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Dialoghi d’arte. Tessere la vita. La mostra di Sidival Fila alla Raccolta Lercaro

Bologna, città metropolitana, negli ultimi anni, senza considerare il blocco causato dall’esplosione del coronavirus e la lunga pandemia non ancora debellata, ha mostrato di sapersi convertire in un centro in cui numerosi sono i turisti che la godono come città d’arte. Ha infatti aggiunto alla sua solidità economica e all’armoniosa bellezza del suo tessuto urbanistico, un circuito di istituzioni culturali sia pubbliche che private, comprensivo pure di importanti biblioteche non solo storiche, capeggiate da Salaborsa, e di realizzazioni, come le Fondazioni MAST e Golinelli, dovute alla lungimiranza di un mecenatismo imprenditoriale.
La Raccolta Lercaro, distintasi sempre per il suo patrimonio iniziale e per l’incremento che anche recentemente ha saputo potenziare e gestire, vanta una collezione composta di opere di rara qualità, immerse in un contesto curato in ogni minimo dettaglio a partire dal fondo costitutivo, ossia dalle acquisizioni volute dall’arcivescovo di Bologna (dal 1952 al 1968) Giacomo Lercaro, fondo raccolto secondo le sue personali inclinazioni. Il gusto e il rapporto instaurato dall’arcivescovo con gli artisti consentono oggi ai visitatori del museo di ammirare anche la produzione artistica contemporanea, con espressioni di Arturo Martini, Mimmo Paladino, Renato Guttuso e Giacomo Balla tra molti altri, e di pittura e grafica di artisti bolognesi, a cominciare da Giorgio Morandi, per approdare ad Aldo Borgonzoni, Pompilio Mandelli, Enzo Pasqualini e Ilario Rossi, limitando il campo ad alcuni artisti italiani. Hanno contribuito ad accrescerne l’importanza i munifici doni pervenuti da quei cittadini, che hanno avuto a cuore una istituzione alimentata e sorretta negli anni dalla accortezza con cui la Chiesa ha saputo e sa tesaurizzare.
Tra le diverse funzioni comunicative dell’arte, quella estetica non è l’unica che viene coinvolta nel dialogo messo in scena dalla Raccolta Lercaro, che apre la stagione culturale 2021/2022, dopo la lunga paralisi, con una importante esposizione curata da Andrea Dall’Asta e Francesca Passerini.

La Fondazione ospita infatti da venerdì 22 ottobre al 30 gennaio 2022, la mostra dell’artista, frate minore francescano, Sidival Fila, in collaborazione con la recentissima Fondazione Filantropica Sidival Fila, dal titolo Tessere la vita. Di origini brasiliane, Fila ha fatto dell’esperienza artistica un vero e proprio atto di fede, una pratica religiosa, riuscendo a coniugare devozione e passione. Egli, infatti, come si evince dal titolo, e in osservanza ai precetti dell’Ordine, pratica un’arte fatta di cose semplici, di utensili quotidiani e “umili” legati con ago e filo.
La tessitura, tradotta in arte dall’autore, è carica di significato e vuole andare a ricucire e rimettere insieme le parti più distanti, le materie dimenticate, sole, disperse. Il punto di partenza del suo fare artistico è infatti costituito dall’utilizzo di materiale di recupero e scarto, un materiale a cui è conferita una seconda vita, un nuovo significato. Vecchi resti sulla strada, fili consumati, tele usate, tessuti abusati, si intersecano tra loro e, rimescolandosi, assumono nuova valenza. Le opere di Fila si snodano nelle sale del museo con naturalezza, come recita anche il motto dell’Ordine francescano “pace e bene”, instaurando un dialogo con l’ambiente e tra di loro, quasi come se si ‘conoscessero’ da molto tempo.
La materia che compone le opere di Fila, attraverso il suo sguardo muta: da oggetto di scarto entra nella sfera dell’arte fino ad assumere un valore emotivo e spirituale, oltre che fisico. Come sapientemente ha sottolineato Andrea Dall’Asta durante il vernissage: «riutilizzare materiali di scarto presuppone un gesto di pietas: l’oggetto scartato diventa l’elemento privilegiato».
L’officina di Fila, che ha antiche origini, utilizza ago, tessuti, oggetti di recupero, fili che cuciono e ritessono le tele di ieri e di oggi. Il tema del recupero è molto attuale per quanto riguarda il riciclo dei materiali e il loro riuso in relazione all’inquinamento per un’arte ecologica. Non sfugga al lettore la consonanza: per volontà di un pugno di docenti, fra cui spicca l’indomabile Carlo Pulsoni, al quale si devono numerose kermesse rivolte ai giovani per preservare la natura, mentre a Bologna si affaccia la bella mostra di Fila, a Roma si snoda la terza edizione del Festival europeo della poesia ambientale, quest’anno con un approfondimento dedicato al centenario della nascita di Andrea Zanzotto.
È un discorso che prende il via da molto più lontano, da quando Walter Benjamin asseriva che «scarti e rifiuti servono, non per farne l’inventario, bensì per rendere loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli». La scelta di utilizzare i materiali di scarto, nel conferire vita nuova a certi resti, avvicina il lavoro di Fila a quelli di grandi dell’arte contemporanea come Alberto Burri, per cui anche le macerie hanno costituito un punto di partenza della sua colossale opera, o come Maria Lai, rappresentante dell’arte “povera”, tessitrice e legatrice di profondi significati della lettura, che ha saputo proporre pure nelle trame dei suoi libri d’artista.
La bravura di Fila non sta solo nel recuperare lo scarto, ma soprattutto nel manipolarlo, nel renderlo arte. Egli è in grado di far parlare l’elemento oggetto della sua opera, attraverso un lungo e dispendioso lavoro manuale frutto di prove e di adattamenti, di buchi e creazioni di modelli, sovrapposizione di colori e vernici che si ricongiungono in punti diversi. Le sue nuove trame restituiscono all’oggetto una diversa statura e una ritrovata aura che si stende come fosse un velo, sotto una diversa luce.

L’arte di Fila esprime una forte valenza simbolica che si palesa con l’azione di recupero e con la volontà di non abbandonare i resti, metafora degli ultimi, di quelli che sono lontani, degli emarginati. Il messaggio che emerge riguarda la troppa facilità con cui si è soliti gettare via oggetti che non devono essere sempre scartati, ma che invece vanno reintegrati all’interno di un nuovo flusso, con nuova energia e pertanto reintrodotti nel ciclo della vita. Tutto questo avviene prima attraverso lo sguardo dell’artista, che non vede l’oggetto in quanto tale, non cioè con una funzione utilitaristica, ma valorizzandolo in se stesso. In Fila si formalizza quello che Marc Augé chiama “altruismo” e ciò che André Gide ha rinchiuso nella formula di “atto gratuito”. L’esperienza artistica di Sidival Fila si espleta con un gesto di pietas mutuato attraverso l’arte di un «Circolare / groviglio / di fusi fili / spinati / in angusto labirinto» in cui lo stesso artista dice di perdersi.
L’aspetto forse più significativo della mostra, che meglio esprime il confronto attraverso un dialogo tessuto da fili intricati, veli e superfici sinuose, è il parallelo che si instaura con il paesaggio di Giorgio Morandi. Le opere accostate l’una all’altra creano una sinergia all’interno della sala, dove sembra che quelle di Fila siano l’eco profonda della tela di Morandi.

All’interno delle opere di Fila c’è un altro raffronto indicativo, che fa riferimento ancora al tema centrale della mostra: è la tela trecentesca di Simone delle Croci, posta di fronte al velluto rosso di Fila, in modo che le due opere si specchiano in un gioco di sguardi intenso. Proprio la curatrice della mostra, Francesca Passerini, intrattenendo i presenti all’apertura della mostra, ha spiegato che il velluto rosso posto a copertura della parte posteriore della tela, era stato scartato da un restauro, il che le ha impedito di disfarsene, così da poterlo donare a Fila, il quale ne ha poi tratto l’opera esposta. Le due parti, che erano una dietro l’altra, si trovano ora di fronte, ampliando i tanti significati che il velluto rosso consunto esprime.
Sono circa 15 le opere che compongono la mostra, nessuna delle quali, per decisione presa dai curatori d’accordo con l’artista, presenta una didascalia. Si è scelto che le opere parlassero da loro stesse, dando l’immagine di una mostra aperta, senza che nulla condizionasse le emozioni del visitatore. È lo stesso Fila, quando crea, a lasciare la materia libera di esprimersi nel suo essere e nelle sue forme, allo stesso modo di chi guarda, che non deve essere guidato da un pensiero predeterminato, ma deve essere libero di sentire l’opera secondo il suo vissuto e la propria sensibilità. Gli spazi ampi e le grandi pareti suggeriscono una fruizione che si snoda nel guardare, nel vedere e nel sentire.

Le tante voci che si uniscono all’interno della Raccolta Lercaro, sono legate, cucite dalle mani e dalla straordinaria capacità che Sidival Fila ha avuto nell’intrecciarle: in questo senso il titolo della mostra, Tessere la vita, esprime al meglio la fusione di arte, sensibilità, spiritualità e vissuto, messi in evidenza dallo stesso allestimento.

samueledisaverio@hotmail.it

Raccolta Lercaro
Via Riva di Reno 57
40122 Bologna
Tel. 051 6566210-211
segreteria@raccoltalercaro.it

 

 

 

 

 

L'autore

Samuele Di Saverio
Samuele Di Saverio laureato alla magistrale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi dal titolo De profundis: Manifestazioni del sottosuolo. Dostoevskij, DonDelillo, Murakami, a.a. 2016/2017, relatore F. Amigoni. Parte della tesi è stata interpretata dall’artista Isabella Ciaffi in un libro d’artista. Collabora con la prof.ssa Maria Gioia Tavoni alla realizzazione di una monografia sull’artista Roberto Gianinetti.