Due recenti mostre proposte a Milano, a Palazzo Reale, ci hanno mostrato l’arte eclettica e i lavori interdisciplinari di due importanti artiste del primo Novecento – Leonora Carrington e Leonor Fini – che si sono mosse non solo tra culture e paesi, ma anche tra forme d’arte diverse, dalla pittura alla scenografia, alla poesia, e a quello che oggi chiameremmo design. Dimenticate, o comunque meno visibili nel panorama artistico di altri artisti modernisti, Leonor Fini e Leonora Carrington, e la traiettoria obliqua della loro fama, ci ricordano che è necessario ripensare ai criteri che hanno determinato scelte di canone nel panorama artistico europeo. Le curatrici ed i curatori delle mostre dedicate alle due artiste a Palazzo Reale ne hanno evidenziato, oltre che l’interesse per l’irrazionale (che merita un discorso a parte), l’ecletticismo – qualità che, se applicata ad artisti, soprattutto nel caso di artisti modernisti uomini, spesso viene considerata sinonimo di genialità, ma che, se associata ad artiste donne, ha spesso avuto una connotazione dilettantistica.
La poeta, scrittrice, pittrice, drammaturga e designer inglese, poi naturalizzata americana Mina Loy (1882-1966) ha avuto una sorte simile, e solo negli ultimi due decenni la sua opera letteraria (soprattutto le poesie sperimentali di taglio futurista e i suoi saggi e aforismi di estetica) ha cominciato ad entrare a far parte del canone letterario modernista anglo-americano. Comincia ad essere conosciuta in Francia e in Spagna, ma è pressoché sconosciuta in Italia, nonostante alcune delle sue poesie e saggi siano stati tradotti in ben due versioni: il volume con testo a fronte Per guida la luna. Poesie ed elegie d’amore, nella bellissima traduzione di Antonella Francini (Il Nuovo Melograno, 2003) e la prima traduzione integrale italiana (con testo a fronte) del Lost Lunar Baedeker (Rina Edizioni 2022, traduzione a cura di Marco Bartoli), che raccoglie le poesie che Loy ha scritto (anche se non sempre pubblicato, dal 1912 al 1949). Ci vorrà, temo, ancora del tempo perché succeda lo stesso ai suoi disegni, dipinti, collages e “assemblages” come lei stessa li definiva – cioè opere fatte di materiale vario, spesso rifiuti e scarti trovati per le strade del Bowery,[1] a New York, dove Loy ha passato gran parte degli ultimi decenni della sua vita in povertà, non lontana dalla sua amica di sempre, la scrittrice Djuna Barnes. Rimane il fatto che, in particolare in Italia, dovremmo conoscere Loy, e non solo perché ha vissuto a Firenze per dieci anni, ma soprattutto perché la sua poetica e il suo stile rispondono e ci invitano a ripensare in modo critico alle istanze dell’avanguardia del primo novecento, a partire dal Futurismo.
La vita di Loy è all’insegna dell’esilio intellettuale e personale – esilio che, per decenni è stato considerato una delle caratteristiche fondamentali dell’artisthood modernista. Londinese, lascia l’Inghilterra a 18 anni e muore ad Aspen, Colorado, da cittadina naturalizzata americana, dopo una vita passata tra Italia, Francia, Messico (brevemente) e Stati Uniti. Considerando quindi la vita ed il percorso estetico di Loy, apprezzata pubblicamente, tra gli altri, da Ezra Pound, William Carlos Williams, Marianne Moore e Gertrude Stein, e che al suo arrivo negli Stati Uniti nel 1916 è stata accolta dai giornali come l’epitome della donna moderna e come icona del Futurismo, la sua assenza dal canone modernista sembra strana; e ancora più sorprendente che non sia ancora conosciuta in Italia, luogo in cui ha iniziato a scrivere, e a partecipare, appunto, al Futurismo.
Ma cominciamo dall’inizio:[2] Mina Getrude Löwy nasce a Londra nel 1882 in una famiglia di classe media, da padre emigrato ungherese ebreo e madre inglese fortemente antisemita ed anaffettiva. Una famiglia disfunzionale, come si vedrà anche dai ritratti che Loy ne farà nel lungo poema “Anglo-Mongrels and the Rose” (1923-25) e nei frammenti “Islands in the Air” and “The Child and the Parent”,[3] che sono solo alcune delle sue molte opere autobiografiche. Non appena possibile, Mina, che cambia il suo nome in Lowy e poi Loy, si sottrae alla famiglia, soprattutto alla madre anaffettiva e ostile, sposando un illustratore inglese benestante, Stephen Haweis, e trasferendosi a Parigi per studiare e praticare la pittura. Dotata di grande talento, Loy entra subito a far parte del Salon d’Automne, cosa che le vale la gelosia del marito, il cui successo stenta ad arrivare. Dopo un inizio disastroso e tragico del matrimonio, culminato nella morte della prima figlia Oda ancora in fasce, e in una relazione extraconiugale, la coppia si trasferisce a Firenze, dove Loy impara l’italiano, e comincia a frequentare sia la comunità di espatriati anglofoni, che i Futuristi e Giovanni Papini, diventando amica dell’ereditiera americana Mabel Dodge, di Gertrude Stein, del critico musicale, autore e fotografo newyorkese Carl Van Vechten, che diventerà suo agente, del regista e drammaturgo Edward Gorgon Craig, fondatore della rivista di teatro The Mask e della scuola di teatro Goldoni a Firenze. Loy vive a Firenze, soprattutto in Oltrarno, dal 1906 al 1916. Inizia delle relazioni amorose fallimentari sia con Marinetti che con Papini, assorbe gli esperimenti futuristi e li traduce in poesie e aforismi in una lingua inglese defamiliarizzata – un “synthetic vernacular” per usare la definizione di Matthew Hart[4] – resa poliglotta e intrisa di neologismi e di lemmi presi in prestito dall’italiano, tedesco e francese, pubblicati in alcune delle più importanti riviste letterarie d’avanguardia d’oltreoceano, come The Little Review, Rogue, The Trend, The Dial, Poetry, Others. Ezra Pound riconosce nella poesia di Loy una “chiarezza arida”, e qualità anti-melodrammatiche decisamente moderniste, che lui definisce come “logopoeia”, “the dance of intelligence among words”[5]. Per Pound, Loy è una delle più importanti voci poetiche moderne, che sa esprimere il “melting pot” americano con la sua lingua precisa ma defamiliarizzata, con il suo stile intellettuale e iconoclasta; Loy rinnova la lingua inglese,[6] e riesce a smontare con una satira poetica raffinatissima e feroce la retorica maschilista e misogina dei Futuristi con i loro stessi mezzi. Non solo: nel saggio “Modern Poetry” (1925) teorizza lei stessa una poesia poliglotta, capace di cogliere la complessità sfuggente ed i ritmi della vita moderna; le sue poesie e i suoi saggi riflettono in modo dissacrante e assolutamente lucido sul compito e le condizioni materiali dell’arte d’avanguardia nella cultura modernista, ripensano i concetti di oggetto e di opera d’arte – un’entità che non si limita alla diade autore/opera, ma che include l’incontro con il pubblico – e di modernità, si scagliano contro le restrizioni della morale religiosa e del nazionalismo, forgiano una nozione di femminismo individualista e dissacrante, parzialmente imparentata con le istanze della rivista inglese The New Freewoman, di Dora Marsden, e in dialogo/conflitto sia con l’emergente discorso italiano sulla “questione della donna”, che con il progetto di Margaret Sanger e dell’associazione Heterodoxy negli Stati Uniti. Nel 1914 Loy scrive e pubblica sulla rivista americana The Trend la poesia “Parturition”, interamente incentrata sull’esperienza del parto come momento di dolore fisico e di importanza esistenziale – poesia che inaugura un io poetico di una forza e una novità abbagliante; Loy dedica poesie all’amore e alla sua fisicità, ma in uno stile cristallino che fa uso di lemmi tecnici e scientifici, piuttosto che lirici o romantici – una scelta che le varrà una fama scandalosa, nonché l’epiteto di “scalpello” poetico.[7] Nello stesso tempo, una vena autobiografica o, anacronisticamente, autofinzionale, informa gran parte dell’intera opera letteraria di Loy, senza mai cadere nella pura autobiografia: anche le opere più intimamente incentrati sulla sua infanzia, la famiglia d’origine (“Anglo-Mongrels and the Rose”) o le sue relazioni amorose (“The Effectual Marriage”, “Giovanni Franchi”, “Love Songs to Joannes”), trascendono costantemente le figure e istanze individuali, per offrire invece sguardi critici e ironici, o pura satira, di concetti estetici, politici e sociali del tempo, dalla famiglia alla religione, al militarismo, al patriarcato, alla commercializzazione dell’arte, al significato sociale delle relazioni sessuali. Loy ci propone versioni incomplete e autocritiche del sé, nel suo emergere dalle forme letterarie, ma anche dalle possibilità del discorso socio-politico.[8] La poesia di Loy ripensa la funzione dell’io lirico, spesso avvalendosi di alter-ego e della moltiplicazione della propria voce poetica, proprio nel momento in cui gli esperimenti della poesia modernista sia in Europa che negli Stati Uniti rifiutavano il legame post-romantico tra io lirico e figura del poeta.
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, Loy si sposta a New York, poi a Parigi tra le due guerre, a quel punto con tre figli avuti da tre uomini diversi, l’ultimo del quale, Arthur Cravan, poeta-boxer dadaista, nonché nipote di Oscar Wilde, vittima di un naufragio al largo delle coste del Messico nel 1918. A New York e a Parigi, Loy fa parte dei gruppi più importanti del modernismo transatlantico: frequenta il salon degli Arensberg a New York, e la galleria di Alfred Stieglitz, è amica di Pound, Duchamp, Man Ray, degli Stein e di Peggy Guggenheim, che le finanzia un negozio di design, prima a New York e poi a Parigi, in cui Loy può vendere i paralumi da lei stessa creati. A Parigi, Loy frequenta Natalie Barney e Djuna Barnes, e ancora Gertrude Stein e Alice B. Toklas, il pittore suicida Jules Pascin e brevemente James Joyce, tra gli altri; lavora inoltre come scout per l’importantissima galleria d’arte di Julien Levy, che aveva sposato sua figlia Joella. È per conto di Julien Levy che Loy si occupa di arte surrealista tra le due guerre a Parigi, e in particolare del pittore surrealista tedesco Richard Oelze, a cui è parzialmente ispirato il protagonista del romanzo autobiografico Insel (1936). Già dagli anni fiorentini, il suo agente negli Stati Uniti è Carl Van Vechten, critico musicale, fotografo e autore, soprattutto famoso per aver promosso fin dagli inizi il movimento dell’Harlem Renaissance. Da sempre interessata alla relazione tra genio ed estetica del moderno, ed estremamente attenta alle commistioni tra letteratura e le arti visive, Loy crea ritratti poetici di Stein, dei Futuristi, di Isadora Duncan, di Giovanni Papini, a cui dedica la sequenza poetica erotica “Love Songs to Joannes”, commenta in poesia l’Ulisse di Joyce – fondendo quindi il linguaggio poetico con quello della critica letteraria ed artistica, potenziando e innovando la vocazione ecfrastica, intertestuale e altamente dialogica (pace Michail Bachtin) della poesia modernista.
Durante la seconda guerra mondiale e fino alla sua morte, Loy vive negli Stati Uniti, di cui diventa cittadina. Prima a New York, e poi, negli ultimi anni della sua vita, ad Aspen, Colorado, dove vivevano le due figlie, Joella Bayer and Fabienne Benedict. A New York, Loy si ritira a vivere in povertà nel Bowery, quartiere povero a Manhattan, dove scrive poesie estremamente acute e profonde sui sweatshops, i senzatetto e la miseria, oltreché sull’invecchiamento. È proprio in questo periodo che Loy crea opere d’arte attualissime, assemblages realizzati con materiali di scarto e rifiuti che Loy accumulava anche in casa, e che ci chiedono di riflettere sulla materialità dell’arte e la sua relazione con la realtà. Avendo iniziato la produzione artistica nei primi anni del ‘900, Loy ha attraversato stili e movimenti sempre all’insegna dell’indipendenza e di soluzioni personali ed individuali ai problemi artistici del momento: partendo nei primi anni del secolo, da uno stile fin-de-siècle ispirato a Beardsley e all’estetismo (un tratto stilistico che la accomuna anche ai primi lavori grafici di Djuna Barnes), Loy crea figure soprattutto femminili che ironicamente riproducono e contemporaneamente resistono o smontano stereotipi di genere; ritroviamo figure femminili molto più complesse, e talvolta ibride, nella produzione successiva , che invece sviluppa uno stile multimediale ed associativo, che si può associare agli esperimenti surrealisti e in particolare dell’amico Joseph Cornell.[9]
Loy è quindi un’artista multimediale ed eclettica. La sua arte collega pratiche artistiche tra paesi europei e a livello transatlantico – è quindi la personificazione della circolazione artistica internazionale e del cosmopolitismo ad essa legata, che ha caratterizzato il movimento modernista nella prima metà del Novecento. È all’insegna di questa pratica di vita che Loy evita di legarsi a specifici gruppi letterari o movimenti artistici, mantenendo una autonomia che caratterizza sia le sue scelte linguistiche – che Matthew Hart associa a “nations of nothing but poetry”, cioè un concetto di nazione fantasmatica esistente solo nel linguaggio poetico – ma anche il suo atteggiamento verso una sempre più necessaria visibilità e professionalizzazione della vocazione poetica e artistica: non solo Loy pubblicò estremamente poco in vita,[10] ma, come conferma Roger Conover, anche la creazione e organizzazione di un archivio delle sue opere è stata impresa difficile, per via dei continui traslochi intercontinentali, per la mancanza di attenzione di Loy verso i suoi manoscritti e opere, aggravata dalle condizioni di indigenza in cui Loy ha vissuto a New York.[11] Loy è scrittrice ed artista “eccentrica”, nel senso indicato da Anna Botta[12] e la sua opera non smette di stupire per le novità sorprendenti e le prospettive inaspettate che offre dal punto di vista stilistico, estetico, e persino politico, come dimostrano anche non solo i suoi manifesti radicali “The Feminist Manifesto” (1914) e “International Psycho-Democracy” (1918), ma anche le sue poesie tarde, incentrate sull’invecchiamento e la povertà.
Ritornando al contesto italiano, la Firenze delle poesie di Loy, per esempio in “Virgins Plus Curtains Minus Dots”, “Babies in Hospital”, “At the Door of the House”,[13] o nella sequenza “Italian Pictures”[14], non è la città rinascimentale o medievale delle fantasie anglofone, ma un luogo complicato, in cui convivono modernità e tradizione, povertà, arretratezza e avanguardia, in continua evoluzione e conflitto. Loy ritrae se stessa come spettatrice più o meno distante ma inserita in questo contesto, riflettendo sulle possibilità stesse della poesia come veicolo di comunicazione e come strumento euristico, nonché sull’alterità come posizione dell’io poetico. Appare chiaro che Loy scrive in un costante, ma distante dialogo con i dibattiti che non solo i Futuristi, ma anche con le scrittrici più importanti dell’epoca: nelle poesie fiorentine si trovano echi delle opere di Ada Negri, dei dibattiti sulla maternità, ma anche delle provocazioni di Lacerba. Possiamo quindi farci riguardo a Loy la stessa domanda che Enrico Terrinoni pone ai lettori di Leggere libri non serve. Sette brevi lezioni di letteratura (2025) rispetto a Joyce: ma Loy era una scrittrice italiana? Sicuramente no, ma possiamo dire che, come nel caso di Joyce, l’immaginario di Loy e delle poesie scritte a Firenze era anche italiano.[15] Il caso di Joyce è simile ma anche molto diverso: anche Joyce ha vissuto per una decina d’anni in Italia; anche i figli di Loy, Joella, Giles and Fabienne, come Giorgio e Lucia Joyce, parlavano italiano (nel caso di Loy probabilmente con inflessione toscana) e hanno passato la maggior parte dell’infanzia in Italia; a differenza di Joyce, Loy non ha mai scritto nulla in italiano, ma ha frequentato assiduamente le riunioni dei Futuristi al Caffè Giubbe Rosse, e la vita culturale fiorentina, non solo partecipando ai dibattiti con le sue opere, ma contribuendo a disseminare una versione critica e più ampia del Futurismo e dell’estetica dell’avanguardia italiana all’interno del modernismo transatlantico. Se le carte di Loy negli archivi della Beinecke Library non finiscono di regalarci ulteriori interessanti inediti, sono convinta che anche le biblioteche e gli archivi italiani, alcuni dei quali ho setacciato anche io invano, potrebbero offrire sorprese, soprattutto per quanto riguarda le opere grafiche che Loy ha prodotto in dialogo con i Futuristi a Firenze. Conoscere Loy e farla conoscere al pubblico italiano è una sfida che, credo, valga la pena accogliere.
[1] Si veda il primo catalogo ragionato dell’opera di Loy: Mina Loy. Strangeness is Inevitable, a cura di Jennifer R. Gross (Princeton University Press, 2023), pubblicato in occasione della prima retrospettiva dedicata a Loy, Bowdoin College Museum of Art (Brunswick, ME), 6 aprile-17 settembre 2023. Il sito Mina Loy. Navigating the Avant-garde offre un utilissimo panorama di studi, opere e materiale visivo su Loy: https://mina-loy.com/
[2] La biografia di riferimento per Loy rimane il volume di Carolyn Burke, Becoming Modern. The Life of Mina Loy (Farrar, Straus and Giroux, 1996). Si veda anche Mary Ann Caws, Mina Loy. Apology of Genius (University of Chicago Press, 2022).
[3] Entrambi pubblicati postumi in: Karla Kelsey, Lost Writings. Two Novels by Mina Loy (Yale University Press, 2024).
[4] Matthew Hart, Nations of Nothing but Poetry. Modernism, Transnationalism, and Synthetic Vernacular Writing (Oxford University Press, 2010).
[5] Ezra Pound, “Marianne Moore and Mina Loy” (1918), in E. Pound, Selected Prose 1909-1965, a cura di William Cookson (London: Faber and Faber, 1973), pp. 394-95. Si veda anche: Peter Nicholls, “Mina Loy and Lexicophilia”, Feminist Modernist Studies, vol. 2, no. 3 (2019), pp. 263–273.
https://doi.org/10.1080/24692921.2019.1663090
[6] Si veda, tra i molti studi: Craig Dworkin, Radium of the Word: A Poetics of Materiality (Chicago: University of Chicago Press, 2020), Peter Nicholls, “‘Arid Clarity’: Ezra Pound, Mina Loy, and Jules Laforgue”, The Yearbook of English Studies, vol. 32 (2002), pp. 52–64; Marjorie Perloff, “English as a ‘Second’ Language: Mina Loy’s “Anglo-Mongrels and the Rose”’, in Mina Loy: Woman and Poet, a cura di Maeera Shreiber and Keith Tuma (Orono, ME: National Poetry Foundation, 1998), pp. 131–48; Laura Scuriatti, “Mina Loy’s Interrupted Communities”, in Rethinking Lyric Communities, a cura di Irene Fantappiè, Francesco Giusti, and Laura Scuriatti, Cultural Inquiry, 30 (Berlin: ICI Berlin Press, 2024), pp. 135–58 https://doi.org/10.37050/ci-30_06
[7] Il personaggio “Patience Scalpel” nel racconto satirico Ladies Almanack di Djuna Barnes (1928) è apparentemente ispirato a Mina Loy, così come la poesia “Those Various Scalpels” di Marianne Moore (1921).
[8] Si vedano, tra i molti studi: Sandeep Parmar, Reading Mina Loy’s Autobiographies. Myth of the Modern Woman (London: Bloomsbury, 2013); Laura Scuriatti, Mina Loy’s Critical Modernism (Florida University Press, 2019);
[9] Si vedano, tra gli altri studi: Yasna Bozhkova, Between Worlds: Mina Loy’s Aesthetic Itineraries (Clemson University Press, 2022(; Sarah Hayden, Curious Disciplines. Mina Loy and Avant-Garde Artisthood (University of New Mexico Press, 2018).
[10] Le opere, i frammenti e i carteggi di Loy sono archiviati presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library della Yale University a New Haven, e nell’archivio privato di Roger Conover.
[11] Laura Scuriatti, “Fragmentary, Elusive, Modernist: The Mina Loy Papers at the Beinecke Rare Book and Manuscript Library” in J. Callison, M. Feldman, A. Svendsen and E. Tonning (a cura di), The Bloomsbury Handbook of Modernist Archives (Bloomsbury, 2024), pp. 55-69.
[12] Anna Botta, “Toccata e fuga per l’eccentricità”, in Anna Botta, Monica Farnetti e Giorgio Rimondi (a cura di), Le Eccentriche: Scrittrici del Novecento (Mantova: Tre Lune, 2003), pp. 13-17.
[13] Rispettivamente pubblicate in: Rogue, 2:1 (agosto 1915), p. 10; Rogue 2:2 (novembre 1916), p. 6; Others. An Anthology of the New Verse (New York: Knopf, 1917), pp. 64-66.
[14] Composta da “July in Vallombrosa”, “The Costa San Giorgio” e “Costa Magic”, pubblicate in The Trend, 8:2 (Novembre 1914), pp. 220-22.
[15] Enrico Terrinoni, La letteratura non serve. Sette brevi saggi di letteratura (Milano: Bompiani, 2025), p. 79.
L'autore
- Laura Scuriatti è Associate Professor of English and Comparative Literature presso il Bard College Berlin (Germania). Studiosa della letteratura e cultura del modernismo angloamericano, ha pubblicato studi sulle relazioni tra letteratura e arti visive, e su estetica e poetiche femministe nel modernismo e nella letteratura e critica contemporanea. Tra le sue pubblicazioni sono la monografia Mina Loy's Critical Modernism, le collettanee Groups, Coteries, Circles and Guilds: Modernist Aesthetics and the Utopian Lure of Community e The Exhibit in the Text: the Museological Practices of Literature (co-edita con Caroline Patey), articoli su Mario Praz, Carl Van Vechten, Sacheverell Sitwell, Ford Madox Ford. Collabora con La Lettura del Corriere della Sera.
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