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Rimbaud l’arabo

Può in verità tacere soltanto chi ha da indicare la strada
e ha indicato ciò con la forza della parola che è stata a lui conferita.
Questo tacere è un’altra cosa rispetto al mero ammutolire.
Il suo non-più-parlare è un aver-parlato.
Martin Heidegger, Rimbaud vivant (1972)

Noi abbiam proposto il Pegno ai Cieli e alla Terra e ai Monti,
ed essi rifiutaron di portarlo, e n’ebber paura.
Ma se ne caricò l’Uomo, e l’Uomo è ingiusto e d’ogni legge ignaro!
Corano, XXXIII, 72

Quando a Marsiglia, alle dieci della mattina del 10 Novembre 1891, Arthur Rimbaud muore, la sua misteriosa metamorfosi era già avvenuta. Il volto perfettamente ovale d’angelo in esilio s’era fatto ossuto, arso dal sole e dagli implacabili elementi, degno di una nigredo. Ha da compiersi solo l’ultima trasmutazione. Rimbaud sogna per l’ultima volta l’Arabia Felix, le sue coste maledette, eppur sapendo di morire, ormai immobilizzato dall’amputazione della gamba e sommerso dalle visioni, sognava Aden, la città che Marco Polo nel suo Milione descriveva come «porto ove tutte le navi d’India capitano co loro mercantie, che sono molte». Avrebbe infatti voluto riposare lì per sempre, di fronte al mare sommo dove i suoi occhi grigi si erano un tempo perduti. Nella riva del mare di quell’arido e torrido spettro chiamato Aden, nel quale come scriveva Ibn Battuta nella sua riḥla « non crescono né cereali né piante e non c’è acqua», di quell’oscuro vulcano nelle cui mura dicevano esservi la tomba di Adamo e che egli un giorno aveva sentenziato essere il luogo più noioso del mondo. L’ultimissimo trapasso di colui che Ardengo Soffici aveva definito nella sua caleidoscopica autobiografia datata 1911 come un « ebreo errante della poesia e del sogno », non poteva che compiersi vagheggiando un’altra fuga. Il voyant aveva da tempo detto addio alla letteratura, a Parigi (« un ventre! »), a Verlaine e ogni letteratura, cessato di creare, per fare forse di se stesso nietzscheanamente un capolavoro. C.B. avrebbe aggiunto – non sbagliandosi – capolavoro e mancato.

Eugenio Montale fu nel 1917 un lettore attento del saggio di Soffici, definendo come « felice la spiegazione del trapasso dal Rimbaud poeta al Rimbaud mercante ». Il congedo dalla stantia Charleville rappresentava il saluto definitivo ad un’esistenza inautentica, ormai priva di senso. Sì, è un Rimbaud disgustato dalla vita di bohémien quello che lasciò l’Europa nel Marzo 1880 per l’Oriente, che eleggerà a sua « patria spirituale ». Arsa l’opera Une saison en enfer, paradosso o destino. Mistero che ha sempre coinvolto i suoi lettori, era bruciato anche il poeta sublimemente dannato? Emil Cioran, pensatore vissuto col rimpianto di non essere poeta, è chiaro e tranciante nella pagina datata 21 Ottobre 1972 dei suoi Cahiers. Rimbaud ha iniziato dalla fine, non poteva «continuare». Se tutto si rivela anormale in lui, niente di inconcepibile si trova nel suo tacere. Ormai libero, nel Marzo 1880, il bateau ivre era salpato per un nuovo ordine di esistenza, come nota Cioran «in una condizione che si può capire meglio con le categorie dell’ascesi che non con quelle della letteratura». In questo modo descrive l’evento Ardengo Soffici:

Ed eccolo in quelle contrade splendide e spaventose che aveva tanto agognato. A lui ora l’agire, il vivere, l’ubriacarsi di sole, d’indipendenza, l’arricchirsi in tutti i sensi, il mettere in atto le sue possibilità riposte d’uomo che ha superato se stesso. E prima di tutto niente dandismo, dilettantismo, sentimentalismo, romanticismo, letteratura. La realtà presa di fronte, guardata negli occhi, abbracciata e sottoposta sia come amante sia come nemica. Amleto, Baudelaire, sono guariti, hanno avuto il coraggio di spingere fino alle ultime conseguenze la loro disperazione, le loro aspirazioni, e si trovano in un mondo nuovo. Si son fatti avventurieri e mercanti. Ora è la lotta a corpo a corpo, non più con le parole e i pensieri, ma con le cose e con gli uomini, le quali e i quali che altro sono poi, in fondo, se non quelle stesse parole e quelli stessi pensieri solidificati e incarnati? Tutto non è forse identico, davanti allo spirito e nelo spirito? Avanti dunque! E Rimbaud affronta il nuovo destino.

Dobbiamo ad un altro testo, sempre italiano, pubblicato nel 1993, la migliore disamina su questo novello destino. Quello del Rimbaud arabo. Opera che per una sfortunata coincidenza, il fallimento della casa editrice Guida, rimase troppo a lungo sconosciuta, intitolata Rimbaud in Africa, rappresenta un vero e proprio opus magnum e condensa lo sforzo durato una vita di Carlo Zaghi, storico conosciuto nel campo degli studi storico-politici relativi all’Africa e al colonialismo europeo. Straordinario tributo a una passione, quella rimbaldiana – che nasce nell’autore agli inizi degli anni ʻ30 e fu incoraggiata anche dal filosofo Benedetto Croce – il testo attraverso diverse testimonianze inedite ricostruisce un periodo cruciale e oscuro della vita di Rimbaud, che ci disvela un volto nuovo dell’uomo, irriducibile ai giudizi, colorati di riflesso rimpianto, di Gide e Camus, ma non del poeta, del conquistatore, che in quanto tale non esisteva più, se non nei campi d’oro del silenzio. Assoluta, fredda era stata la sua rinunzia, a soli vent’anni. I versi, i versi straordinari, scritti a suo sfrontato dire per « mystifier les imbéciles », venivano apertamente disprezzati. Era stata abbandonata senza alcun pentimento una civiltà stanca e con essa le sue meschine pastoie. Alla poesia Rimbaud non risponderà più, anche quando nel 1890 il direttore della rivista d’avanguardia France moderne gli invierà un biglietto che così iniziava: «Signore e caro Poeta…».

Il padre di Rimbaud aveva passato tutta la sua carriera militare in Africa, dove scrisse una grammatica araba che lasciò in eredità al figlio. L’Africa, insieme alla penisola Arabica, divennero per sette anni la sua vera patria. Qui Rimbaud, forte delle sue conoscenze linguistiche, tra cui diversi idiomi africani, si fece esploratore capace, commerciante di avorio, gomma e caffè onesto e leale, tanto da fallire come mercante di armi ed essere truffato dal re Menelik, mai però fu dedito alla tratta degli schiavi. Qui si fece uomo tra gli uomini. Vediamo Rimbaud scrivere nel 1881-82 alla madre sollecitando l’invio di ogni sorta di manuale scientifico: architettura navale, carpenteria, chimica industriale, geofisica, idraulica e idrografia, meccanica, metallurgia, meteorologia, telegrafia, topografia, trigonometria. Scrive anche alla libreria Hachette di Parigi, chiedendo un libro che è più di un libro. Il libro, il Corano, che nella traduzione francese con testo arabo a fronte legge avidamente a partire dal 1885. Zaghi parlerà al riguardo di una simpatia per l’Islam che si rivela essere più «d’una infatuazione passeggera, o d’una ammirazione superficiale, dettata da motivi contingenti, di commercio, o per tornaconto personale». Rimbaud vive tra le mura di Harar, considerata “la quarta città santa”  dell’Islam, la città abissina delle ottantadue moschee, dei centotre santuari, tra cui quella del suo fondatore, lo Shaykh Abadir, e delle iene. Veste all’araba, vive all’araba avendone appreso usi e costumi, ma soprattutto lo sappiamo leggere in continuazione il Corano, secondo quanto ci dice l’esploratore italiano Ugo Ferrandi infatti «teneva anche nella sua capanna delle vere conferenze sul Corano ai notabili indigeni». Rimbaud sembra dunque acquisire ben più che un superficiale fatalismo, la rassegnazione fideistica o una mera passione linguistica che ne faceva un «arabista di prim’ordine». Tanto meno sarebbe come afferma Alain Borer nella sua opera Rimbaud en Abyssinie, un mezzo (moyen) «de pénétrer dans des regions alors inconnues de l’Afrique». La domanda che riguarda la sua presunta conversione all’Islam non conosce risposte che portino elementi definitivi a suo supporto. Rimbaud non muore da «saint, martyr, élu», come vorrebbe l’opera di mostruosa contraffazione postuma messa in atto dalla sorella Isabelle. Fino all’ultimo Rimbaud manterrà desto il suo spirito anticlericale. Lo vediamo trapassare invece invocando Allah, pronunciando a intervalli le parole «Allah Karim!». Rimbaud muore cercando il Dio del Corano, e se indecifrabile rimane invero la coscienza di quel grido, degno di un Giona, di uno Yunus, allora anche parlare di «meccanica interiazione» come fece Teobaldo Filesi potrebbe risultare azzardato. Tornato al silenzio prima della parola il poeta Prometeo, l’uomo consumato da un lavoro massacrante, dalle privazioni e da un male probabilmente legato alla sifilide, l’uomo che si presentava agli indigeni col  nome di ‘Abdallah, si ritrova incatenato in agonia sul letto di morte ad invocare Lui, Allah, il Generosissimo (al-Karīm), sognando l’ennesimo ritorno. Non erano state la sua opera e la sua stessa vita definite da Sergio Solmi nel suo mirabile Saggio su Rimbaud (1974) come storia « del tentativo impossibile della riconquista »? Il giorno prima di varcare l’ultima soglia Rimbaud detta alla sorella una lettera indirizzata al direttore delle Messageries maritimes per prenotare una cabina nella nave diretta ad Aden. «Desidero trovarmi a bordo di buon mattino», scrisse.

Convinto dell’intima conversione all’Islam di Rimbaud si dichiara lo Sheikh Si Hamza Boubakeur, discendente del primo “califfo ben guidato” Abū Bakr, rettore della moschea di Parigi nonché maestro di Gabriele Mandel Khan, il quale lo affermava nell’introduzione alla sua traduzione del Corano. Nella sua esistenza africana l’arabo Rimbaud si rivela, come afferma il commerciante italiano Ottorino Rosa, «un uomo d’onore e di grande amor proprio», che sembra non venir mai meno alla sua morale. Zaghi a questo proposito riassume perfettamente cosa l’Islam potè e riuscì a donare all’uomo Rimbaud, «un uomo nuovo, tutto intero, riconciliato con sé stesso e con la società»:

In questa sua condotta di vita, più della morale cristiana, coi suoi compromessi, gli fece da guida la morale musulmana; una morale sociale, non privata. Non è per pura lettura o semplice diletto che spesso lo si vedeva piegato a leggere il Corano e a spiegarlo agli indigeni; ma per averne conforto, per seguirne i dettami, per averne una guida nella condotta d’ogni giorno e nel lavoro che faceva. « Non rubare », gli diceva il Corano. « Aiuta chi è più povero di te; sii vicino a chi soffre ». Un insegnamento da lui messo spesso in opera, anche se non nelle dimensioni vantate da Isabella. Tormentato da una nostalgia alla quale non volle mai cedere, annoiato come mai una persona al mondo avrebbe potuto esserlo, sarà coi più umili indigeni ch’egli darà libero sfogo alla sua umanità, alla sua segreta debolezza. Quando nella Saison en enfer aveva scritto che andava alla ricerca d’un Dio. («J’attends Dieu avec gourmandise»), a quale Dio alludeva? Non certo a quello cristiano, che con la sua morale l’aveva stancato, annoiato, ferito; ma ad un altro Dio più umano, caritatevole, aperto ai dolori del mondo, al bisogno della collettività. In Africa, il Dio al quale nella giovinezza egli si era orgogliosamente rifiutato, oggi lo ritrovava puro e misericordioso in Allah, nel Dio dei musulmani, dei poveri e ed umili negri degli altipiani abissini e dei paesi galla, che aiutava a cercare di educare. Nel quadro di questa scoperta l’avventura africana di Rimbaud acquista una dimensione nuova, diventa un fatto d’una straordinaria importanza umana, che lo riscatta da tutte le miserie del tempo. Non più l’ultimo grido di protesta di Rimbaud al mondo, l’estremo rifugio d’una esistenza fallita, lo sdegnoso rifiuto d’un passato tormentoso e ribelle; ma un luogo di pace e serenità.

Al suo mistero più sfuggente e più bello, un’esistenza segnata dal vagabondaggio, fisico e metafisico, e talora dall’insolente ardire di «posséder la vérité dans une âme et un corps», dedicò nel 1933 un’appassionata biografia il poeta e filosofo rumeno Benjamin Fondane, dal suggestivo titolo Rimbaud le voyou. Rimbaud per lui non era un caso, ma «il mio caso», un fato da cui solo Auschwitz riuscì a separarlo definitivamente nell’Ottobre del 1944. Fondane, che definisce Rimbaud come «il primo uomo della nostra epoca ad avere profondamente provato la crisi dell’umanesimo», non poteva parlarci di una presunta e non improbabile conversione all’Islam, ma aveva chiaro dove e come Rimbaud, veggente, canaglia, o mistico allo stato selvaggio, avrebbe potuto cercare e trovare non una felicità, ma quella verità che cercava:

Ma il vero prestigio di Rimbaud viene da altrove che non dai suoi « illustri testi »; se ha messo il suo genio nella poesia, ha giocato la sua eternità nella sua vita. Per poter « perseverare nel suo essere », ha dovuto frantumare la sua opera, e il poeta che era in lui. La soluzione di certe domande, diceva Emerson, non si può ottenere dalla risposta obliqua di un libro, quale che sia; tutta una vita d’uomo non è troppo.

Tu as bien fait de partir, Arthur Rimbaud! Così canterà nel 1948 in Fureur et mystère il grande poeta René Char, colui che coi suoi scritti influenzerà Martin Heidegger e la sua visione del poeta vivente (lebendig), che tale permane «se i poeti e i pensatori rimangono colpiti dalla necessità “di farsi veggenti per l’ignoto”». Tu as eu raison d’abandonner le boulevard des paresseux, les estaminets des pisse-lyres, pour l’enfer des bêtes, pour le commerce des rusés et le bonjour des simples. Con una pia formula araba, che sarebbe piaciuta a Rimbaud e magari passò per le sue labbra, Allāhu aʻlam, possiamo dire che certo Dio ne sa di più di noi.

fabiotiddia79@gmail.com

 

Riferimenti bibliografici:

Ardengo Soffici, Rimbaud, La Rinascita del Libro, Firenze 1911.

Benjamin Fondane, Rimbaud le voyou, Denoël & Steele, Paris 1933. (Rimbaud la canaglia, traduzione di Gian Luca Spadoni, Castelvecchi, Roma 2014).

Yves Bonnefoy, Rimbaud par lui-même, Éditions du Seuil, Paris 1961.

Sergio Solmi, Saggio su Rimbaud, Einaudi, Torino 1974.

Carlo Zaghi, Rimbaud in Africa. Con documenti inediti, Guida Editori, Napoli 1993.

Martin Heidegger, Rimbaud vivant, in “Aut Aut”, Il Saggiatore, Milano 2010, pp. 209-211.

Arthur Rimbaud, Non sono venuto qui per essere felice. Corrispondenza (vol. I 1870-1886; vol. II 1887-1891), traduzione e cura di Vito Sorbello, Aragno editore, Torino 2014.

Arthur Rimbaud, Opere, traduzione di Ornella Tajani, a cura di Olivier Bivort, Marsilio, Venezia 2019.

 

L'autore

Fabio Tiddia
Fabio Tiddia  (1979) si è laureato in filosofia all’università di Cagliari con una tesi sull’orientalista e filosofo francese Henry Corbin. Ha continuato gli studi e le ricerche a Teheran, pubblicando vari articoli sulle correnti del pensiero islamico e sulla letteratura persiana in riviste iraniane e italiane, in particolare su “Rivista di Studi Indo-Mediterranei” (RSIM) e “Quaderni di Meykhane”, presso cui è anche membro del comitato scientifico. Ha collaborato per alcune voci con la Enciclopedia Treccani e attualmente vive a Teheran dove svolge le sue ricerche e partecipa a seminari e convegni prevalentemente dedicati agli studi storico-religiosi di area iranica. In particolare ha condotto ricerche sul filosofo ismailita Nāser-e Khosrow e sul mistico Ansāri di Herat, e più recentemente sul movimento dei qalandar, a proposito del quale sta preparando un’antologia di testi in traduzione. Attualmente lavora a ricostruire gli incontri che ebbero luogo tra il filosofo Seyyed Allāmeh Tabātabā’i e l’orientalista francese Henry Corbin. È corrispondente dall’Iran e consulente scientifico per il Progetto Internazionale IDA (Immagini e Deformazioni dell’Altro).
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