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Gadda contro Gadda. Una chiacchiera sul Castello di Udine

“Piove sempre sul bagnato!”. I condomini – si lamentava un mio amico, dall’anacronismo delizioso e, alla lunga, insopportabile – da tempo si sono liberati delle portinerie. Eppure, aveva ragione, a suo modo, a lagnarsi. Mania del risparmio, legata al mutamento del mondo. Si sono liberati però, soprattutto, delle chiacchiere, dei giudizi inopportuni, delle cattiverie non richieste: e che, però, se travasati nell’orecchio di qualche grande scrittore (magari passato a ritirare un pacco, una lettera e travolto soi-disant da un fiume in piena), sapevano compiere inaspettate metamorfosi. La letteratura e la cultura italiane, anch’esse, ahimè, hanno chiuso, per cause di forza maggiore, le loro principali portinerie: gli scrittori e critici, dalla penna genialmente raffinata e pungente, Pietro Citati e Alberto Arbasino, sono pure loro, ormai, ombre accanto a quelle dei propri più antichi ispiratori. Ma da portinerie, diciamo, minori di fronte a queste, certo colte e informate, ho sentito in questi giorni levarsi un singulto maligno, tuttavia, in apparenza, intelligente. Quanto meno degno di esser preso in considerazione: “piove sempre sul bagnato!”.

Ciò ho captato sillabare, a più voci, riguardo la ripubblicazione per Adelphi del secondo libro di Carlo Emilio Gadda, Il castello di Udine, uscito la prima volta per le elitarissime Edizioni di Solaria nel 1934: il che voleva dire quattro copie in croce, e tanto prestigio letterario di catalogo e pubblico. Si tratta davvero di un’opera minore? Un’opera, che ha avuto un po’ meccanicamente, d’ufficio, gli onori di una edizione critica, che riproduce il testo della prima versione edita dallo scrittore, segnalando però in parentesi quadra le parti espunte da questi nella seconda edizione del 1955? Si aggiunga che ha pure ricevuto il corredo nuziale di una lunga e ricchissima nota del curatore, Claudio Vela, il quale, insieme a Paola Italia e Giorgio Pinotti, dirige l’impresa del cantiere gaddico-adelphiano dell’opera completa. Detto altrimenti: possiamo considerarlo una tappa obbligata per addetti ai lavori, per filologi leggermente puntigliosi e scleroticamente assetati di trovare la novità o la riscoperta dove non c’è nulla da epifanizzare? O, invece, è veramente questa edizione una strada aperta ai lettori alla comprensione e al godimento di un vero gioiello? In fondo, è una soltanto la risposta alla domanda – magari posta da un ipotetico barbiere e da una verosimile professoressa di matematica – se leggerlo o meno. Se spendere il proprio risicato tempo sul Castello di Udine, sottraendone al Pasticciaccio brutto de via Merulana o alle altezze vertiginose della Cognizione del dolore: sì o no. Fine.

Tentiamo. E, nel frattanto, proviamo dunque a fare un po’ di ordine. Dopo la pubblicazione dei racconti della Madonna dei filosofi del 1931, cioè del proprio primo libro già per le Edizioni di Solaria, la voglia di proseguire prende quasi alla gola l’ingegner Gadda. Si è scoperto finalmente scrittore, autore di un libro, e non vuole rinunciare. E moltiplica ai suoi corrispondenti le sue intenzioni progettuali. In primo luogo ad Alberto Carocci, direttore di “Solaria”, cui domanda, il 26 marzo 1932, se vi sia “possibilità (eventuale) di stampare da “Ed. di Solaria” un libretto coi miei articoli di guerra, una cosa un po’ carina. Mettiamo 200 o 300 copie”. Dovrebbe venire, nell’ipotesi di Gadda, un libretto di 128 pagine, a caratteri magari un po’ grandi. Tanto per non fare proprio una roba striminzita. In realtà, poco dopo, l’immaginazione tumultuosa dello scrittore comincia a pensare una dopo l’altra diverse composizioni, innestando i ricordi di guerra con pezzi di carattere umoristico satirico, in una sorta di zibaldone minore. Come osserva nella sua nota Claudio Vela, il documento più prezioso di questo va e vieni di idee è un indice autografo dell’estate-autunno del 1932, secondo cui  il volume avrebbe dovuto comprendere anche, oltre ad altre cose poi espunte, le Recensioni critiche, pubblicate sull’“Ambrosiano” nei mesi precedenti, a partire dal luglio del 1931. Sarebbe, quindi, dovuto essere un libro di mole maggiore e, nelle intenzioni, onnicomprensivo di quanto era stato scritto dopo l’uscita della Madonna dei filosofi. Come è fatto, allora, questo sparuto e strano insieme, cucito e ricucito nella fucina gaddiana, di pezzi vari, così agile da sciogliersi con lo sguardo, e che sembra suggerire, nel suo mescidare umorismo e memoria, verità sottotono per nascita e natura? Si apre con uno strano personaggio – il Dott. Feo Averrois – di chiara memoria dantesca, che si presenta curiosamente al pubblico con professionale sussiego, precisando che il testo che andremo a leggere è da lui corredato di copiose note – tagliate da Gadda stesso nell’edizione del 1955 per Einaudi, in cui il libro è inserito in un unico volume dal titolo I sogni e la folgore, in mezzo alla Madonna dei filosofi e all’Adalgisa. E che l’obiettivo è stato quello di fare chiarezza: “Duro lavoro. E per il folto de’ pruni, in che la detta fabbrica è stata levata, e per la esiguità de’ segni, onde ho a contenere il comento. Mi fa prossimo al Gadda (C.E.) un’antica dimestichezza: così la mia traduzione sarà da poter essere considerata autorevole e valida, quanto consente, almeno l’ambiguo de’ di lui modi e processi. Lieto se alla mia fatica sarà dato il premio del favor pubblico; e se per essa doverà parer meno oscuro, ai più chiari Ingenii d’Italia, il convoluto Eraclito di Via S. Simpliciano”. L’oscurità di Gadda, dichiarata e ostentata, si trasforma in una selva di note.

Ecco, la maschera del Dott. Feo Averrois (e chi se non il sommo commentatore di Aristotele? Ironicamente e scopertamente da Dante, canto IV dell’Inferno: “Averrois, che ‘l gran comento feo”). Introduce a un’opera che si sdoppia, che autocommentandosi diventa altro da sé, altro rispetto alla prima pubblicazione in rivista – su l’“Ambrosiano” o su “Solaria” – dei multiformi pezzi. Note che, nella versione qui proposta da Vela, per l’appunto la princeps del 1934, se non inghiottono il testo,  e se non lo assorbono a vortice, almeno si accostano a questo, espandendolo imprevedibilmente. Proprio come avviene magari in un libro come Fuoco pallido di Vladimir Nabokov. Un testo in cui si sommano, in sostanza, finto poema, finto commento, vero romanzo o racconto sublimato di un sé tormentato e angosciato, che pure ci riguarda da vicinissimo. Simile in questo al Castello. Andiamo, quindi, all’ouverture, dal titolo che è tutto un programma, Tendo al mio fine: “Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, nella bestialità corrotto, e però atterrito dalla vanità vana del nulla, io, […] levarò in lode di quelli quel canto, a che il mandolino dell’anima, ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno. […] Così seguiterò il mio cammino solitario”. E prosegue, in questo dolentissimo e istrionico soliloquio, affermando che, nello scempio del mondo, nella devastazione sofferente di questo irredimibile atomo di male, predisposto da un ignoto e tirannico destino, in cui i “pensieri più belli si dissolveranno, ogni volere, ogni gioia, ogni più ardente e tènero senso e memoria”, non cesserà nella lettura degli scrittori antichi. Maestri, come già lo furono per Machiavelli, non a caso richiamato, con il suo Principe, nel secondo testo del Castello, che riflette sulla natura della guerra, per poi giungere ai suoi ricordi di volontario nel 1915, tenente degli Alpini in trincea, e poi prigioniero a Celle, vicino ad Hannover (con Bonaventura Tecchi e Ugo Betti, qui ritratti in modo indimenticabile in Compagni di prigionia). Quindi, sentenzia il Gadda-Machiavelli: “Navigare nella minestra, ma cercar di capire come è fatta”. Pur in tutto questo precipitare nel nulla, a qualcosa varrà quella loro remota e limpida, classica, sapienza nel confronto con l’oggi, con l’attualità tremenda del proprio passato. Il filo della riflessione si tende, implacabile. E l’ultima nota in calce a Tendo al mio fine dell’Averrois Feo già è facile sibilla del tortuoso Eraclito – filosofo presocratico noto per il suo stile ombroso – del Novecento, che Gadda vuole essere, caustico fino alla distruzione del sé, del suo vissuto: “Questa prefazione può essere considerata come una sintesi autobiografica del Ns. [Nostro]”. Si corre da Giulio Cesare alla prima guerra mondiale e ritorno. Dalla letteratura, tentativo disperato di trovare un paradigma comportamentale (cosa fare, e quando) per esempio nel De bello gallico (in cui il condottiero romano riesce, beato lui, galantuomo antico, dotto e senza troppe turbe, a dominare la realtà, quindi a vincere), alla tragedia insensata, tutta stupidamente moderna, privata e pubblica dell’interventismo e del nazionalismo. È una tragedia trascesa, certo, in un urlo furente contro un’ingiustizia, lucidamente riconosciuta e passata nel proprio sanguinante bisturi, ma spaventosamente non accettata. Poiché ogni oltraggio alla vita, oltraggio a sua volta al vuoto doloroso di ciascuno di noi, è insoffribile, anche se ne ripercorriamo tutte le ragioni, e si fa il girotondo del perché siamo al mondo, a tratti facendoci trasportare, enfatici, dalle forze oscure del destino. Come quando l’ufficiale Gadda ammira con soddisfazione il cielo sconquassato e terribile della follia bellica in cui credeva, contemplando, in un gioco di scatole cinesi, un sé stesso che non può rinnegare e che, quindici anni dopo, lo tortura. Dalle mura di quel titolo, cui affida la sua seconda raccolta: “Perché dal Castello di Udine, il luglio, avevo veduto le Alpi di Carnia, vetrate, e il lontano corruccio di Monte Nero: […] E i miei sogni eran là, dovunque si levassero i bastioni dell’Alpe, onnubilati di minacce nere, diadema di folgori; perché Thor non mi faceva paura, non volevo che mi facesse paura”.

Ma la guerra di Gadda contro Gadda continua, e si prende tutto il non monumentale libro, sudato e pagato con le proprie economie di aspirante scrittore. Il conflitto storico e circoscritto è terminato: il diario impossibile di quei giorni remoti si trasforma nel racconto di una quotidianità, successiva, che è prigionia perpetua. Non si può – lo sa il barbiere, lo sa la professoressa di matematica, quasi inutile dirlo o ripeterlo – rinunciare all’esilarante racconto che Gadda fa di una crociera da Genova a Tripoli, fino a Rodi e ritorno: vera e propria poesia dell’assurdità esistenziale, da cui è impossibile fuggire, vacando, illusi, da sé medesimi. O allo struggente pezzo di vita milanese (smaccatamente autobiografico), nella sua delicata e spregiudicata ironia, La fidanzata di Elio: “Egli vedeva, accanto a Luisa, la sua vita: ci sarebbe stato il pranzo: un dolce rimprovero, per il ritardo, un rimprovero dolce, per l’anticipo: una guardata rapida, in traverso, all’orologio alto di sala; ci sarebbe stato il bacio, un bacio castissimo, al marmo di Carrara”. La satira della borghesia meneghina, del suo calvinismo d’accatto che rovina e macera ogni passione e possibilità d’amore, si salda con quella sparizione delle illusioni, che costituisce il vero campo di battaglia della scrittura gaddiana. C’è l’amarezza del reduce, in questa novella breve: il reduce accolto da chi si è arricchito grazie alla guerra e viene in realtà disprezzato o tollerato con sufficienza da questi. Ma, in fondo, il tema centrale è l’impossibilità di essere compresi, di comprendersi, e di ritornare a quel dominio delle cose e dei sentimenti, che si rimpiange, magari illudendosi, nelle pagine di un Cesare, signore e ordinatore della vita, vagheggiato o reale che sia.

La scelta di Claudio Vela di presentare la prima edizione, venendo meno all’ultima volontà dell’autore espressa in modo chiaro nel 1955, non è un atto di violenza nei confronti di quanto nessuno ha strappato con forza allo scrittore, ormai approdato a un successo meno esclusivo e di nicchia, conteso com’era tra Einaudi e Garzanti. Invece, è, per riprendere le parole di Vela stesso, il desiderio, evidenziando quanto caduto successivamente, di proporre al lettore due edizioni in un unico sguardo sinottico (date anche le pochissime variazioni effettive, al di là dai consistenti e laceranti, più che alleggerenti, tagli delle note). Opera non minore, ma tesoro da riscoprire e da godere, vagabondando tra la voluttà dell’ironia e lo sconcerto del dolore, il Castello di Udine è un confronto serrato tra i ritorni piagati della memoria, storica e ideale, e lo sconfortante paesaggio della vita borghese. Specchio moderno in cui si frangono gli inganni di sempre, del destino beffardo e inutile. E quale sia il vero fronte è il tormento che ci inchioda, massacrandoci in un bacio castissimo e frigido o sotto le pallottole del Carso.

jacopo.parodi@sns.it

 

 

L'autore

Jacopo Parodi
Jacopo Parodi é dottorando di ricerca in Italianistica presso l’Università degli studi di Pisa in cotutela con l’Università di Siena. Ha studiato principalmente Daniele Del Giudice e Giulio Bollati.