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J’accuse: Alfred Dreyfus o Georges Picquart?

Un palazzo immerso in un cielo grigio-azzurro, un terreno arido e spoglio, dei soldati schierati come in una manifestazione, con indosso delle divise perfette e dai toni freddi. Nessuna musica, solo i passi marziali, che ritmano il tempo, scandendolo e trasportando lo spettatore nello stato d’animo di angoscia, agitazione e preoccupazione. La scenografia è pulita, non ci sono bandiere appese che sventolano, non vi sono piante che arricchiscono il paesaggio; solo un edificio spoglio. Tutto è calmo e il silenzio, spezzato dalla marcia, aumenta la palpitazione. Lo spettatore riceve poche indicazioni scritte in bianco: «Parigi, 5 gennaio 1895». Dove siamo? Cosa stiamo vedendo? Cosa sta succedendo? Perché questo edificio è spoglio? Perché questo silenzio? Perché tutti questi militari sono riuniti? Assisteremo ad un’esecuzione?

La lenta degradazione

Quello che si vede è solo un gruppo di soldati che, marciano scortando un uomo, più precisamente, un tenente colonnello. Un altro militare, a cavallo, urla: «Soldati, presentat’arm! Che si cominci». L’esercito si mette sugli attenti e saluta, mentre la banda intona un motivo per introdurre la lettura di un comunicato:

In nome del popolo francese. Il primo consiglio di guerra del governo militare di Parigi, nel giorno 22 dicembre 1894, ha riconosciuto ad un’unanimità dei voti l’imputato Dreyfus Alfred, capitano del quattordicesimo reggimento di Artiglieria, tirocinante allo Stato Maggiore dell’esercito, colpevole del reato di alto tradimento e l’ha condannato all’unanimità dei voti alla deportazione in un luogo fortificato e alla degradazione militare.

Il soldato a cavallo ribadisce la sentenza e così inizia la lenta degradazione. Alfred Dreyfus è impassibile, fermo, pronuncia poche parole: «Soldati, degradano un innocente. Disonorano un innocente. Viva la Francia». Anche se si impone di non far trapelare emozioni con il volto, vediamo i suoi baffi tremare e le labbra fremere per il timore di poter dire e forse affermare cose non giuste, che potrebbero persino peggiorare la sua situazione. Resta sull’attenti mentre gli spettatori, i giornalisti, i fotografi e i francesi, sono avidi di osservare e catturare il suo lento spogliarsi. La macchina da presa ci mostra l’altra parte della scenografia: alberi secchi, natura morta e spenta. Tutto è in armonia con lo stato d’animo del condannato e l’enfasi della scena è caricata dal comportamento di alcuni uomini, che, seduti sugli alberi secchi, urlano ferocemente: «A morte», «Sei un traditore», «A morte l’ebreo», «Vigliacco». Invece, tra gli altri spettatori ci sono i soldati, che sorridono e ricercano con il binocolo il piacere, guardando ogni particolare della divisa strappata. Pezzo dopo pezzo. Un primo piano con i gradi a terra evidenzia lo sporco piacere del pubblico. La folla si agita e inizia a gridare in modo più animato, come se urlando potesse colpire ulteriormente Dreyfus. La cerimonia della degradazione è finalmente conclusa e un uomo pronuncia una frase emblematica, forse, potremmo azzardare dicendo, una sintesi dell’intero film: «I Romani davano i cristiani in pasto ai leoni, noi diamo loro gli ebrei. Immagino che questo sia un progresso».
La telecamera segue Dreyfus, i suoi sguardi rivolti ai suoi superiori e poi c’è uno stacco: si ritorna ai gradi spezzati e alla spada infranta, letteralmente frantumata a metà.

La visione completa della lenta degradazione

Tutta la sequenza è girata con una cinepresa che prima inquadra da media altezza la struttura, come se fossimo in un teatro, mostrandoci l’intero complesso, e poi si sposta a sinistra, rivelandoci dei soldati che marciano, giungendo nei pressi dei simboli che testimoniano la degradazione di Dreyfus. Segue uno stacco sui soldati e sull’uomo a cavallo, per poi passare ad un primo piano del lettore e del condannato. Il regista Roman Polański fa un ulteriore primo piano sui cancelli che tengono lontani la folla arrabbiata ed eccitata. L’eccitazione pervade anche dai soldati, che la cinepresa inquadra a gruppi di tre, quasi a ricordarci il numero del diavolo e il suo piacere viscido nel colpire i buoni e nel farli cadere nella sua trappola. Inoltre, alcuni soldati usano un binocolo, fissano con compiacenza il degradato e ne parlano schernendo. Allo stesso tempo anche lo spettatore osserva la scena con il binocolo e vede i gradi e le decorazioni della divisa strappati e buttati per terra. Il regista in questo modo ci rende completamente partecipi e ci fa essere sia spettatori di un’iniquità, che ricercatori di un sadico piacere. La scena ritorna e la cinepresa si allontana dal gruppo di tre e compie un movimento lineare, posizionandosi al di sopra di tutti. Ecco, un’altra chiara volontà del regista di non mostrare una sua idea, ma di narrarci le vicende così come scritte nel romanzo di Robert Harris, come se volesse lasciare allo spettatore “l’ardua sentenza”.

Dreyfus viene mandato al confino

Dopo la sequenza della degradazione assistiamo alla decisione di mandare Dreyfus sull’isola del Diavolo, uno scoglio deserto dove sarà totalmente solo. La sequenza mostra l’uomo emaciato, sotto una luce chiara, che entra nella sua piccola prigione. L’inquadratura è diretta e la cinepresa è come un soldato che gli si trova dietro le spalle. Seguiamo il condannato da vicino e osserviamo il mare che si intravede dalla finestra con le sbarre. Lentamente il regista ci mostra l’intera piccola isola, percependo il senso di alienazione e disperazione, per rimarcare ancora di più la sensazione d’impotenza e solitudine, che il soldato vivrà. Ci allontaniamo sempre di più e tutto è immerso nell’immensità dell’oceano. Ma la sequenza si interrompe e lo spettatore viene trasportato nuovamente nella vita di Picquart.

Le déjeuner sur l’herbe 

Nuova sequenza: una comitiva francese discute sul caso Dreyfus, la luce è chiara e rievoca il famoso quadro di Claude Monet “Déjeuner sur l’herbe”, l’uomo in nero su una tovaglia bianca con a fianco una donna seduta con le gambe allungate. Dietro l’albero la cinepresa ci rivela la presenza di Picquart, i conviviali discutono sul fatto che il condannato non ha avuto un giusto processo in quanto ebreo, non tutti però sono concordi e altri pensano che gli sia stato negato un giusto processo per questioni di sicurezza nazionale. Il maggiore osserva le foglie e così nasce una nuova sequenza: un flashback soggettivo. Picquart ricorda la discussione avuta con Dreyfus presso la Scuola Superiore di Guerra. Il regista, con questa tecnica, ricostruisce il punto di vista del maggiore e permette allo spettatore di vedere il flusso di coscienza e anche il fil rouge della storia: il pesante clima culture nel quale vivono gli ebrei in Francia.

Picquart e l’incarico presso i servizi segreti

La narrazione riprende, George Picquart incontra il generale Gonse, capo dei servizi segreti, che lo nomina capo della Sezione di statistica con il grado di Tenente colonnello presso il Ministero della Sicurezza. È questa la sezione dell’ex colonnello Sandherr, che ha portato alla condanna di Dreyfus, causata dall’intercettazione di una lettera. Questa viene presentata dal Maggiore Henry a Picquart, che la osserva con attenzione portandoci ad un altro flashback sulla mattina, in cui venne richiesto a Picquart di dare dei fascicoli scritti dai suoi cadetti, in quanto erano gli unici ad aver servito in tutti e quattro i reparti dello Stato Maggiore. Anche questa volta la reminiscenza ci mostra nuovamente il punto di vista del Tenente colonnello, come se chi guardasse il film fosse immerso nella tecnica narrativa del romanzo, in cui chi legge dubita. Picquart vede i passi dell’ingiusta condanna del suo cadetto:

Picquart: Gli artiglieri che hanno servito nei quattro reparti.
Sandherr: Souriau, Gaustone, Corbin, Dreyfus, Etienne. Dreyfus! L’ebreo?
Henry: È l’unico ebreo tra loro.
Sandherr: Potrebbe essere lui? Può benissimo essere lui. È meglio mostrarlo al maggiore Du Paty.
Picquart: Il Maggiore Du Paty? Ha a che fare con questo?
Sandherr: Si, il Maggiore Du Paty è un investigatore appassionato.

Segue, un altro ricordo, nel quale viene mostrata la farsa con cui accusarono Dreyfus di essere il redattore della lettera. La cinepresa è l’occhio del pubblico, e perciò non vediamo piani dall’alto, ma sempre un’inquadratura che prende il volto, il busto e la scenografia, come se fossimo dei lettori, che possono finalmente vedere quello che leggono. Il Maggiore Du Paty convoca Dreyfus per fargli scrivere una lettera su un foglio, fingendosi ferito e poter avere la prova schiacciante per accusarlo. Picquart esegue gli ordini e dopo accompagna lo sventurato Dreyfus davanti la porta di Du Paty. Il ricordo svanisce e la macchina da presa inquadra la lettera. Lo spettatore si interroga insieme a Picquart: L’accusa appena messa in scena è giusta o iniqua? Dreyfus è una spia o un semplice soldato? È stato incastrato solo perché ebreo?

Un anno dopo e un “nuovo” traditore 

2 marzo 1896: la donna delle pulizie dell’ambasciata tedesca trova un altro telegramma, che fa nascere un nuovo ricordo a Picquart: siamo nel passato perché forse c’è un nuovo traditore. Probabilmente non è un altro traditore, come vorrebbe sperare, ma lo stesso e da quel momento il colonnello inizia a dubitare fortemente delle indagini eseguite dal Ministero della sicurezza. L’indirizzo del telegramma al Monsieur le Comandant Esterhazy. La macchina da presa, come se fosse l’occhio attento dello spettatore, mette in luce in primis Picquart e il suo collaboratore Louth e in seguito, mostra il telegramma, permettendoci di leggerlo. La ricostruzione del telegramma frantumato ci induce in una “nuova” caccia.

La caccia alla “nuova” spia

Durante il controllo della presunta spia entriamo negli ambienti eleganti e dissoluti della Parigi di fine Ottocento. Al mattino ci ritroviamo nella sala greco-romana del museo del Louvre e la sera siamo in un locale notturno, di cui si evince la dissolutezza sotto una luce soffusa e chiara. Nel luogo si sprigiona un piacere intenso, acceso dall’assenzio e dalle bevande alcoliche, accettato dai soldati e voluto dagli uomini di potere. Le musiche di Montmartre sono calde, ma fuori regna la desolazione e l’immensa povertà: un uomo urina vicino al muro, i muri dei palazzi sono rovinati, le vie sono cupe e desolate e le strade sono piene di buche. Una Parigi decadente, ricca di contraddizioni. Una città aperta, che accoglie gli stranieri ma ha stroncato un ebreo.

L’indagine continua e vediamo Picquart che assiste ad una prova tattica. Un collega di stanza a Berlino lo avvisa di una possibile spia. Infatti, Coers, un soldato francese infiltrato nell’esercito tedesco, sostiene che un uomo di cinquant’anni passa da due anni informazioni di secondo ordine. Il colonnello è pensieroso, ha trovato un’altra prova sulla presunta spia. La sua indagine, che noi osserviamo e viviamo, ha permesso di trovare un nuovo colpevole. Infatti, nella scena successiva assistiamo ad un ulteriore conferma: Esterhazy viene fotografato con dei documenti in mano.

Il telegramma

Picquart si reca dal Ministro della guerra confessandogli tutti i suoi dubbi su Esterhazy. Il Ministro gli cede anche delle lettere che il soldato ha inviato in estate per farsi trasferire da Rouen allo Stato Maggiore di Parigi. A questo punto Picquart, tornato nel suo ufficio, mentre analizza le lettere di Esterhazy, si accorge di alcune somiglianze con il bordereau di Dreyfus. La macchina da presa da un taglio netto da Picquart al documento e infine, si muove insieme al soldato che si siede alla scrivana e confronta le due grafie. Picquart è sconcertato, si tocca i baffi e la macchina da presa si avvicina nuovamente al documento, ma questa volta con a fianco la lettera di Esterhazy. Una nuova sequenza si apre, ma su un lontano ricordo: il processo e l’analisi grafologica:

Giuria: Non nutrite alcun dubbio che sono state scritte dalla medesima persona?
Alphonse Bertillon: Non ho alcun dubbio al riguardo.
La difesa: Signor Bertillon ci sono delle similitudini, ma anche molte differenze le “o” la doppia “s” lo dite voi stesso.
Alphonse Bertillon: Si e tuttavia sono intenzionali. È un’operazione di auto-falsificazione se volete. Non dimenticate che ad esempio il bordereau è stato scritto su foglio estremamente sottile, come questo qui. Non si scrive mai una lettera su un foglio così. Questo permette – Perdonatemi, posso? – di avere una trasparenza perfetta e quindi di utilizzare un modello al di sotto per poter copiare il modello sottostante. C’è, ad esempio, una parola in particolare ovvero la parola “interesse”, che vi ho riprodotto qui con un reticolato di cinque millimetri e una sagoma quindi di dodici millimetri e mezzo. E come potete notare c’è un’embricatura, una sovrapposizione delle lettere di un millimetro e un quarto. Qui vediamo un ingrandimento più dettagliato della parola “interesse”. Che cosa notate?!? Che ogni volta, sempre si vede uno scarto. Lo scarto è esattamente di un millimetro e un quarto. È assolutamente impossibile che una mano che esegua liberamente una scrittura naturale riproduca due volte un tracciato identico. È un caso su un milione. Perciò la conclusione è che Dreyfus ha falsificato la propria calligrafia nel caso fosse stato scoperto.
Dreyfus: Credevo che voi aveste detto che sono colpevole perché la calligrafia è la mia.
Alphonse Bertillon: Si esatto!
Dreufys: Però sono ugualmente colpevole anche se la calligrafia non è la mia?
Alphonse Bertillon: Esattamente!

Dreyfus è scaltro o sono state delle ipotesi, delle mere congetture a portarlo alla condanna? La calligrafia è la sua oppure no? Il grafologo ha ragione o fa anch’egli parte di una cospirazione? Chi ha scritto realmente quel bordereau?
Il flashback è finito e ritorniamo sui documenti e nello studio dove il colonnello sta fumando una sigaretta. Si alza, seguito della cinepresa mentre estrae dei documenti dalla cassaforte. Picquart torna a casa e riceve una lettera da Dreyfus. Nuovamente la luce chiara, questa volta arancione e non più bianca, ci mostra la realtà vissuta dal soldato: mani e piedi incatenati sul letto, torture e atroci silenzi. Dreyfus è stanco e non sa più cosa fare perché lui non vuole cedere e dichiararsi colpevole.

La nuova analisi grafologica

Picquart decide di recarsi dall’esperto di analisi grafologica del processo per sapere se il nuovo telegramma sia stato scritto dalla stessa mano del bordereau di Dreyfus. La cinepresa è quasi sempre dietro il colonnello, lo spettatore ancora una volta è un detective che osserva il suo operato, seguendolo minuziosamente nelle indagini.

Picquart: Ho fatto fotografare questi documenti e vorrei sapere che cosa ne pensate.
Alphonse Bertillon: Non do mai un parere immediato.
Picquart: In questo caso forse si.

Osserviamo prima la scena da un angolo e di colpo ci avviciniamo sul volto del colonnello e aspettiamo la risposta. Il grafologo legge e controlla i documenti. Si toglie gli occhiali, prende la lente d’ingrandimento, si alza di scatto e, con i documenti in mano, e si dirige verso una vetrinetta. C’è qualcosa che ha già visto:

Alphonse Bertillon: Si, sembra uguale. Si. Si, ma si. È la stessa. Si. Oh…
Picquart: Ebbene, sono uguali?
Alphonse Bertillon: La calligrafia è identica al bordereau di Dreyfus, decisamente identica.
Picquart: E voi sareste disposto ad affermarlo per iscritto?
Alphonse Bertillon: Ma certo, se lo desiderate.

Picquart e l’ingiusta incarcerazione di Dreyfus

Il colonnello comprende che le accuse contro Dreyfus sono deboli, inesistenti, forse una montatura. Si precipita a riferirlo al generale, che è occupato nei preparativi per la visita dello Zar. Picquart informa il generale, che è però preoccupato perché Sander non si è sbarazzato delle prove e ora il dossier dimostra che Dreyfus era innocente. Il Generale manda Picquart dal capo dei servizi segreti, generale Gonse.

Questi dubita ancora che Dreyfus sia innocente e Picquart controbatte, mostrando le prove ma il Generale gli dice: «dimenticare il bordereau» […] «Il consiglio di guerra ha deciso chi ha scritto il bordereau». Per tutto il tempo la macchina da presa è sempre a mezzo busto e si avvicina con dei primi piani sui parlanti, enfatizzando ciò che hanno da dire. Tutto ruota intorno alle parole dette, non dette e infine, celate. Solo Picquard ammette limpidamente che Dreyfus è innocente.

Gonse: Conosciamo tutti la vostra opinione sulla razza eletta. Che cosa ve ne importata che un solo ebreo sia recluso su uno scoglio?
Picquart: Suppongo che sia perché è innocente.
Gonse: Ahahah! Quanto siete sentimentale… Gli agnellini, i gattini appena nati e Dreyfus sono tutti innocenti…
Picquart: Dovrei portarmi questo segreto nella tomba.
Gonse: Certo Colonnello, è proprio questa l’essenza della nostra professione.

Nuova sequenza, il colonnello è di nuovo nel suo ufficio e pensa a cosa fare. Tutti continuano a dirgli di desistere perché sono loro i capi, perché l’esercito viene prima di tutto e questi sono gli ordini, ma lui sa la verità ed Esterhazy deve essere condannato. Purtroppo, l’esercito ha più potere e il colonnello viene allontanato da Parigi.

Due anni dopo la degradazione

Giugno 1897: Picquart finalmente è rientrato a Parigi, per pochi giorni, e si reca da un suo amico: la verità è troppo importante per essere ancora celata, macchiata dal silenzio. La macchina da presa ha cambiato luce, il colonnello è irradiato da una luce chiara, nitida. Il movimento è sempre lo stesso: prima la scenografia cittadina e poi lentamente si avvicina da dietro a Picquart. Lo seguiamo fino a casa del suo amico avvocato, che gli consiglia di rendere tutto pubblico. Il colonnello viene richiamato e viene accusato dal comandante del dipartimento della Senna di aver falsificato i documenti:

Comandante: Io dico che siete stato voi a falsificarlo.
Picquart: E perché l’avrei fatto?
Comandante: Perché siete al soldo di un sindacato ebreo che vuol far liberare Dreyfus. Quindi avete fabbricato delle prove per incolpare il Maggiore Esterhazy.

Tornato a casa, tutto è stato messo sottosopra e rovistato e i carteggi sono sparsi. Il disordine è infinito, ma c’è un solo ordine che regna: la storia di Dreyfus e la farsa condotta dall’esercito. Il coraggio del colonnello è ammirevole, ma adesso è solo.

J’accuse

Nuova sequenza: Parigi di notte, una carrozza e una casa con la luce accesa. Picquart è a casa di Leblois, ci sono tantissimi ospiti illustri: Charpentier (editore), Arthur Ranc (senatore), Joseph Reinach (membro della Camera dei deputati), Georges Clemenceau (editore), Mathieau Dreyfus (fratello del condannato) e infine lo scrittore Émilie Zola. Durante questo incontro Picquart afferma che come ufficiale in servizio non può dire niente a riguardo e così Zola suggerisce di scrivere un articolo.
Anche se lo Stato maggiore si è messo nella ridicola condizione di proteggere il colpevole, Zola scrive il suo J’accuse, che metterà un punto fermo alla faccenda, facendo detonare lo scandalo del processo Dreyfus.
Parigi viene mostrata dalla cinepresa prima desolata, grigia, piena di mattoni con un cielo bianco. In seguito, l’atmosfera comincia prendere colore, a ravvivarsi quando la carrozza che scorta il colonnello arrestato passa davanti a un venditore di giornali: il J’accuse di Zola ha colpito. Il regista ci mostra le facce degli accusati, uno ad uno, volto per volto, nelle loro azioni quotidiane. I colpevoli e coloro che sono stati complici sono come schedati dallo spettatore. Lo scandalo ha dato il via a delle proteste antisemite e per tutta la città vi sono numerosi incendi, con falò dove vengono bruciati i giornali che riportano l’articolo di Zola, e le vetrine dei negozi vengono imbrattate e frantumate, quasi un’anticipazione di quel sentimento che porterà al Putsch di Monaco e alla notte dei lunghi coltelli.

Un anno dal J’Accuse

23 febbraio 1898: il processo è in atto. Zola deve pagare 3000 franchi allo Stato e deve scontare un anno di reclusione per il suo articolo. Un paio di giorni dopo, il 5 marzo 1898, Picquart duella con il colonnello Henry, il quale sostiene ancora che Dreyfus sia colpevole e dà del bugiardo al colonnello. La sequenza del duello inizialmente è cruenta e veloce, poi diventa calma e delicata; si passa dalla rabbia ceca alla stanchezza. Il colonnello pur di continuare il duello preferirebbe morire, ma si ferma. Dopo il duello Henry confessa e finalmente, dopo anni, il caso Dreyfus verrà riaperto. Purtroppo, il militare si suicida perché non ha il coraggio di testimoniare contro l’esercito.

Il processo finale 

Sono passati cinque anni, Dreyfus è dimagrito, ma il suo coraggio a differenza dei chili non è calato anzi, è aumentato. La prigionia, per quanto dura e logorante, non ha scalfito la sua voglia di avere giustizia e il suo desiderio di portare a galla la verità. Il regista ci mostra alcuni giornali per continuare la narrazione, proprio come fonte diretta, facendoci fare un salto temporale con una ricostruzione storica precisa ed efficiente. La scena sovrappone il mare ai giornali, e così lo spettatore intuisce il lungo viaggio che Alfred deve compiere. Dreyfus è stato finalmente rimpatriato, è arrivato a Parigi e ora è entrato in aula: «Sono, sono, sono… innocente. Per l’ennesima volta, sull’onore del mio nome e sui miei figli, Colonnello, lo giuro sono innocente». La bocca di Dreyfus non riesce ad emettere tanti suoni, il viso trema, la reclusione l’ha consumato. Il processo continua e l’innocente sembra farcela, ma il suo avvocato viene assassinato per non farlo testimoniare. L’esercito, ancora una volta, ferma il processo, facendo condannare Alfred a dieci anni di galera. La giuria però gli offre la grazia e così, dopo tanti soprusi e tante privazioni, è finalmente libero.

Dopo il processo

Sono passati sette anni, la Corte di Cassazione ha dichiarato Dreyfus completamente innocente, permettendogli di essere reintegrato nell’esercito. Adesso è Maggiore mentre Picquart è stato promosso Generale. L’allievo e il maestro sono di nuovo insieme e discutono:

Dreyfus: La mia promozione a Maggiore non tiene conto degli anni d’ingiusta prigionia invece, i vostri otto anni fuori dall’esercito sono considerati come li avesse trascorsi in servizio attivo. Trovo che sia ingiusto, lo ritengo un pregiudizio.
Picquart: Capisco e che vorrebbe che facessi a riguardo?
Dreyfus: Promuovermi al rango che mi spetta.
Picquart: E quale sarebbe?
Dreyfus: Tenente colonnello.
Picquart: Ma questo richiederebbe una legge speciale. […] Non è possibile. […] Perché la legge non passerebbe. Il clima politico è cambiato. È già difficile lavorare con coloro, che erano nostri nemici. Perché riaprire la questione?
Dreyfus: Perché è la cosa giusta.
Picquart: Mi dispiace, non è possibile.

Il clima politico è peggiorato, ma almeno Picquart ha recuperato egregiamente e ringrazia Dreyfus perché senza di lui non sarebbe lì. Questi gli risponde: «No generale siete qui per aver fatto il vostro dovere». Dreyfus indossa velocemente il cappotto, la cinepresa riprende i due uomini di profilo e infine, l’ultima inquadratura, che fa partire i titoli di coda, è la stessa dei gradi tolti a Dreyfus, per ricordare quell’empia degradazione. Tutto è circolare, siamo partiti dal cortile e a quel cortile con i gradi, un’ultima volta, torniamo per riflettere sugli eventi che hanno segnato la vita dei due soldati.

Riflessioni finali 

La scenografia del film è pulita e sporca, semplice e ricca, dettagliata e spoglia, uniformi perfette e vestiti logori. In poche parole, i costumi, gli ambienti e soprattutto le movenze ci riportano nella Francia di fine Ottocento. È un film livido, in cui lo squallore dell’esercito è accentuato da una luce fredda, sfumata e smorta, reale e struggentemente attuale. Lo spettatore è immediatamente trasportato anzi, catapultato nella vita di questo soldato, grazie all’occhio indagatore di Picquart, diventando il conoscitore più attento. Polański, un ebreo polacco, non dà la sua visione prendendo la voce di un personaggio, ma si affida alla cinepresa e alle luci, ecco il modo in cui la sua opinione si fa strada. Il regista riesce a riportarci la sensazione di narrazione del libro, si affida totalmente al romanzo di Harris e crea, grazie a sequenze chiare e limpide, una messa in scena perfetta. Anche lo spettatore che non conosce la storia di Dreyfus, la scopre e si fa una propria opinione sull’affaire. L’ufficiale e la Spia, vincitore del Leone d’argento, del premo Fipresci e del Green Drop Award alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e di tre César per “Miglior regista”, “Migliore adattamento” e “Migliori costumi” è un film perfetto.
La trama viene tessuta come una tela e mostrata lentamente per far apprendere didascalicamente, anche tramite qualche dubbio, il caso J’accuse. Un film in cui la ricerca della verità riesce a spezzare anche i valori personali di Picquart e di un paese intero corrotto. Questa è la grandezza del film, la liberazione portata da un alleato inimmaginabile, che alla fine resta fedele a sé stesso e ai suoi pensieri: «Con tutto il rispetto Maggiore io sono qui per osservare, non per intervenire». Picquart, l’uomo antisemita, non ha mentito al processo e alla fine è lui il vero protagonista del film, l’unico che sceglie quei valori nati dalla Rivoluzione Francese. Ecco, il genio e l’innovazione, un film dove lo spettatore è chiamato a giudicare e a scoprire un uomo che ha fatto la storia, ma che dalla storia è stato anche sommerso e ridotto al caso Dreyfus.

anna.raimo@live.it

Postilla bibliografica
Ambrosini Maurizio, Cardone Lucia e Cuccu, Lorenzo, Introduzione al linguaggio del Film, Carocci, Roma, 2003.
Bertetto Paolo, Introduzione alla storia del cinema. Autori, film, correnti, De Agostini Scuola, Novara, 2012.
Brunetta Gian Piero, Guida alla storia del cinema italiano. 1905-2003, Einaudi, Torino, 2003.
Robert Harris, L’ufficiale e la spia, Mondadori, Milano, 2019.
Rondolino Tomasi, Manuale del film, Utet, Torino, 1995.
Rondolino Gianni, Dario Tomasi, Manuale di storia del cinema, Utet, Torino, 2014.

L'autore

Anna Raimo
Anna Raimo è nata a Pisa il 25 dicembre 1995. Laureata magistrale con il massimo dei voti in Linguistica e didattica dell’italiano nel contesto internazionale presso l’Università degli Studi di Salerno e l’Universität des Saarlandes di Saarbrücken, ha in seguito conseguito un Master di II Livello in Didattica dell’Italiano L2 presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla linguistica e didattica della lingua italiana alla storia, letteratura e poesia contemporanea. Si è infatti occupata dell’italiano dei semicolti nella sua tesi di Laurea Magistrale e ha recentemente pubblicato un articolo su una particolare varietà della lingua italiana: "L’e-taliano: uno scritto digitato semifuturista?", in (a cura di S. Lubello), Homo scribens 2.0: scritture ibride della modernità, Franco Cesati Editore, Firenze 2019, pp. 159-164. Tra i suoi autori preferiti vi sono Mario Vargas Llosa, Jung Chang, Philip Roth, Azar Nafisi, Orhan Pamuk, Anna Achmatova, Rainer Maria Rilke, Federico García Lorca, Alda Merini, Bertolt Brecht e Wisława Szymborska. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura di poesie e i viaggi, soprattutto in Germania, paese di cui adora la storia, la cultura, l’arte e i magnifici castelli.