«But me and my true love will never meet again
on the bonnie bonnie banks of Loch Lomond»
Francesco Arcangeli a Gabriella Festi,
un vecchio refrain, 13 agosto 1961

Ci sono critici che sanno fugare, per senso di geniale timidezza, le ombre di questioni, di problemi che potrebbero creare imbarazzo: far arrossire l’interprete sotto il peso di polemiche troppo annose, costringendolo a retrocedere dalle vere intuizioni. Che cosa c’entra la vita con l’opera? E, gli aspetti minori: le delusioni, le amarezze, le sbandate amorose? Possibile parlare, non so, di Paul Verlaine, senza nominare la sua relazione con Rimbaud, intessuta di vagabondaggi, di omicidi solo immaginati, di bettole e scandali di provincia? Nello squallore di una stanza d’albergo a Bruxelles, mentre già covava dentro di lui il fuoco religioso delle poesie di Sagesse, Verlaine ha sparato, come tutti sanno, al suo amore, prima che quell’adolescente dalla crudele magnanimità scendesse nei gorghi della sua personale stagione all’inferno. Lo studioso rigoroso, abituato dalla propria formazione a dare conto solo dei testi, e dello stile, e dei significati inesausti dell’opera, non può indulgere nelle miserie di chi un tempo è stato vivo. Bontà sua: lo siamo stati tutti, almeno una volta.
Ma il critico timido, eppure ostinato nella sua sensibilità, sa che si può far passare dalla cruna di un ago quell’interstizio in cui la vita brucia: e rimane la presenza misteriosa della sua poesia. A questa alchimia era interessato Francesco Arcangeli; e forse, mentre il suo cammino si avviava verso la sua piena maturità, non gli importava di altro. In un suo saggio, da considerare uno degli apici della critica poetica e d’arte del Novecento, scritto nel 1949, ha fatto della timidezza per la teoresi eccessivamente verbosa, e, inoltre, del personale rifiuto per qualsiasi feticismo, per qualunque mitologia scadente e inopportuna, un capolavoro di finezza. Nelle pagine di Poeti e pittori di Francia 1865-90, questo storico dell’arte, allievo di Roberto Longhi, tra i massimi prosatori del suo tempo (e del nostro), scomparso ormai cinquant’anni fa prematuramente, ricuciva le sfumature dell’amore nella carne, più o meno rarefatta, dei versi. Alla ricerca di un parallelismo tra impressionismo pittorico e quello poetico, Arcangeli deve ammettere che i versi di Verlaine, per quanto accostabili alle tenui visioni di Sisley, fuggono la vita. Cioè, la sfiorano, la costeggiano sulla scia del sogno: i suoi personaggi non sono i borghesi, protagonisti della modernità industriale, dipinti da Monet. Al contrario, non è l’aria fresca di un pomeriggio in campagna, quella di Verlaine: la schiarisce fino a rarefarla, non è allora che il tepore di una memoria desueta. In cui si intravede – può darsi – il Pierrot triste e splendido di Watteau. Tuttavia, soggiunge Arcangeli, ci sono alcuni paesaggi belgi in versi che testimoniano «un più deciso ardimento coloristico […] per l’influenza anche, noi crediamo, della potenza figurativa di Rimbaud». D’altronde, «la sorte di Verlaine, sappiamo, fu legata per qualche tempo con quella di Rimbaud; e la qualità poetica di Rimbaud è anche più strettamente connessa con gli effetti dell’arte figurativa». E allora, per forza d’amore, il confronto, che poi si rivelerà, a suo modo, fallimentare, eppure riuscitissimo nei suoi veri scopi, può andare avanti.
Che cosa ha fatto Arcangeli? Semplice: ha risolto il nodo eterno tra Proust e Sainte-Beuve, quindi tra l’antibiografismo e, invece, la celebrazione dei dettagli esistenziali come autentica verità del testo, anzi, sul testo. L’occhio di Rimbaud, della sua complicità indicibile con l’etereo Paul, è caduto su quei versi, e li ha trasformati: chi li ha scritti? Ma Verlaine, certo. Eppure, non era più l’uomo di prima: era stato toccato e travolto da quella mescolanza di dolcezza e cinismo, di cui solo Arthur aveva la chiave. Nel vortice dell’immaginazione rimbaldiana, la passione di un amore selvaggio ha lasciato il segno dello sconvolgimento in un poeta squisitamente musicale, e leggero: il critico non poteva esservi indifferente, e non rendervi omaggio, come di fronte a un serissimo gioco da innamorati. Ma tutto a vantaggio dello stile, della rivoluzione dell’alchimia verbale, che dalla vita è pur sempre partita. Che sa inghiottire, nelle liriche e nelle prose di Rimbaud, non solo tutta la pittura impressionista, ma anche quella del Novecento. Da Van Gogh fino all’astrattismo, almeno.
L’assenza dell’opera di Francesco Arcangeli dagli scaffali delle librerie, in questo lungo cinquantennio costellato da celebrazioni, soprattutto in seno alla sua Bologna, è ancora una grave ferita per la cultura italiana, per quanto La Nave di Teseo abbia proposto una nuova antologia, in due volumi, dei suoi saggi. E le sue lezioni universitarie siano state pubblicate dal Mulino. Tuttavia, recentemente, per Pendragon, è stato pubblicato un Arcangeli inedito, a dir poco estremamente segreto. Si tratta delle lettere d’amore che per trent’anni si è scambiato con Gabriella Festi, amica, amica-fidanzata, e poi solo, nel segno di un’immane disperazione da parte del critico, di nuovo, definitivamente amica. Come un ricordo remoto d’amore. Lettere 1943-1969. Questa ricca scelta di un carteggio voluminoso – che in realtà è durato fino alla morte di Arcangeli nel 1974 –, curata da Maria Malatesta e Davide Festi, pone il lettore davanti all’interiorità più profonda dello storico e critico, che legava, in virtù di una teoresi nutrita di filosofia e letteratura, ma anche di dettagli stilistici, Wiligelmo a Jackson Pollock. La questione risiede, in pratica, nella forza lineare e impreveduta dei tramandi. Ossia, nelle connessioni sotterranee entro cui la modernità fa sentire la sua voce, i suoi anticipi, le sue maturità, le sue regressioni. In fondo, tutto quello che Arcangeli aveva saputo dissolvere in un tangibilissimo silenzio, in un cenno di complicità, nelle pagine del ’49 di Poeti e pittori, è qua presentato e messo a disposizione di sguardi indiscreti. La stessa paura o angoscia, la medesima vertigine che fa premere il grilletto a Verlaine è quella che provoca le ostinazioni di un Arcangeli, che, a distanza di decenni, riprende la penna in mano per convincere, ancora una volta (è sempre, nei propositi, l’ultima, la decisiva), chi l’ha, in sostanza, sempre respinto. Chi con il corpo non l’ha mai amato: e ha proclamato, discretamente, la sua affettuosa, e inevitabile, stima intellettuale. Le battaglie per l’arte contemporanea, le sue avventure tra pittori antichi e moderni, la scrittura difficoltosa del grande libro su Giorgio Morandi, rinnegato moralmente dall’artista stesso (ma capolavoro subito riconosciuto dal pubblico e dalla critica), la salita fino alla cattedra di storia dell’arte moderna che fu del suo maestro Roberto Longhi, la vittoria del premio Feltrinelli per la critica: tutto si annienta nella mitologia privata di un uomo, che non accetta un rifiuto. Era forse meglio non conoscere l’infelicità, che ha accompagnato la scrittura, spesso compulsiva, delle molte pagine splendide, cariche di geniali intuizioni, di scarti imprevedibili? Potevamo rimanere alla lettera di quei testi, senza origliare alla porta di chi cercava di non affogare, e si attaccava, dunque, a una creatività lucida e visionaria?
Ogni amore non ricambiato, banalmente e da sempre, non è amore: è un’evidenza tautologica e lancinante, che coglie Verlaine, mentre quella breve felicità, illusoria, gli fugge di mano. Già troppo lontana, oltre Bruxelles, oltre anche Harrar, o Marsiglia. Deve arrendersi, e non lo accetta: all’amore e all’avventura di Rimbaud, lui, Paul, non serve più. Arcangeli non fa eccezione, ma non ha dalla sua paesaggi belgi sfavillanti, che testimonino il cambiamento radicale del linguaggio dei sentimenti e della vita nella modernità europea. Quello scatto improvviso, inaspettato da un borghese tenue come Verlaine, quello sconfinamento salva e giustifica il “quasi” silenzio di Arcangeli su quell’infelicità, che si fa snodo teorico, affresco di una civiltà che si annuncia sulle rovine dei sogni mitici e suadenti verlainiani. Si può sillabare un’esistenza naufragata, se una macchia di colore si è incrostata; ed è indiscutibilmente diventata poesia. Tuttavia, la stanchezza del desiderio di Francesco Arcangeli, il trascinarsi dei suoi terrori (ancora, ancora rifiuti) e delle sue speranze (timidi accenni a un vaghissimo sì), sono un tutt’uno con la visione radicale, sottesa alla sua storia dell’arte come critica d’arte e della poesia. Intreccio ed equivalenze ardue, che si sciolgono, con forza nuova, mentre lo studioso balbetta d’amore. Mentre affannato cerca la parola giusta, la formula magica che mai gli si compone innanzi, e mai gli rivela il mistero di Gabriella (che ha altri pensieri, altri dolori). Scrive confinato in un limbo senza uscita, e senza tempo – anche se gli anni passano, e molti – così simile a quello tratteggiato da lui stesso, in un magistrale saggio, per il poco amato pittore John Constable, incapace di vivere fino in fondo la modernità, il crollo dei valori tradizionali, la rivoluzione postcopernicana, la piena di vita del romanticismo. Si legge nella lettera del 13 agosto 1961 di Arcangeli a Gabriella Festi: «però ero molto depresso da questa enorme disparità di sentimenti, io a spremermi il cuore e la fantasia, quando non ero troppo stanco, per scriverti qualche cosa, […] che valga la pena di essere letta, e che testimoni che “la vita esiste”: tu zitta come un pesce». Immagina, dunque, la donna che legge le sue parole, garbata e sempre educata, così come nelle asciutte lettere di risposta: sorride magari, poi getta la lettera da parte, e tutto finisce. E magari Gabriella pensa che è la nevrosi di un folle, ma caro amico: una nevrosi poeticamente violenta e struggente, sicuramente un po’ noiosa alla lunga, che continua, che per durevoli tratti si sopisce. E poi ritorna inspiegabilmente, quando lei credeva le parole del caso dette: la storia chiusa. In realtà, ciò è anche, prosegue Arcangeli, «perché forse, intimamente, tu non credi che le parole possano essere una espressione seria e aderente alle cose, cui corrisponde la vita e i sentimenti della vita».
Che cos’è la modernità per Francesco Arcangeli? Che cos’è l’arte? Che valore hanno le parole rispetto alla vita, e a quell’altra forma di trasfigurazione esistenziale, che è la pittura?
Dopo una breve parentesi di tentato idillio e fidanzamento, chiusa alla fine degli anni ’40, questo carteggio, dialogo tra un uomo e una donna che si capiscono, nelle reciproche inibizioni e sofferenze, fino al punto di essere lontani spazi siderali l’uno dall’altra, è la fotografia perfetta e impietosa di quelli che Arthur Rimbaud, in un suo poema in prosa, ha chiamato i «deserti dell’amore». Laggiù, tra le dune e i bordelli, c’è anche l’ombra di Paul Verlaine, che ripercorre la storia poetica dell’amante, disperso in Africa, nei Poètes Maudits, giacché ormai ha scritto anche Sagesse: si è purgato, saggio ormai, ed è a posto. Ma se, invece, il mai pacificato e mai rinsavito Arcangeli, forse, non ha saputo, in sostanza, vivere, e neppure fingere, come Verlaine; ha capito, però, profondamente che l’indagine della pittura, della poesia e di quella forma d’arte non ancillare, che è la critica, deve tornare alla radice di una corrispondenza interrotta tra parola e mondo, tra linguaggio e sentimenti. Bisogna ritrovare, in altri termini, la vita: l’arte non parla di altro. E se il negativo del sapersi al mondo, infelici e limitati nei nostri desideri, cioè l’abisso, ci inghiotte, tanto più occorre riaffermare il bisogno di sentirsi vivi. Nessuno storico dell’arte, nemmeno Roberto Longhi, ha avvertito come Francesco Arcangeli la dissoluzione totale dell’esistenza, e, soprattutto, ne ha provato una disperazione così viscerale. La rivoluzione del cosmo, cioè della nostra percezione di questo, è uno squarcio liberatorio e sanguinante nell’anima di Arcangeli, uomo e critico. Il mondo non c’è più: è un frammento, un asteroide che volteggia nello spazio dell’universo, spalancato da Copernico e successori. Collassata ogni tradizione, ogni forma di repressione legittimata dalle sovrastrutture del passato, è svanita l’idea, classica e rinascimentale, di centralità dell’uomo nel cosmo. Nello Spazio romantico, saggio fondamentale del 1972, lo studioso scrive: «Questo luogo del cuore, in rapporto col luogo dell’universo, altrettanto sembra distruggerlo quanto crearlo; […] anziché essere una favola di folli, risponde di fatto alla situazione postcopernicana; e per intuizione sta con la più dura verifica che sia stata iniziata sulla condizione reale dell’uomo. Sogno? decadenza? follia? Realtà, invece, ma intuita in profondo e al suo limite». Come confessava alla Festi, «”la vita esiste”», nonostante tutto: ecco, la scoperta di Francesco Arcangeli, ecco il legame che unisce Turner e Coleridge, Rimbaud e Pollock, Leopardi e Morandi. «Entusiasmo e disastro», si legge sempre nello Spazio romantico: questo binomio deve guidare, per Arcangeli, la prospettiva dell’umanità a venire. Reinventare la vita, la gelosia, l’amore, il coraggio, il dolore, sulla scia delle ombre che sembrano cancellare i fondamenti del nostro essere, partendo e accettando la notte in cui ci scopriamo nascere e vivere. E allora, non è delirio o visione, ma necessaria e creativa analisi del futuro, dal romanticismo fino all’informale, nel flusso pieno e spiazzante delle pulsioni vitali: «Libertà, allora, come scoperta di verità nuove, non come salto nel buio; […] anche sotto la specie della catastrofe e del naufragio (ma naufragio in un mare in cui era dolce naufragare)». Compito dell’arte è indirizzare quel naufragio, renderlo splendido nel segno non di un anacronistico antropocentrismo, ma di un eroico senso del limite. E allora può rinascere dalle macerie delle maschere dei sentimenti convenzionali, tra le altre cose, anche l’amore, fuori di ogni retorica o tradizione sociale, culturale, artistica, poetica. Di nuovo, le parole, colmando la frattura tra volontà umana e cammino delle cose universali, torneranno a essere, con umiltà, il senso del mondo, conciliando il folle e l’artista, il poeta e il disperato, in un’unica figura di amante. Questo dovrebbe essere il critico del tempo presente.
Dalle lettere risalenti al periodo più felice dell’amicizia-fidanzamento, ne spicca una, datata 29 settembre 1947: «Se tornassi indietro agli anni in cui ero disperato e che la vita e la poesia dei grossi disperati sul tipo di Rimbaud e di Verlaine erano il mio pane, e leggevo dell’effetto tremendo che aveva su Verlaine (e persino sulla sua poesia) la vicinanza d’una fidanzata prima, d’una moglie poi, […] dovrei sentirmi freddo». Nella persona di Gabriella, Arcangeli intravede una natura profonda, che occorre far uscire, allargando i suoi orizzonti, dai confini della vita e dell’educazione borghesi. Dopo che Rimbaud e Verlaine si sono amati, dopo che Turner ha dipinto isole e velieri bruciati come stelle, non crede sia più possibile fidanzarsi e sposarsi, come prima. Oltre il disastro privato, affiora con evidenza come la vita e l’arte siano inseparabili: non esiste arte senza il contenuto dell’esistenza, senza il travaglio che questa genera, facendoci esistere, e d’altro canto, la vita non è che un racconto falso senza la coscienza spregiudicata della “poesia”. Facile scrutare in questa lettera il meccanismo critico che ha permesso allo studioso, rovesciando la partita, di ritrovare la forza visionaria di Rimbaud nella leggerezza di Verlaine, il tocco dell’amore autentico, antiborghese, senza veli o ipocrisie, nel colore dei versi. La letteratura, però, non è bastata: la ricerca privata di Arcangeli si è rivolta, come la pittura di John Constable, e non al modo di quella del contemporaneo William Turner, in direzione sbagliata. Chiudendosi nell’errore di conclusioni troppo affrettate. E lì ha indugiato, regredendo fino alla follia di chi, pur avendo capito il da farsi, non riconosce più nelle parole la traccia della vita e non vede soluzione. Una più complessa visione delle cose dovrebbe gettare la vita più in là, non schiacciarla su chi non condivide la nostra strada. Eppure, la fatica fatta per conquistarla può accecare l’interprete, arso dal sogno di realizzare su di sé la rivoluzione dei segni e dei colori. Quale amore, allora, per Francesco Arcangeli, oltre il limbo? Magari, qualcosa di assolutamente contemporaneo e inaspettato, non più un deserto, ma una follia poetica e già compiuta, come la sua, cioè una saggezza imprevista, dal manicomio apparente della vita alle stelle della poesia. Su modello dell’ammirato Dylan Thomas, già oltre, forse, l’onda lunga di Rimbaud: «Un’estranea è venuta / A spartire con me la stanza nella casa lunatica, / Una ragazza folle come gli uccelli […] / E rapito (alla fine) nelle sue braccia dalla luce / Io possa senza timore / Sopportare la prima visione che diede fuoco alle stelle».
L'autore
- Jacopo Parodi é dottorando di ricerca in Italianistica presso l’Università degli studi di Pisa in cotutela con l’Università di Siena. Ha studiato principalmente Daniele Del Giudice e Giulio Bollati.
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