La foto di copertina è di Dino Ignani
“Ogni ricordo è una metafora e un’invenzione”. Poggia su questo delicato e personalissimo terreno, e ne è elemento costitutivo del fascino, la raccolta di prose (Altre Samarcande, Giometti & Antonello, Macerata 2025, 153 pp.) che Roberto Deidier pubblica a brevissima distanza dal suo ultimo libro di poesia (vedi qui) e va detto che i due libri stanno insieme e vengono a costituire come un unico corpus, quasi presupponendosi a vicenda. Si tratta di un qualcosa che penso inevitabilmente accada quando un poeta cede alla “tentazione della prosa”, trasferendo in una nuova e più distesa misura il proprio mondo fantastico e di pensiero; gli esempi anche nel nostro Novecento non mancano.
Oggi, quando per non episodica convinzione della critica la scrittura narrativa “ufficiale” appare sempre più impoverita e presa in una medietà (quando va bene) “comunicativa” e “traducibile”, la prosa dei poeti sembra acquistare ancora più luce e valore, ricordandoci, se ce ne fosse mai bisogno, che narrare non vuol dire per forza banalizzare.
In queste sue Samarcande, figure della rêverie con radici nel mondo dell’infanzia, il poeta Deidier al narrare non si sottrae, non ne schiva gli snodi in una malintesa prosa d’arte, e porta sulla pagina gli elementi di un’autobiografia in forma di prisma, laddove le superfici riflettenti del solido hanno i volti indimenticabili della sua Bildung e spesso del suo mondo affettivo. Le chiama le Grandi Ombre, allontanatesi ormai, ma sempre presenti in una raboniana comunità dei vivi e dei morti: su tutte certamente Amelia Rosselli e Dario Bellezza, ma anche Elsa de’ Giorgi, viva immagine della Bellezza nel suo conflitto con il Tempo. Parlare di loro vuol dire per il poeta parlare di sé, del proprio incontro con la poesia e in definitiva con la propria precoce vocazione di scrittore; di sfondo una città che a dispetto dei suoi fasti è anch’essa una Grande Ombra, forse la maggiore di tutte, mentre muta baudelairianamente come il cuore di un mortale. Quella città epicentro di una società letteraria di cui con mano ferma Deidier restituisce luci e oscurità appare oggi malinconicamente lontana, vuota delle voci che più ne hanno caratterizzato l’esuberanza. Intrisa di tale consapevolezza e di tale tonalità la scrittura collega allora frammenti significativi di storie a elementi di esattezza critica, si fa insieme e in modo assai originale saggio e racconto; interpretazione testuale (l’incipit di Invettive e licenze…) e narrazione di quanto quelle Ombre hanno portato via per sempre, in virtù di una memoria che cristallizza e si illude di salvare. Seguiamo così l’incontro con Amelia Rosselli, propiziato dal verso incantatorio “La notte era una splendida canna di giunco”, fin quasi ad ascoltare le sue impressionanti letture talché – decisiva intuizione – “una poesia stampata equivale a una partitura muta, che attende lo strumento per il quale è stata scritta. La voce di Amelia Rosselli era esattamente lo strumento per il quale lei stessa scriveva”. E seguiamo un irrisolvibile Dario Bellezza diurno e infero, immaginato e sfuggente, còlto nella complessità di una scrittura torbida e miracolosamente decantata e ritratto con un cartoccio di alici per i suoi amati gatti, creature numinose, in un mattino di pace al mercato di Campo de’ Fiori. E sono proprio questi tratti di semplice umanità, d’improvvisa quiete fra i marosi della vita, a stabilire come un fil rouge che accomuna le Ombre del libro, spogliandole della spuria aneddotica fiorita su di loro. Penso al ritratto di Valentino Zeichen che a schermo del dandy, dell’ultimo Marziale fa emergere la consapevole malinconia e lo spessore del poeta legati alla sua storia di esule, ma anche la frugalità di ogni giorno, resa nella preparazione di un pranzo per gli amici nella fin troppo celebrata baracca. O ancora, momento di grande delicatezza, il ritratto di Anna Cascella, poetessa dalla “leggerezza pensosa e nervosa” – non si potrebbe dir meglio – figura lieve e tragica sulla pagina e nella vita, amica di teneri slanci e di funeste incomprensioni, quali mi permetto qui anch’io di ricordare. Anna, lo aveva bene inteso Giovanni Giudici in prefazione al di lei incantevole Piccoli Campi (Stamperia dell’Arancio, Grottammare 1996), graffiava “con unghioli di gatta, felino essendo del resto anche il movimento concettuale e prosodico dei suoi componimenti”.
Figure significative nella formazione del poeta sono allora queste ultime ed altre ancora non di minore peso che il lettore troverà nel libro, ma anche compartecipi di un viaggio di poesia venutosi ad arricchire negli anni di sempre nuove approssimazioni e riflessioni, e insieme – Deidier non smette di rammentarcelo – di momenti di sana allegria in una Roma ricordata come “un subbuglio di cene e di incontri”. Sono figure verso cui egli ammette il proprio debito, mentre rivendica al tempo stesso un credito che non potrà più esigere. Perché è proprio una parte di sé che quelle Ombre, allontanandosi, si sono portate via per sempre. Ed è sicuramente questa la nota più amara del libro e va insieme a un referto di impoverimento dell’intero paesaggio. Per sopportarne la vista il poeta individua linee di fuga, strategie di resistenza che mettono insieme nuovi orizzonti, illuminazioni, messe a fuoco, quali troviamo in un trittico siciliano e marino di lavoratissima scrittura a precedere il racconto autobiografico di maggiore impegno, in chiusura del libro, quello in cui egli sceglie la terza persona per inquadrare la rappresentazione sua più intima e a tratti dolorosa, e di più esteso respiro temporale se dalla luce dell’infanzia conduce alla soluzione della linea d’ombra, nei modi di un’agnizione che giunge improvvisa anche se forse non del tutto inaspettata. Sono pagine di grande intensità e tenuta narrativa, dove, complice la sprezzatura, è chiaro l’intento di superare il puro lacerto biografico per farsi racconto più ampio, tema condiviso, “metafora e invenzione – lo si diceva all’inizio – che poi, libro dopo libro, è quello che Roberto Deidier, e con ottimi risultati, ha sempre fatto.
L'autore

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Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.
(foto di Dino Ignani)
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