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L’altrove della poesia: un ritorno

Non può che essere ragione di plauso la rinascita di una casa editrice che ha percorso le vie della poesia. Si tratta delle Edizioni Il Labirinto che, nata nel 1981, dopo un periodo di silenzio per la perdita del suo fondatore, il poeta Gianfranco Palmery, pubblica la raccolta Forse un altrove. Ipotesi di viaggio attraverso la poesia (Prefazione di Marco Vitale. Immagini di Edoardo Ferri, Edizioni Il Labirinto, Roma 2021), riunendo le voci di 38 poeti, diversi ma accomunati dal tema del viaggio. Li precede la premessa di Marco Vitale, che con misura di elegante nitore, si sofferma sulla genesi delle poesie, offrendoci un “portolano”, in cui la diversità è ricchezza di linee, di invenzioni e soluzioni poetiche e invitandoci con Baudelaire del Voyageet, sans savoir pourquoi, disent toujours: Allons – e con l’incipit molto amato da Attilio Bertolucci, “Pour l’enfant, amoureux de cartes et d’estampes”, alla lettura e all’ascolto.

Connaturato alla poesia è l’altrove: desiderio, sogno, mistero, memoria lirico-evocativa, essenza del reale e verità verso cui tende il poeta. E il viaggio lo rappresenta e simboleggia, ora ricercato nella propria intimità ora nel cammino verso un luogo e un tempo conosciuti e perduti ora verso uno spazio-tempo intravisto e epifanicamente ritrovato, con Stefano Agosti nell’ Alfabeto della testualità su Proust, “per la grazia di una sensazione”. Il titolo della raccolta, che trova la sua genesi nei vv. 13-14 del Viaggio di Elio Pecora (“Forse un altrove, ma troppo simile al giorno: // a quell’andare stretto, abusato, inconcluso”), segnala tuttavia nel Forse la possibile difficoltà del cammino e dell’approdo, l’ostacolo sordo che può trattenere, la “ripetizione dell’esistere”, come in Vittorio Sereni, o il venir meno dell’energia espressiva. In questo “labirinto” (È possibile viaggiare dentro un labirinto? Si legge sulla controcopertina) invece, il tema del viaggio ha creato un arazzo poetico che colpisce e incanta, tessuto musicalmente attraverso la variazione, incastonato in interni del cuore, dorati di luce o velati d’ombra, o in esterni vicini, ma che possono richiamare e aprire orizzonti lontani, finiti e infiniti, del passato o del futuro.

Con Domenico Adriano si cammina, si accompagna l’amico sul tram n. 3 e si pensa alla circolare su cui stava Ungaretti, il “poeta rapito”, (L’uomo che cammina); con Sauro Albisani si inseguono divinità sognate (Lari); riaffiorano memorie amate (Manos di Ferri), l’Itaca di Anna Cascella Luciani (viaggiare per tornare), Cascais “seta di mare o mare di seta” di Gabriella Pace; le Isole “di mare e di vento” di Isabella Vicentini; l’”intricata Shanghai” di Michelangelo Tieri (Rondine navigante); “Giava / Sumatra …giallo e salmastro della Sonda!” sognate da Palmery (Da dove viene questo richiamo d’ombra?); la “lontana spiaggia galiziana” di Pietro Montorfani (Finisterre); “i sassolini” sulla tomba di Van Gogh pietosamente raccolti da Luigi Fontanella [ Vincent (ovvero in viaggio verso Auvers-sur-Oise)]; la Venezia che “non esiste, puoi soltanto sognarla” di Roberto Deidier e la Venezia tanto desiderata che accolse Proust (La firma di Proust di Pasquale Di Palmo); “un paese di pinnacoli” tra magia e nostalgia di Massimo Morasso (Uomo e pietra); lo “scrigno marino / dei cavallucci” di Gino Scartaghiande (Cavallucci marini) e persino, nel pietoso LUltimo viaggio di Michele Colafato, una romana Piazza Albania, rifugio e “nuova reggia” di una migrante, “il capo coronato di stracci variopinti”.

E se Rodolfo Di Biasio ci segnala per la fine del viaggio “mani fraterne” che rendano “lieve il tramonto” (Poemetto della fine del viaggio); se Mario Corsi fa di Pomuch il luogo di “un rito antico di pietà amena”; Baldo Meo dona all’andare la “ricerca di una terra migliore / per ritrovare la comunità lontana eppure nostra” (Avvicinamenti”) e Onofrio Lopez riecheggia figure e luoghi da leggende o libri “per nuove partenze”; Maria Clelia Cardona (Il viaggio del vasello) propone il mare, sull’eco del dantesco Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io, come “materia di sogni, / traghetto di inappagati desideri / e di ogni amore corsaro”. È ancora il mare che Massimiliano Mandorlo invoca con leggerezza di tocco (Mare portami) e Annalisa Comes rievoca “lingua stretta d’imbuto” in u strittu, mentre risalire il fiume è per Gianfranco Lauretano tornare all’infanzia e alla casa paterna (Ho risalito il fiume fino alla casa) e Giancarlo Pontiggia (Il mondo nuovo. Frammenti) ci avverte che il viaggio è senza conforto né oblio, ma un “fiume, / ma nient’altro che acque: torbide, grevi, ferrigne”, fiume “del tempo di oggi”, che porta con sé solitudine e impossibilità di pensieri, parole e sogni: “Né mondo, né vita / ma solo un bruno scorrere di cose /che ci riempiono gli occhi, / e la mente”.

Eppure ancora è possibile cantare, con sorridente levità, di un amore lontano (Licenza di Francesco Dalessandro); di “fiori selvatici” che possono fiorire sulle rovine d’Europa (A un simposio del nostro futuro di Marco Caporali); di voli di uccelli migranti “tra confini planetari” e di un cielo che “emette la loro musica” (Antigone Canadensis di Barbara Carle); di treni che scorrono senza lasciare tracce (Esempi di Umberto Fiori) o inducono a viaggi impossibili (Il treno di Rita Iacomino), mentre “attraccare là donde / non siamo mai salpati/ è l’impresa più dura” (Adagio sgusciando dal viaggio di Marica Larocchi) e ripensare il viaggio è ritornare a sé stessi mutati, come dicono i versi di E questo cielo che non demorde di Simone Zafferani: “E solo dopo lo riconosci / il viaggio che sempre a te riporta (non più te / ma un po’ di quel che eri e mai più lo stesso)” .

Memoria di affetti, evasione, notturni, passare degli anni (Li rivedi quegli incontri tutti dentro di Eleonora Rimolo; Il viaggio che non comincia di Roberto Rossi Precerutti) connotano molte di queste liriche, ma non mancano pensieri sull’arte, sul suo valore e sulla sua presenza nella nostra vita. Può essere la poesia di Marco Vitale, che ricreando la bellezza di un dipinto, sopravvissuto all’eruzione vesuviana di Ercolano, afferma l’eternità dell’arte, ma può essere anche, all’origine della poesia, “un’aria lenta / che ha luogo da sé / e canta all’aria” di Silvia Bre (Nessuna legge s’alza) o, con Laura Corraducci (ci sono strade senza finestre dove la luce), la “voce al canto del cuore” che consola.

gabriella.palli@tiscali.it

 

 

 

 

L'autore

Gabriella Palli Baroni
Gabriella Palli Baroni laureata in Lettere Classiche a Pavia, allieva di Lanfranco Caretti, perfezionata a Chicago e a San Diego sul pensiero scientifico rinascimentale e su Machiavelli, vive a Roma. Scrittrice e saggista, è studiosa di letteratura dell’800 e del 900 ed è critica di letteratura contemporanea. Collaboratrice di «Strumenti Critici», «L’Illuminista», «Il Ponte» e di altre riviste italiane e straniere, si è dedicata in particolare ad Attilio Bertolucci, del quale ha curato il Meridiano Mondadori Opere, le prose Ho rubato due versi a Baudelaire, gli scritti sul cinema e sull’arte, e a Vittorio Sereni, del quale ha curato i carteggi con Bertolucci (Una lunga amicizia. Lettere 1938-1983, Garzanti 1993) e con Ungaretti Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969, Archinto, 2013). Ha inoltre pubblicato l’antologia Dagli Scapigliati ai Crepuscolari (Istituto Poligrafico dello Stato 2000) e Tavolozza di Emilio Praga (Nuova SI, 2008). È autrice di saggi sulla poesia di Amelia Rosselli e ha collaborato al Meridiano L’opera poetica, uscito nel 2012 e al numero monografico XV, 2-2013 di «Moderna» (Serra, 2015). Nel 2020 ha pubblicato di Attilio e Ninetta Bertolucci, Il nostro desiderio di diventare rondini. Poesie e lettere (Garzanti).