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Vanni  Scheiwiller e il libro come fucina d’arte e poesia

In questa valle dove siam giunti amici
La notte desiata il riposo ci aspetta.
Aspre lucenti in cielo
Già appaiono le stelle.
I nostri ebbri cavalli
Ora possono sognare.
Fissano nell’aria – ferme le criniere
Il volo misterioso degli uccelli.
Gli angeli custodi – si sono seduti.
Nessuno osi varcare
La soglia della notte.

Fausto Melotti

 

Vanni Scheiwiller era dotato di un modo di commuoversi speciale, carico di allegria, di quella risata contenta che liberava quando con stupore si trovava davanti un dipinto immediato ma di sapiente densità strutturale, una scultura leggera frutto della ricerca e della continua sperimentazione, di quella disciplina interna ereditata dal padre e coltivata con apparente noncuranza, un bel libro rintracciato dall’antiquario di turno, in tutte le città non solo italiane, un’incisione semplice e misteriosa, la bomboniera di Melotti per il suo matrimonio con Alina, il gioiello in avorio e il boccale decorato da Consagra, il grappolo d’uva modellato in terracotta da Ortega, il sole sorridente in ceramica di Raffaele Spizzico, i cavallini-alfabeto di Giovanola, il calendario di Bradley, i piccoli oggetti usciti dalla bottega dell’ultimo artigiano ancora legato ai temi della quotidianità: presepi costruiti in tufo, terracotta e paglia, timbri da pane,  zufoli di canna istoriati con ferri incandescenti, cucù policromi di Tommaso Niglio, fusi in legno, per la filatura a mano, con l’omino a torcersi come il gomitolo di lana.

Che di disciplina si trattasse, di intelligenza calibrata, di pazienza e di passione (e non di manie o di eccentricità), di equilibrio (il padre di Vanni aveva un vero e proprio debole per l’arte), lo si vede nelle opere sui muri della sua casa milanese o sui tavoli ingombri di carte e cartelle, nelle vetrine o nelle cassettiere, messe insieme in parallelo con il libro appena stampato, possibilmente da Lucini o da Mardersteig, fondendo i materiali – parole, immagini, carta, inchiostro, incisioni originali scelte non casualmente, per le cinquanta o cento copie di testa – in un unicum di interdisciplinarità che è rimeditazione di valori, spontanea dichiarazione d’amore, miracolo di semplicità dopo molteplici prove.

«Nella sua mano il libro vive come la conchiglia del mare», ha scritto Raffaele Carrieri. Vale anche per l’opera d’arte o di artigianato, attento a quella cultura dell’anima da somministrare come antidoto, attraverso veicoli privilegiati, tali da imporre correzioni di rotta nel panorama desolante di certa editoria, ad esempio quella già patrocinata dagli istituti di credito che nella collana “Antica Madre”, curata da Giovanni Pugliese Carratelli, ha visto il pendant di “Arte moderna italiana” voluta da Giovanni Scheiwiller cinquant’anni prima.

Vanni, nella scelta dei suoi poeti (da Pound ai Novissimi, a Marin, Pierro e Loi), come dei suoi artisti (da Wildt a Melotti, da Fontana alla neoavanguardia, a Panek e a Katarzyna Kobro, a Tancredi e a Della Torre, a Azuma, Dekkers e Schoonhoven) o degli artisti che scrivono e dei poeti che dipingono, «snobbati dal sottobosco letterario e artistico italiano», protagonisti e comprimari, eretici e esploratori, trasversali e non ufficializzati, noti e dimenticati, bocciati o ignorati, fotografi compresi, praticando il gioco antico-moderno, passato-futuro, quindi fuori dal coro delle mode imperanti, non esclusa la monumentalità, si muoveva, sull’insegnamento paterno, con lo stesso criterio, precedendo la fama e arrivando prima dei grandi premi, Nobel o Biennale di Venezia compresi, senza tralasciare le tendenze più interessanti della contemporaneità. Non è un caso che il suo ultimo libro, uscito subito dopo la sua morte, sia 12 poesie x 12 scultori, e l’ultima sua scultura inutile sia l’omaggio in carta rigorosamente bianca dedicatogli dall’artista salentino Daniele Papuli: cercava assonanze, vibrazioni, leggerezza, armonia, concentrate in altrettante piccole briciole di creatività, in bronzo, pietra, creta, ceramica, legno, cartapesta, da portarsi, possibilmente, in tasca così come, paradossalmente, pensava a libri concentrati in pillole da inghiottire con un bicchiere d’acqua.

Non poteva essere altrimenti per chi, in una memorabile pagina del 1969 per i robot di Elio Jorge Roccamonte, firmatario del “Manifesto Blanco” di Fontana, aveva scritto: «Da per tutto i robot tra noi, tra breve: un robot tiene la critica d’arte sul ‘Corriere della sera’ a Milano, un altro la critica letteraria sulla ‘Stampa’ di Torino. Due robot fanno all’amore su un letto d’oro a Cinecittà, un altro commentala politica italianaalla TV. Un robot fiammeggiante e distinto dipinge quadri neorealisti per Guttuso e manda lettere all’‘Unità’ per riabilitare Stalin contro Felice Chilanti. Un robot ferrarese scrive romanzi per Bassani, futuro Premio Nobel. Un altro gira per Antonioni ‘La Califfa’. Un robot canta per Claudio Villa, un altro fa le regie per Strehler (solo Brecht). Uno corre per Gimondi (e vince), un altro gioca per Mazzola (e segna), ecc. ecc. ecc. (Un robot piccino piccino si prepara a vincere il Premio Strega, e uno più grandino il Campiello). Presto o tardi saremo tutti sostituiti dai robot: uno dirigerà ‘Quindici’ per Rizzoli; un altro, editoriale, fonde e confonde il Fratelli Fabbri col Pesce d’Oro. C’è il robot tecnopolitico che condanna ‘Il Manifesto’; quello tecnoeditoriale uccide ‘Il Saggiatore’. Assolutamente vietate, dai robot, le edizioni numerate: il robotocalco al posto del torchio di Mardersteig. Divertiti, divertenti? Sono tutti robot, siamo tutti robot?’ Roboscientisti, robotecnici, roboministri, robotartisti, robomercanti, robocollezionisti, roboumanisti, robonanisti, robofascisti, robopopulisti, robocontestatori, roboindustriali, robotattori, roboscrittori, robottane e roborastri, comunque tutti robogerati».

Il suo catalogo, fermo restante la fedeltà alle amicizie e agli affetti (Wildt, Melotti, Belli, Silvano, Alina, Zavattini, Consagra, Viviani, Savinio, Regina, Messina, Longanesi, Giovanola, Fontana, de Chirico, Calderara, Bartolini, Roccamonte, Strazza, Napoleone, Manzoni, Agnetti), era alla ricerca del buon lettore da conquistare, in anticipo sui tempi, con “libri sommersi”, sull’esempio dell’editore ideale di gobettiana memoria, creatore dal nulla, a contatto ma anche suscitatore o rinvigoritore di movimenti di idee. Due esempi per tutti: il recupero del Futurismo, visto, a quel momento, come una corrente da dimenticare, e l’Antologia impopolare del 1966, con testi da Balestrini a Tomizza, passando per Dacia Maraini, Antonio Pizzuto e Adriano Spatola, e disegni da Bartolini a Viviani, con soste su Lardera, Franchina e Spacal. Più “impopolare” di così…

La sua collezione, inutile nell’accezione prezzoliniana, nata camminando a fianco degli artisti, frequentando con metodo i loro studi, dormendoci in più occasioni, trovandosi lì quando attorno si era fatto il vuoto (e penso ad Antonietta Raphaël nella sua casa-studio di via Orti della Farnesina, a Roma, con in mano il n. 63 della collana “Arte Moderna Italiana” dedicato alla sua scultura, festeggiare felice il 1971 che se ne va; o a Mario Mafai, ricordato nel decimo anniversario della sua scomparsa con un volumetto, che apre una nuova collana, sui disegni satirici del 1930-1932; agli ottanta anni di Maccari, il 24 novembre 1978, festeggiati con un libro sui disegni di oltre mezzo secolo, una mostra e una cena esclusiva da “Augustarello al Testaccio” con relative danze sopra e intorno ai tavoli); lottando insieme per un impegno civile nato da un giudizio sulla società, “utilizzabile” solo per gli scopi che l’artista si prefigge, privo di qualsiasi mediazione ideologica se non il colloquio immediato (mi riferisco alla scultura frontale di Consagra che, proprio a Matera, nel 1978, si trovò i Sassi come interlocutore reale per riscontrare quanto si veniva a porre, a mano a mano che si addentrava nella necessità e nella funzione della città, nelle cose che ti aiutano a capire e avivere, e Vanni pronto a pubblicare il piccolo catalogo (n. 31 della “Nuova Serie Illustrata”) con il conforto di Sinisgalli corso in aiuto dei vincitori. Chi ha ascoltato Consagra, 41 anni dopo, “Matera 2019” imperante? «I Sassi, che sono oggetto integro e uno nella storia del necessario umano alla sopravvivenza, nella loro irripetibilità ma anche come creazione armonica del minimo fuori dell’artificio e che diventano una presenza sempre più attiva del pudore culturale  e del garbato essere al naturale, vanno difesi così come stanno».

Gli artisti amano veder coinvolto chi è pronto a comprenderli (basti pensare alla difesa di Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline, Julius Evola, Ernst Jünger, Robert Brassillach, Eugenio Montale, spesso scomunicati o maltrattati, e ad Azuma, Calderara, Ho-Kan, Savelli e Ciarrocchi costantemente nel limbo), perciò Vanni si è proposto con passione come la continuazione ideale delle loro fantasie che, tramite un volumetto, diventano bene collettivo, un rinnovato uso creativo di forme nella realtà delle città nella quali si era fatto pellegrino. Per di più, stampare un libro con Vanni significava ottenere un passaporto che ti apriva a un’amicizia senza scadenze. Altro che “editore di scorta”, come scherzosamente si autodefiniva, sapendo con naturalezza curare i rapporti personali, nutrendoli di svariate curiosità intellettuali condite di umorismo e ironia, sempre disponibile ad aprirsi ad altre culture (dalla polacca alla cinese, cibi compresi) per poi diffonderle tra amici ed estimatori del “Pesce d’Oro”.

Ecco, allora, in mezzo secolo di storia, una delle più singolari nella cultura del secolo appena trascorso, la “rete ferroviaria” di Vanni, con vagoni-ufficio che  hanno arricchito un archivio, autore per autore, città per città, da Bolzano a Palermo, da Parigi a Cracovia, e uno scaffale di libri d’artista.

La passione per il libro d’artista, condivisa per mezzo secolo, accomunava, per accendere la polemica, un collezionista tenace come Leonardo Sinisgalli e partiva sempre, ad ogni occasione d’incontro, dai testi che non erano alla portata delle nostre tasche ma che riassumevano le nostre aspirazioni e, soprattutto, da un lato realizzavano quella sintesi delle tre arti poi raramente raggiunta e dall’altro si facevano oggetto da vedere, da ammirare: per l’armonia che si veniva a creare tra i caratteri, la composizione del testo, l’impaginazione, le xilografie che ornavano la geometria perfetta delle parole. Non avevamo bisogno di citare il Sogno del Polifilo, attribuito a Francesco Colonna, ovvero l’Hypnerotomachia Polifili del 1499. Sinisgalli sì, e lo faceva con l’irruenza che gli era propria. Perché i due “ragazzi” avevano dimenticato, proprio per quel rapporto fondamentale testo-illustrazione, i quattro libri dell’architettura dell’amato Palladio. E che avevamo da dire sulla Gerusalemme Liberata con le tavole del Piazzetta o sulla Divina Commedia illustrata da Doré, «tanto per arrivare all’epoca di nonno Wildt»?

Vanni sorrideva alla provocazione di Leonardo ma preferiva ritornare sulla grande tradizione italiana del Rinascimento piuttosto che parlare di Doré, e poi di De Carolis e di Sartorio; accettare la gara che la parola accende con l’immagine (e viceversa) nel rapporto Bontempelli/Martini e Ungaretti/Fontana, Apollinaire/Zadkine e Apollinaire/Dine, Cioran/Chillida e Villa/Burri, Belli/Melotti e Pound/Melotti; penetrare, ancora una volta, in quel grande laboratorio di ricerche che è il libro d’arte dove poeti e artisti si confrontano, si sfidano, si misurano, si inseguono, si nascondono, si commentano a vicenda, colloquiano o si fanno soltanto compagnia. Riascoltando L’après-midi d’un faune di Mallarmé pubblicato da Derenne nel 1876 o l’Ode a Lucio Fontana di Sinisgalli del 1962, dove la memoria di una giovinezza lontana si ricompone in un taglio deciso dell’artista che completa le tentazioni e le suggestionigrafiche del poeta.

Vanni le azzardava tutte, senza inquinare il “prodotto” con considerazioni non strettamente culturali, per far circolare i suoi libri in più occasioni privi di distribuzione. L’importante era conservare quella centralità culturale che lo scambio reciproco di esperienze tra gli artisti  e gli scrittori, i valori di una presenza esaltante  fissati dall’immagine, anche isolata, anche volante, da sottoporre a un esame formale, da palpare, odorare, vedere. In più circostanze, soprattutto dove visione e lettura andavano di pari passo, lo stimolo era reciproco: vedere per leggere.

La sensibilità dell’editore (e tutti sanno di quale livello fosse l’artigiano Vanni, proprio quando la strada della realizzazione si faceva impervia o scoscesa) giuoca un ruolo determinante nel fondere testi di qualità, scegliere la carta e i caratteri,  il colore dell’inchiostro, la pagina come specchio del gusto, dell’invenzione e dell’ethos, i margini (basterebbe far sfilare, in cronologia, i mille frontespizi da lui provati e riprovati, prima di arrivare all’improvvisa scelta definitiva), con le decisioni di allegare, avendo magari a fianco gli amici della Stamperia Valdonega o Giorgio Lucini, le litografie di Giuseppe Capogrossi,Gérard Schneider, Graham Sutherland, Vittorio Tavernari, Edoardo Arroyo, le incisioni di Antonietta Raphaël, Camille Bryen, Assadour, Renzo Vespignani, Bruno Cassinari, Francesco Messina, Mario Nigro, Giuseppe Zigaina, Lorenzo Guerrini, Tono Zancanaro, Arturo Bonfanti, Giò Pomodoro, Gastone Novelli, Ennio Morlotti, Luigi Guerricchio, Ruggero Savinio, Primo Conti, Marcello Mascherini, Carlo Nangeroni, Nino Ricci, Bruno Conte, Giulio Turcato, Assadour, Antoni Tapies, Giulia Napoleone, le xilografie di Mino Maccari, Luigi Spacal, le serigrafie di Antonio Calderara, Mauro Reggiani, Mario Radice, Narco Gastini, Niki de Saint Phalle, capaci, spesso, di imporsi prepotentemente al testo o di andare per la propria strada e incontrarsi all’improvviso, dopo anni di sedimentazione nei depositi, negli archivi, nelle biblioteche o, avulse dai testi, sulle pareti di una stanza. A guardar bene, la storia di queste immagini non è poi la storia dell’incisione del XX secolo raccontata da Vanni con la discrezione che gli era propria e con la partigianeria e la non obiettività che lo contraddistinguevano?

Ricerche e studi, versi inediti, riedizioni di testi antichi, traduzioni, strenne, spesso testimonianza dell’amicizia tra l’editore, lo scrittore e l’artista, attestano l’impegno e l’inventiva di Vanni nel corrispondere a una più vasta richiesta di conoscenze, anche di carattere regionale, e a porsi di fronte alla complessità dei problemi affrontati, anche di natura economica, come può farlo solo chi conosce bene il vasto intreccio degli elementi di quell’organismo che è il libro: dalla copertina al titolo, alla prefazione, all’indice, per non parlare di tutto quanto riguarda lo specifico elemento visivo legato al volume, alle forme che lo compongono, alle immagini che riempiono gli spazi e i margini bianchi cercati dalla poesia, alle figure che si rovesciano in parole e viceversa, a ciò che, coinvolgendo le capacità del tipografo e del regista, questo volume rende bello e festoso: uno scrigno di emozioni.

 

 

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