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Le “promesse tradite” della Notte della taranta in torsione nazional-popolare

La Notte della taranta è un grande evento estivo salentino, ormai arrivato alla 23-ma edizione, che celebra la musica tradizionale del luogo proponendone, nel “Concertone” di fine agosto, rivisitazioni di ogni genere, costruite nell’incontro fra un’orchestra “popolare” più o meno stabile, composta di musicisti quasi tutti locali, un “maestro concertatore” e una serie di ospiti provenienti da ambiti musicali diversi.
Nel corso della sua lunga vita, l’iniziativa, che ha coinvolto musicisti di grande rilievo, italiani e internazionali (Piero Milesi, Mauro Pagani, Ambrogio Sparagna, Ludovico Einaudi, Joe Zawinul, Stewart Copeland, solo per citare alcuni dei maestri concertatori più noti), fortemente sostenuta dai soggetti pubblici locali e in particolare dalla regione Puglia – che di fatto, attraverso l’apposita Fondazione, la controllano in toto – ha rappresentato indubbiamente un forte traino per la scena musicale locale (che possiamo definire “il movimento della pizzica”) e, con la grandiosa festa collettiva davanti al convento degli Agostiniani di Melpignano, capace di attirare imponenti masse, soprattutto di giovani (superando abbondantemente le 100.000 presenze), un significativo elemento di promozione di un territorio, il Salento, diventato tra le più ambite mete turistiche nazionali. Di contro, l’acquisita centralità dell’evento, ha contestualmente imposto un’influenza “egemonica” su un contesto molto vivace e variegato (e litigioso), e prodotto una certa spregiudicatezza nella costruzione delle proposte musicali, sempre più distanti dalle musiche tradizionali elettive.

Almeno fino agli ultimi anni, quando la Notte ha subito una significativa torsione verso una formula più commerciale e televisiva, evidente in particolare nella scelta di ospiti fortemente legati a quei contesti. Questa impostazione ha trovato un suo primo momento apicale nel 2019, con la scoppiettante presenza, come “presentatrice”, della soubrette Belen Rodriguez e del suo compagno (di allora) Stefano De Martino. Nel 2020 il Covid-19 ha impedito la messa in scena del concertone dal vivo, e si è optato per una versione registrata e poi trasmessa da Rai2. Quest’anno invece, sempre per i nefasti effetti della pandemia, si è realizzato con pochissimi spettatori (1000), ma ha esordito su Rai1. La principale e più tradizionale delle reti generaliste ha mandato in onda in differita (il 4 settembre alle 23) le riprese della serata melpignanese, di fatto mutata in una sorta di spettacolare studio di registrazione. I pochi presenti astanti si sono quindi trovati di fronte un format del tutto funzionale alla destinazione televisiva, con tanto di prove, errori, interruzioni, ripartenze eccetera. Ma in particolare è stata la scelta degli ospiti a dare il segno “nazional-popolare” alla serata, con il mitologico Al Bano chiamato a condurre e cantare e il trio “Il volo”, anch’esso di casa nei programmi più commerciali e pop, a fare da ospite d’onore.
Questa nuova formula della Notte, oltre all’ampio coro celebrativo che ogni volta è pronto ad alzarsi, specie sui media locali, ha suscitato notevoli critiche, in particolare sui social e su alcune testate specializzate, da parte di appassionati, operatori culturali, giornalisti di settore e intellettuali, ma anche di semplici fruitori. E proprio l’ultima edizione, quella del tanto bramato sbarco su Rai1, ha scatenato una indignazione ampia e trasversale, anche per i risultati in termini musicali, troppo legati ai modelli del pop televisivo e di bassa qualità (ma ovviamente non sono mancati pareri diversi). Mai come in questa occasione diversi personaggi di rilievo hanno sentito l’esigenza di segnalare il proprio dissenso in interventi pubblici, con toni a volte anche molto decisi: solo per fare qualche esempio, si possono citare l’attore e studioso Brizio Montinaro, la scrittrice Milena Magnani, il cantante dei Sud Sound System Nandu Popu (Fernando Blasi), il musicista dello storico gruppo degli Officina Zoè, Donatello Pisanello. Inoltre “Blogfoolk”, prestigiosa rivista online dedicata al mondo della musica “popolare” e world, che ha seguito sempre con grande interesse la scena salentina, ha ospitato due contributi profondamente critici, del docente universitario Andrea Carlino e del musicista e regista Luigi Cinque.

La vicenda della Notte della taranta, anche al di là del contesto salentino, credo sia interessante soprattutto per due ragioni. Da una parte perché è un precoce caso in cui i processi di valorizzazione di una parte del “patrimonio culturale immateriale” locale sono stati, anche grazie alle ingenti risorse messe a diposizione dalla politica, spinti ai massimi livelli, con risultati molto significativi, tanto da diventare esemplare per altri contesti. La “deriva” a cui stiamo assistendo potrebbe allora indicare che in attività tutte imperniate sulla logica dell’evento, l’esclusiva ricerca di visibilità, accompagnata da una certa “ansia da prestazione”, per cui ogni anno bisogna fare qualcosa in più dell’anno precedente, in termini meramente quantitativi, generi, senza il conforto di un lavoro culturale più vasto, un totale snaturamento del “patrimonio” che si vorrebbe “valorizzare”: le musiche e le danze delle tradizione si riducono a un sempre più confuso sfondo di esibizioni di artisti più o meno famosi, in una logica, come già detto, del tutto funzionale a quella della tv commerciale.
Ma c’è un’altra questione che il caso solleva, ed è il rapporto fra un movimento che è nato e in qualche modo continua a vivere in una dimensione “dal basso” e gli interventi delle politiche istituzionali. Infatti, tutta questa vicenda ha origine alla metà degli anni ’90, quando il movimento (che già esisteva e produceva musica e balli, azioni e immaginario) cominciò a chiedere con forza alla politica locale un impegno pubblico più complessivo sui temi della tutela, conoscenza e valorizzazione del patrimonio etnomusicale locale. Dalla ricerca di quel confronto, per iniziativa di un gruppo di comuni e della Provincia di Lecce, nacque un “Istituto”, emblematicamente intitolato al grande etnomusicologo Diego Carpitella, che accompagnò Ernesto de Martino nella celebre ricerca sul tarantismo condotta nel Salento nel 1959. Gli scopi dell’Istituto – come chiaramente riferiti nello Statuto – erano appunto quelli di mettere in campo un progetto “culturale” in questo settore, coinvolgendo ricercatori, appassionati, attivisti di vario genere, e costruendo anche una biblioteca e un archivio multimediale dedicati alla musica salentina e al tarantismo. Oltre a creare occasioni di spettacolo: con questi intenti nel 1998 si è realizzata la prima edizione della Notte della taranta. La logica dell’evento non ha però tardato a imporsi, e subito l’Istituto è sembrato occuparsi prevalentemente di organizzare questo momento spettacolare, che ha avuto immediatamente un successo capace di superare le più rosee previsioni, producendo peraltro anche un’enorme visibilità per i politici organizzatori. Una condotta che comportò critiche anche molto accese da parte di chi all’Istituto rimproverava di aver “tradito” le “promesse” per cui era nato (l’espressione è del compianto studioso Sergio Torsello). Dopo lunga gestazione, nel 2008 prese vita, con un ruolo molto più significativo rivestito dall’ente Regione, l’attuale Fondazione (ma cominciò a funzionare solo nel 2010), che ancora una volta – come solennemente sancito nello Statuto, intorno a cui si sviluppò un’intensa e appassionante discussione pubblica – doveva non solo gestire il Grande Evento, ma produrre un progetto culturale più complessivo (e le relative infrastrutture). Intenti che credo fossero ben chiari al suo primo presidente, Massimo Bray (allora dirigente della Treccani, da meno di un anno assessore alla cultura della regione Puglia), che però dopo poco tempo fu candidato alla Camera per il Partito Democratico e poi divenne ministro della Cultura, venendo sostituito da chi la gestisce attualmente. Insomma, come prima e più di prima, nonostante le promesse e lo Statuto, la Fondazione ha continuato fino ad oggi ad occuparsi esclusivamente della serata omonima, in maniera sempre più disinvolta e spregiudicata. E, anche se potrebbe sembrare incredibile visto il clamore che si è sviluppato intorno al “movimento” salentino e l’interesse che si mantiene vivo nei confronti del fenomeno del tarantismo, ancora nessuna istituzione pubblica locale è stata in grado di realizzare una biblioteca e un archivio sonoro e visivo in cui custodire la (fortunatamente) vasta documentazione sulla musica tradizionale del Salento e i tanti studi che negli anni si sono moltiplicati su di essa. E manca anche – a parte qualche tentativo timido e del tutto insufficiente – una struttura museale in grado di raccontare con linguaggi attuali un patrimonio tanto attrattivo.
Da questo punto di vista quindi, si può dire che la lunga vicenda della Notte della taranta è anche la storia delle “promesse tradite” delle istituzioni nei confronti di un “movimento” culturale nato dal basso, e di cui la politica locale, usando risorse pubbliche, ha preso totalmente il controllo (come non accade in nessun evento di tale portata), con risultati che ormai sono sotto gli occhi di tutti[1].

vincenzo_santoro@hotmail.com

 

[1] Alla ricostruzione della storia della Notte della taranta, dall’Istituto Carpitella alla Fondazione, all’apparizione di Belen, ho dedicato più ampie considerazioni in Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina (Squilibri 2009) e Rito e passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina (Itinerarti 2019). Il mio blog ospita anche una selezione degli articoli che ho scritto nel corso degli anni sull’argomento.

L'autore

Santoro Vincenzo
Santoro Vincenzo
Vincenzo Santoro è nato ad Alessano (Le) il primo febbraio 1970. Nel corso dell’esperienza universitaria a Pisa, partecipa al movimento studentesco “La Pantera” e comincia un percorso di lavoro e approfondimento sui temi della rappresentanza studentesca e del diritto allo studio, che in seguito svilupperà collaborando alla fondazione del sindacato studentesco Unione degli Universitari (in cui farà parte del primo esecutivo nazionale, dal 1994 al 1997) e poi come collaboratore del Ministero dell’Università (dal 1998 al 2001). Eletto nel consiglio comunale del suo comune (Alessano, Lecce), svolgerà l’incarico di consigliere delegato alla cultura dal 1997 al 2000.
Parallelamente, svilupperà un’attenzione ai temi delle culture e delle musiche tradizionali (con particolare riferimento alla sua terra di origine, il Salento), contribuendo a numerosi progetti culturali e realizzando diverse pubblicazioni, fra cui (insieme a Sergio Torsello) Il Ritmo meridiano. La pizzica e le identità danzanti del Salento (2002), Il Salento Levantino. Memoria e racconto del tabacco a Tricase e in Terra d’Otranto ( 2005) e Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina (2009) .
Altra pubblicazione importante da lui curata è Manifesto di Pace (2002) raccolta degli articoli scritti per il quotidiano il manifesto dal 1990 al 1992 da Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e esponente importante del movimento per la pace.
Dal 2004 lavora presso l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, dove attualmente è responsabile del Dipartimento Cultura e Turismo.
Nel 2015, con Antonella Agnoli, ha curato la pubblicazione di Un viaggio fra le biblioteche italiane, volume che riassume i risultati di una ricerca condotta in quaranta biblioteche “di base” distribuite su cinque province e una regione, per conto del Centro per il libro e la lettura del Mibact.
Di recente uscita per l’editore Squilibri è il saggio Odino nella terra del rimorso. Eugenio Barba e l’Odin Teatret in Sardegna e Salento, 1973-1975.