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Sergio Atzeni, un solitario artigiano della parola

Trent’anni sono trascorsi da quando il mare di Carloforte ha interrotto, in una serena giornata di fine estate, la giovane esistenza dello scrittore sardo Sergio Atzeni. “Morto per acqua” sosterrà l’antropologo e scrittore Giulio Angioni (m. 2017), entrando nei gorghi come se fosse stato Phlebas the Phoenician, perché forse davvero lo fu. Quell’ “acqua senza fine” sovente evocata nella sua opera, come nel racconto Araj dimoniu (1984), nel quale scrisse che « il mare è infinito, e vivo. Respira. Gioca, minaccia, e ogni tanto uccide…Bisogna navigare e guardarlo…Guardarlo. Un’immagine vale più di mille parole…Lo vedrai domani, laggiù ».

Era invero un funesto giorno di libeccio quello del 6 settembre 1995, lo stesso mese nel quale i flutti infidi e oscuri della Sardegna avevano già reclamato nel 1963, fortunatamente invano, la vita di un altro scrittore, quella del “ribelle” Ernst Jünger (m. 1998), come lui stesso ci racconta nelle sue Subtile Jagden (1967).

Nell’isola di San Pietro – l’accipitrum insula che l’ammiraglio ottomano Piri Reis (m. 1553/4) nel suo Kitāb-i bahriyye (Libro della marineria) descrive ancora come disabitata e dove Ernst Jünger cercò invano un gioiello azzurro, la Cicindela campestris saphyrina, ma trovò la propria tranquillitas animi – si chiudeva in modo prematuro anche l’opera del più geniale tra gli esponenti di quella che era stata definita dal suo amico Goffredo Fofi (m. 2025) come una Nouvelle vague sarda. Impossibile, infatti, colmare lo spazio di quel volo solitario e inattuale, di un modello e lascito ancora oggi così vitale e sofferto, per questo non riducibile a un racconto accomodante e facilmente omologabile nella sua apparente conciliazione o nell’eco di una nobile sconfitta.

Sergio Atzeni era nato nel 1952, a Capoterra, presso la dimora della zia ostetrica. Dopo aver vissuto la sua infanzia a Orgosolo, luogo per lui cruciale, e successivamente, fino al 1986, a Cagliari – dove si caratterizzò anche per la sua militanza politica nella federazione giovanile del PCI, sotto la saggia e dinamica guida di Umberto Cardia (m. 2003) e del suo pensiero autonomistico – condusse un’esistenza raminga che lo condusse a vivere in luoghi diversi, compresa la Germania e Lussemburgo, per stabilirsi a Torino, città nella quale visse fino alla morte. Fu figura essenzialmente anarchica e randagia: giornalista di lungo corso, oscuro impiegato, correttore di bozze, infine felice traduttore, e chissà per sopravvivere quanti altri lavori precari e non secondari svolse, ma cercò con ostinazione di essere uno scrittore – ragione per la quale abbandonò la sua onirica città bianca e l’isola – e autentico scrittore fu. Si deve alla lungimiranza di Elvira Sellerio (m. 2010) la pubblicazione del suo primo romanzo, l’Apologo del giudice bandito, la quale dopo aver ricevuto il manoscritto decise di pubblicarlo nel 1986. Con lo stesso editore pubblicherà anche Il figlio di Bakunìn (1991), il suo secondo romanzo di scrittore. Per essere libero di farlo nel 1987 era stata abbandonata l’abitudine propria di un lavoro sicuro, ma in fondo morto; era stato varcato il largo mare che l’avrebbe un giorno tradito, appena quarantenne, per diventare come scrive Angioni “quasi un precario da antica bohème, che viveva in una vecchia soffitta malsana”.

Nel suo ultimo testo pubblicato in vita, intitolato Il quinto passo è l’addio, nel quale Atzeni racconta nel suo consueto modo scabro il proprio doppio, il signor doppelgänger, così il personaggio Ruggero Gunale – un antieroe della nostra epoca – parlava a sé medesimo:

“Fuggi. Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura. In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini… Chi è mite compatisce i persecutori, ne vede la fragilità, le ferite nascoste e non si lamenta del male che subisce. Tu non sei mite. Ora soltanto hai percepito l’esistenza della mitezza. Perché vinto. Sei stato bestia, avida e feroce, finché avevi forza e te l’hanno permesso. Ora ti mascheri da esiliato, nascondendo il nome che per anni hai sventolato quasi fosse un merito. Non ho mai colpito per cattiveria. Per noncuranza, magari, o per cecità. Il nome sparisce, salva per un po’ la lapide in camposanto. E la vicenda presto è dimenticata, cancellata da nuove imprese di tonti e di campioni.”

Atzeni-Gunale racconta la sua storia di emigrante, la propria diversità, di uomo che ha ricusato “sia la guerriglia urbana che il ritorno nei ranghi” e che in tale viaggio, dove il tempo appare sospeso e s’alternano flash di ricordi e visioni di sogno, rideterminerà la propria identità – non senza pena –definendosi “la pecora nera”. Lo fa da una sorta di paese del non-luogo, ovvero una nave che, anche simbolicamente, scivola sulle onde, in quanto ha lasciato l’isola familiare e si dirige, ma non vi è ancora arrivata, verso il ‘continente’. Come egli stesso aveva sostenuto raccontare la sua Cagliari era stato uno dei motivi primi della sua scrittura. Una Cagliari percepita carnalmente, finalmente descritta da un autore locale, per quanto si sia dinnanzi a uno scrittore non semplice né popolare, e che fa da sfondo con i suoi luoghi, odori e umori, al richiamo della memoria:

La nave bianca si allontana e dietro un dente alto e bianco di calcare sparisce l’antica fortezza vedetta dei Fenici, l’avamposto al respiro dell’Africa e d’Oriente alle porte d’Occidente, popolato da una scura genia parente di Annibale, adocchiato da predoni scalzi, battuto da tutti i venti, abituato da tutti i profumi e fetori e da ogni genere d’ingegno e vizio e da qualche virtù, come ovunque siano uomini. Ruggero conosce i venti, i profumi, i predoni. Si crede principe di antica stirpe, è figlio di fabbro e di bruscia, è ignobile e folle come un muflone.

La città amatissima, “ricca, corrotta, malata”, il suo destino, è difatti onnipresente in tutti i suoi romanzi, in modo centrale o indiretto, fino all’ambiziosa e generosa opera intitolata Passavamo sulla terra leggeri, uscita postuma e autentico ‘Lebenswerk’, nella quale ad echeggiare sono le stesse origini mitiche di Kar Ale. Per poterla cantare, forse poter cantare la sua stessa lingua caralitana, era stato necessario un distacco, sentito allo stesso tempo quale respingimento, non privo di tormento spirituale e carnali lacerazioni. Autore originale, dalla scrittura poetica, nella quale traspare sempre un amore struggente – Fofi userà il termine culto – per la propria terra e la sua peculiare storia, storia che va a riflettersi nelle sue origini misteriose e ignote e in cui sa scorgere, attraverso la tessitura di una nuova memoria immaginata, la fisionomia del suo popolo, i s’ard, “che nell’antica lingua significa danzatori delle stelle”. Danzatori i cui passi creatori si ergono sul vuoto. La storia, una storia che si fa visione mitica, è stata dunque reinventata, attraverso un processo in cui si intersecano diversi frammenti di storie, i quali a partire da un naufragio, il naufragio di chi fugge dalla guerra e inizia una civiltà, vanno a creare un’opera la quale travalica il singolo per farsi corale, collettiva, politica. Come “un quadro di Bosch alla potenza” la definirà la studiosa Gigliola Sulis. L’essere uno scrittore insulare – autodefinitosi una volta “scrittore senza successo di un’isola colonizzata” – che della sua Sardegna sublime e barbarica avrebbe desiderato “raccontare tutti i paesi, uno per uno, e tutte le persone, una per una”, non ha significato però chiusura, bensì aprirsi ad un’identità plurale, complessa, inclusiva della sardità, in cui ci si riconosce a partire dall’alterità. Menzione particolare merita la sua lingua di scrittore, la sua peculiare cifra stilistica. Come riassume efficacemente Giuseppe Marci nella sua preziosa monografia, intitolata Sergio Atzeni: a lonely man, Atzeni infatti la edifica – quasi mediante un’opera di scavo – “con un processo di scarnificazione, sottraendo tutto ciò che può essere sottratto, perfino i verbi e la stessa struttura della proposizione, se a rendere un concetto basta una sola parola, un sostantivo o un aggettivo”. Il testo ne esce rischiosamente frantumato, articolandosi secondo blocchi disuguali per dimensione, degli stacchi tipografici evidenti che spesso sono rappresentati da brevissimi enunciati, nominalizzazioni e vere e proprie illuminazioni. Tale scelta, quella della frammentarietà, oltre ad essere complementare ad una concentrazione espressiva, evidenzia anche un cangiante mosaico di sguardi e prospettive attraverso i quali la storia viene a dipanarsi nel momento in cui prende vita. Atzeni, scrittore etnico e appassionato studioso della lingua, d’altra parte colora il lessico con parole sarde, espressioni tipiche e più raramente neologismi, usando parsimoniosamente dei vocaboli che con il loro senso, o solamente un suono, andavano ad arricchire la lingua italiana e i suoi testi, segnati da una notevole velocità ed essenzialità linguistica. Una mescolanza artistica di lingue – tra le quali spicca il ricchissimo e ironico cagliaritano dei suoi più umili e balzani abitanti, la sua pasoliniana gente eletta, come egli stesso scrisse “miscuglio di campidanese, logudorese, castigliano, italiano e persino siciliano e napoletano giunti in galera” – cercata sul modello di Carlo Emilio Gadda (m. 1973) e dello scrittore creolo-francese Patrick Chamoiseau. Quest’ultimo, del quale fu appassionato traduttore dell’opera Texaco, assumendo un compito coraggioso e arduo che gli valse l’amicizia e la stima dello stesso autore, fu considerato alla stregua di un vero e proprio maestro. Il risultato, cercato con uno sforzo assiduo, ma non privo di leggerezza e ironia, felicemente raggiunto da Atzeni nelle sue opere, è quello di un meticciato linguistico nel quale si rispecchia quella pluralità culturale di non semplice trascrizione, in quanto frutto di un incrocio reiterato, talvolta spaventoso e assolutamente non scontato. Una moltiplicazione non automatica dell’ethnos, quella di Atzeni, nella quale il prezzo da pagare al fine di accogliere, come scrive nell’epico Passavamo sulla terra leggeri, è però ineludibile: «Non potevamo fermare il ciclo dell’uomo, nessuno può fermarlo. Dovevamo incontrare gli altri uomini per crescere». Un’identità etnica non esclusiva e mai pura né monolitica, bensì aperta, mobile, è quella alla quale Atzeni crede: l’autonarrazione complessa di un popolo il cui passato mitico – vissuto, immaginato o sognato – è aperto con tutte le sue possibilità potenziali sul futuro.

Se la lingua italiana dal punto di vista lessicale ne è uscita arricchita, la qualità del sardo usato nei suoi testi non si presenta uniforme, bensì si caratterizza per un percorso discontinuo, con il testo intitolato Bella mariposas che viene a rappresentare, nel suo misturo gergale e popolare, un’autentica esplosione di parole, espressioni, suoni. Certamente è il punto più avanzato di una intenzionale sperimentazione linguistica, nella quale sardo e italiano si contaminavano. Il meraviglioso contenuto nel reale – nello specifico nella periferia urbana cagliaritana di fine novecento, quella «Is Mirrionis» dove Atzeni era cresciuto negli anni cinquanta, e nella sua umanità marginale e reietta – non solo riesce ad essere scorto, ma collocato in una sorta di gerarchia rovesciata persino brilla:

Il 3 di Agosto è diventato il giorno che ho scoperto che mia sorella Luna è proprio mia sorella dello stesso sangue
ho perso babbo
meglio perderlo che trovarlo
e ho detto a Luna Ho voglia di baciarti
e Luna ha detto Anch’io
ci siamo baciate con labbra leggere
e Luna ha detto Le nostre labbra sembrano farfalle
ho risposto Anche noi sembriamo farfalle
Luna ha detto Bellas mariposas
e ci siamo addormentate
chissà a che ora Gigi e Samantha sono riusciti a attraversare la strada mano nella mano?

Occorre però ritornare su un aspetto già menzionato dell’opera di Sergio Atzeni, ovvero quello di appassionato e instancabile traduttore. Oltre al fondamentale incontro con Patrick Chamoiseau e la sua epopea caraibica, dal quale come scrive Marci lo scrittore « sembra attingere la forza che gli consente di guardare senza paura al progetto di narrare una storia millenaria », il mestiere di traduttore si esercitò su un variegato e complesso corpus di testi e autori. Una lista che include opere di Stendhal, Genette, Sartre, Lévi-Strauss e Onfray, che lo vide tradurre dallo spagnolo nel 1991, su segnalazione di Fofi, il testo di Victor Serge (m. 1947) intitolato Terremoti, e dal francese dei testi della psichiatra e psicanalista Françoise Dolto (m. 1988), intitolati Solitude e Les étapes majeures de l’enfencecaus. Questa ulteriore frenetica attività fu altamente preziosa. Consentì infatti allo scrittore di mantenersi economicamente, segnando a suo stesso dire anche la brevità della sua scrittura, che dovette concentrarsi alle ore notturne. Ma in particolare viene a testimoniare l’interesse vivo di Atzeni per la letteratura del suo tempo, il suo essere un lettore attento, colto e curioso, privo di pregiudizi di genere e attento ad autori molto diversi riguardo a stile e provenienza. Nella propria produzione lo scrittore si confrontò invero anche con la poesia, vista come “azione clandestina, sabotaggio, sfida perdente all’ordine delle cose”, raccolta recentemente in un testo intitolato Versus (2008), che raduna la sua opera in versi.

L’opera di Atzeni è stata tradotta, in lingua francese e tedesca, spagnola e inglese, mentre entro l’anno un suo romanzo, Il figlio di Bakunìn, inchiesta sulla vita del proteiforme anarchico Tullio Saba, “solitario incantatore, capopopolo medievaleggiante in un mondo che si modernizza dolorosamente”, dovrebbe conoscere anche una traduzione (trasformazione?) in lingua persiana. Se la sua vita letteraria, così come il suo vasto sorriso, avrebbe potuto dare ancora molto, conoscere e aprire sentieri inesplorati che oggi possiamo solo ipotizzare, è vero che i frutti del suo essere stato un tenace e ostinato artigiano della parola, “pastore della diversità” nel paese della lingua, guidano ancora i lettori alla scoperta di un’isola crocevia dove approdare e incontrarsi. Giungere per porsi ritmicamente in ascolto del gioco, poter scoprire quella complessa miriade di isole che noi stessi siamo e saremo, ad immagine della millenaria Karale, Caglié o Kasteddu, mosaico ove si specchiano gli sguardi di « cento e cento uomini e donne di stirpe ignota, frutto di incroci reiterati fra tutti i popoli del mare che bagna la città ». Si, ancora il mare, il popolato mare e la sua bellezza, perché come scriveva Sergio Atzeni – who was once handsome and tall as you – “si arriva sempre a un mare”.

fabiotiddia79@gmail.com

Riferimenti bibliografici:

Giulio Angioni, “Sulla terra leggero”, in Il dito alzato, Sellerio, Palermo 2012, pp. 174-177.

Carola Farci, Sergio Atzeni: un figlio di Bakunin, Cuec, Cagliari 2013.

Cristina Lavinio, Tecnica del frammento e sperimentazione linguistica, in G. Marci, G. Sulis (a cura di), Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia, Cuec, Cagliari 2001, pp.65-79.

Giuseppe Marci, Sergio Atzeni: a lonely man, C.U.E.C., Cagliari 1999.

Giuseppe Marci, Caro Umberto, Sergio carissimo: Gramsci, comunismo e religione nelle lettere tra Sergio Atzeni e Umberto Cardia, C.U.E.C., Cagliari 2015.

Irene Palladini, Occhi da incantamondo. Un ritratto critico e tredici dialoghi su Sergio Atzeni, Franco Angeli, Milano 2015.

Giancarlo Porcu, “Le poesie del viaggio e il viaggio delle poesie”, in Sergio Atzeni, Versus, Il Maestrale, Nuoro 2008, pp. 143-255.

Gigliola Sulis, “La scrittura, la lingua e il dubbio sulla verità. Intervista a Sergio Atzeni”, in La grotta della vipera, a. XX, n. 66/67, 1994, pp. 34-41.

Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia. Convegno di studi su Sergio Atzeni. Cagliari 25-26 novembre 1996, a cura di Giuseppe Marci e Gigliola Sulis, CUEC, Cagliari 2001.

Opere di Sergio Atzeni consultate:

Sergio Atzeni, Quel maggio 1906-Ballata per una rivolta cagliaritana, introduzione di G. Podda, Cagliari, Edes, 1977.

Sergio Atzeni, Rossana Copez, Fiabe sarde, Zonza editore, Cagliari 1978.

Sergio Atzeni, Araj Dimoniu. Antica leggenda sarda, Le Volpi Editrice, Cagliari 1984.

Sergio Atzeni, L’Apologo del giudice bandito, Sellerio, Palermo1986.

Sergio Atzeni Il figlio di Bakunin, Sellerio, Palermo 1991.

Sergio Atzeni, Il quinto passo è l’addio, Mondadori, Milano 1995.

Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Mondadori, Milano 1996.

Sergio Atzeni, Bellas mariposas, Sellerio, Palermo 1996.

Sergio Atzeni, Raccontar fole, a cura di P. Mazzarelli, Palermo, Sellerio, Palermo 1999.

Sergio Atzeni, Racconti con colonna sonora e altri in giallo, a cura di Giancarlo Porcu, Nuoro, Il Maestrale, Nuoro 2002.

Sergio Atzeni, Gli anni della grande peste, Sellerio, Palermo 2003.

Patrick Chamoiseau, Texaco, trad. di S. Atzeni, Il Maestrale, Nuoro 2004.

Sergio Atzeni, I sogni della città bianca, a cura di G. Grecu, Il Maestrale, Nuoro 2005.

Sergio Atzeni, Scritti giornalistici (1966-1995), a cura di G. Sulis, 2 voll. Il Maestrale, Nuoro 2005.

Sergio Atzeni, Versus, edizione critica di G. Porcu, Il Maestrale, Nuoro 2008.

Un ringraziamento sincero va al regista Daniele Atzeni, che ha gentilmente messo a disposizione la visione del suo film Madre Acqua, frammenti di vita di Sergio Atzeni (2015), fonte e ispirazione per questo testo.

L'autore

Fabio Tiddia
Fabio Tiddia  (1979) si è laureato in filosofia all’università di Cagliari con una tesi sull’orientalista e filosofo francese Henry Corbin. Ha continuato gli studi e le ricerche a Teheran, pubblicando vari articoli sulle correnti del pensiero islamico e sulla letteratura persiana in riviste iraniane e italiane, in particolare su “Rivista di Studi Indo-Mediterranei” (RSIM) e “Quaderni di Meykhane”, presso cui è anche membro del comitato scientifico. Ha collaborato per alcune voci con la Enciclopedia Treccani e attualmente vive a Teheran dove svolge le sue ricerche e partecipa a seminari e convegni prevalentemente dedicati agli studi storico-religiosi di area iranica. In particolare ha condotto ricerche sul filosofo ismailita Nāser-e Khosrow e sul mistico Ansāri di Herat, e più recentemente sul movimento dei qalandar, a proposito del quale sta preparando un’antologia di testi in traduzione. Attualmente lavora a ricostruire gli incontri che ebbero luogo tra il filosofo Seyyed Allāmeh Tabātabā’i e l’orientalista francese Henry Corbin. È corrispondente dall’Iran e consulente scientifico per il Progetto Internazionale IDA (Immagini e Deformazioni dell’Altro).