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Per il nuovo mosaico di Roberto Deidier

Cosa muove l’inquietudine sotto la nitida superficie di una tela dipinta, dove immobilità e silenzio sembrano convergere? Cosa è rimasto fuori dal quadro e perché questa assenza, che confusamente avvertiamo, ci turba? La Gita in barca di Antonio Donghi, recentemente esposta a Roma nella bella mostra a Palazzo Merulana, figura bene come tema e insieme esempio di indagine nei versi di un poeta che si appresta a licenziare un libro per lui apparentemente insolito (Roberto Deidier, Quest’anno il lupo fissa negli occhi l’uomo, Molesini Editore, Venezia 2025, 79 pp., in uscita il 14 febbraio). Non un libro sembrerebbe, per attenerci provvisoriamente alla nota formula, ma una raccolta, che assembla materiali rimasti fuori dai libri precedenti per i motivi più vari, e tra questi soprattutto la coerenza tematica degli stessi. Esercizi di ekphrasis – bellissimi – versi per edizioni d’arte, riviste, occasioni private lungo un arco cronologico di trent’anni si dispongono ora, scrive il poeta in nota, “a comporre un nuovo mosaico”.

Sbaglierebbe chi partendo da questa premessa pensasse tuttavia a un insieme discontinuo, a un’esposizione di “bei pezzi” accomunati solo dalla bravura del loro artefice. D’altronde, parlando di “mosaico” è lo stesso Deidier a suggerire una coerenza di disegno, laddove ogni tessera è chiamata a trovare il proprio posto. Ma c’è di più. Nell’ottimo saggio introduttivo al volume osserva Marco Carmello come “la contingente occasionalità dei componimenti si trasfond[a] in perfetta simulazione stilistica dell’occasionalità”. Ed è anche a mio parere probabilmente questa la chiave migliore per introdurci al libro – lasciamo finalmente da parte il termine raccolta – e all’ideazione calcolata delle sue stanze.

Quanto vi è contenuto, al di là dunque della contingenza in cui vede la luce, è parte infatti di un’idea coerente e esposta di poesia, avente per mandato la giustezza e qualità metrica: ciò che solo a questo modo può e deve essere detto ed è situazione rara, anzi rarissima nell’ambito della poesia che oggi “si fa”. Tutti i versi di Roberto Deidier, almeno a far data da Libro Naturale (1999), hanno inizio in lettera maiuscola e ognuno di essi è visto come un luogo definito, di un’autosufficienza che l’eventuale enjambement non inficia, nel necessario dialogo con “lo spazio bianco dove si accampano le parole.”

A questa sola condizione il poeta si dispone alla scrittura, liricamente intesa, che è costruzione dell’io e del tu, rapporto con la tradizione letteraria e il mito, esperienza come campo necessario di gravitazione e ricerca. Se il taglio di precedenti libri ha escluso testi che trovano ora qui la loro collocazione non si può tuttavia non vedere come questi siano profondamente affini a quelli, pur nella loro (forse solo apparente?) diversità tematica e di accenti ma non – e la cosa in fondo non stupisce – di messa a punto in un’architettura. Le due maggiori sezioni del libro sono nitidamente articolate al proprio interno per campi omogenei: l’ekphrasis cui si accennava all’inizio e le finali deliziose stanze “nella lingua del padre”, un’invenzione di lieve parodia che ha filigrana nella canzone napoletana del Sette e Ottocento con le sue fenstre e centrelle e malìa degli arpeggi del calascione; di sfondo la Scuola di Posillipo. E poi troviamo, anzi ritroviamo, le luci delle albe, dei faticosi risvegli, dei crepuscoli estivi dove la perfezione, giunta come al suo colmo, è insidiata dalla trafittura del tempo. Lo vediamo nelle stanze che compongono la bellissima scansione poematica “Continuo/discreto”, morbidamente percorse come da una macchina da presa (“La luce raddoppia gli alberi sul prato, / L’ora di ieri è solo un vento leggero / Caldo ancora di allegrie, resta / Nell’aria il volteggiare di una carta. / Una voce chiama per le stanze, fende il buio, / S’estenua nel primo / Nel secondo imbrunire, / Strappa il sipario dell’istante. / Le colline tutt’intorno appaiono / Mute gradinate, senza colore.”)

In tale griglia assai bene incasellano le dediche, le occasioni di più esplicito riscontro, che dicono una situazione di profondi legami e di tanti stimoli nell’incrociare la vita e la scrittura del poeta: versi per artiste con cui egli vanta significative collaborazioni, quali Primarosa Cesarini Sforza e Giulia Napoleone, per compagni di viaggio sul cammino della poesia e i nomi sono quelli di Maurizio Marotta, di Biancamaria Frabotta, di Maria Clelia Cardona. Ma si può dire che l’intero libro presenti una testura dialogica, a comprendere in primo luogo le voci di un Novecento lirico ripercorso in modo originale e partecipe: “Altra fine d’estate” sembra un omaggio al miglior Libero De Libero (“Adesso la pioggia è rada e insiste, / L’ombra della montagna scende rapida / E io so a quest’ora / Cosa muove i passanti verso casa, / Cosa bisbiglia il bosco.”) E poi c’è Saba, da sempre caro all’autore, e il Raboni guerriero e amoroso…

Va detto che quest’ordine così calibrato individua al suo mezzo come una linea di faglia: tre brevi liriche in cui il mysterium iniquitatis assume le fattezze di una paura ancestrale, gli occhi di un lupo che rimandano al titolo generale del libro, ancora un omaggio: all’amata Anna Maria Ortese questa volta. Dunque si possono affrontare quegli occhi, ma ci si può anche voltare e partire, quasi una provvidenziale mossa del cavallo. Ne avremo in ricompensa quello che a me pare il cuore di questo libro, il suo esito più alto: un piccolo canzoniere d’amore che pulsa al riparo di stanze chiaroscure, di lampade e tonalità della notte, nei modi di una pronuncia insieme affabile e asciutta, talora perfino scheggiata, non priva di echi elisabettiani. Se ne potrebbe dire molto e immagino se ne dirà, sicuramente meglio che io non possa. Ma la cosa migliore è come sempre lasciare la parola al poeta:

Tu che sei solo ombra
Dentro la mia ombra
Perché dirigi il vento
Come portasse i suoni
Di un contrappunto astioso?
Dove stai correndo,
Amore, nel tuo sogno?
E nel mio ti affacci
Da una cornice stanca
In un grigio d’alba,
Quando la morte canta
E il cielo non ha lacci.

marcovitale58@gmail.com

 

 

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)