante rispetto alle verità che celano le frontiere. Così sincero nel momento in cui affronta la malattia. In entrambi i romanzi si propone la stessa scommessa per una scrittura che in fondo consiste nel dare nome agli indizi dai quali la vita ci osserva.

(traduzione di Marco Paone)

L'autore

Inma Otero Varela
Inma Otero Varela
Inma Otero Varela (Carral, 1976) è attualmente professoressa di Lingua e letteratura galega nelle scuole superiori. È stata lettrice di galego nell’Università “La Sapienza” di Roma dal 2003 al 2008. Collabora come critico letterario in “Grial” e “Novas do Eixo Atlántico*. Ha pubblicato studi sulla narrativa galega in svariati volumi e riviste scientifiche (“Critica del Testo”, “Anuario de Estudos Literarios Galegos”, “Boletín Galego de Literatura).