La foto di copertina è di Dino Ignani
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«All art has been contemporary» si leggeva in un’opera al neon di Maurizio Nannucci esposta all’Auditorium di Roma nel 1999. Affermava ciò in cui crediamo, convinti che sia importante che la creazione artistica sappia restituire lo spirito del tempo presente senza mai dimenticare il passato, ma rileggendolo e rinnovandolo. Contemporanea al suo tempo l’arte diviene contemporanea al nostro tempo, come ben dimostra il poeta Gabriele Tinti, che si accosta all’antico, interpretandolo alla luce della sua sensibilità di uomo moderno. La sua parola poetica è intensa e commossa nel far rivivere l’opera d’arte, sottraendola all’oblio della sua genesi ideale e fisica.
Seguendo la tradizione classica Tinti, come un aedo, ci propone un genere d’arte capace di rivestirsi dello sguardo che vede e giudica con strumenti critici nuovi; con Yeats, in epigrafe, «call images and memories from ruins» . Di più il poeta dà vita ai suoi versi attraverso la recitazione di grandi attori, così da rinnovare la musica che scaturisce dalla parola viva, meditata e teatralmente gestita, mentre più forte risuona il significato poetico e umano, che in lui paiono inscindibili.
Ne è testimonianza il volume Ruins, pubblicato in formato assai prezioso per le illustrazioni dall’editrice Eris (New York 2025). La prefazione è firmata da Nigel Spivey, illustre classicista di Cambridge, che sottolinea con vigore espressivo la tradizione dell’ecfrasis, genere alessandrino che influì su Virgilio, sui Poeti Novi e Catullo, che nel carme 64 descrisse il mito di Arianna, ma che fu anche utilizzato da Keats nell’Ode on a Grecian Urn e da altri poeti che seppero trarre ispirazione da un’opera d’arte, inverando la bellezza del gesto pittorico, scultoreo e cromatico che l’aveva generata. Ma originale e diversa è l’ekfrasis esercitata da Tinti. Egli l’affida alla recitazione, mentre descrive l’atto artistico e penetra nel valore universale, perenne dell’opera. L’attore, che dà voce a una scultura antica, diviene lui stesso una “scultura vivente”, ricreandola con la poesia e facendola vivere di nuovo.
Spivey muove nella sua presentazione da Omero, che illustra magistralmente lo scudo di Achille, chiesto da Teti al gran fabbro degli dei Vulcano. La descrizione della decorazione è «enthusiastic and magnificent» quasi Omero vi avesse impiegato tutte le sue energie poetiche e vi avesse rinchiuso «life, the universe and everything», la vita, il cosmo, l’universo, il tutto, in una chiave di assoluta perfezione. Analogamente Tinti procede come un antico rapsodo; contempla un oggetto d’arte e lo rinnova con realismo, ma soprattutto sprigionando l’idea e il sentimento che l’avevano ispirato.
Sprigionando l’idea: era il concetto artistico di Michelangelo che riteneva che il marmo racchiudesse la forma che l’artista doveva far scaturire. Gabriele Tinti parte dall’ opera realizzata e ne ricava il pensiero che l’ha generata, sottraendola al silenzio e oltrepassando il contesto in cui è stata concepita, fino a ridonarle un destino.
Resta, nelle parole del poeta la nostalgia per un tempo in cui, con Holderlin, “gli dei camminarono tra gli uomini” o, con Bertolucci, le Esequie di Focione (d’après Poussin) potevano celebrarsi tra “montagne d’ametista e fumi lontani”. Ma la nostalgia di Tinti non dimentica il dolore, il sangue e la lotta, infine le miserie dell’uomo. Con i suoi versi, ora duri, terrestri e scabri, ora morbidi e intrisi di tenerezza, ridona nuova vita alla vita perduta, dona la verità della parola poetica a opere immobili e silenti, offerte alla nostra contemplazione in un museo d’arte antica.
L'autore
- Gabriella Palli Baroni laureata in Lettere Classiche a Pavia, allieva di Lanfranco Caretti, perfezionata a Chicago e a San Diego sul pensiero scientifico rinascimentale e su Machiavelli, vive a Roma. Scrittrice e saggista, è studiosa di letteratura dell’800 e del 900 ed è critica di letteratura contemporanea. Collaboratrice di «Strumenti Critici», «L’Illuminista», «Il Ponte» e di altre riviste italiane e straniere, si è dedicata in particolare ad Attilio Bertolucci, del quale ha curato il Meridiano Mondadori Opere, le prose Ho rubato due versi a Baudelaire, gli scritti sul cinema e sull’arte, e a Vittorio Sereni, del quale ha curato i carteggi con Bertolucci (Una lunga amicizia. Lettere 1938-1983, Garzanti 1993) e con Ungaretti Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969, Archinto, 2013). Ha inoltre pubblicato l’antologia Dagli Scapigliati ai Crepuscolari (Istituto Poligrafico dello Stato 2000) e Tavolozza di Emilio Praga (Nuova SI, 2008). È autrice di saggi sulla poesia di Amelia Rosselli e ha collaborato al Meridiano L’opera poetica, uscito nel 2012 e al numero monografico XV, 2-2013 di «Moderna» (Serra, 2015). Nel 2020 ha pubblicato di Attilio e Ninetta Bertolucci, Il nostro desiderio di diventare rondini. Poesie e lettere (Garzanti).
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