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Sciascia, Dante, e l’impostura

Dopo aver pubblicato La «lagnusia», ovvero, tracce dantesche nell’opera di Leonardo Sciascia, sui rapporti tra la scrittura di Sciascia e il «dantismo carsico» della letteratura italiana del Novecento, torno sull’argomento, con una proposta di lettura incentrata su A ciascuno il suo, che fu il secondo romanzo “giallo” di Sciascia, pubblicato da Einaudi nel 1966. In questo caso, il dantismo non è carsico, sotterraneo, ma esplicito, evidente, direi, perfino, esibito, in alcune pagine. Ringrazio, preliminarmente, Giuseppe Noto, per avermi segnalato un suo lavoro, proprio sull’intertestualità dantesca di questo romanzo di Sciascia (apparso nel 2020, sul «Bollettino» del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 31, alle pp. 289-297).

Com’è noto, A ciascuno il suo si ispira a un fatto realmente accaduto, e cioè all’uccisione del commissario di pubblica sicurezza Cataldo Tandoy, capo della squadra mobile di Agrigento (nato a Bari nel 1913, e assassinato il 30 marzo 1960, ad Agrigento). Il titolo del romanzo, è la traduzione dell’espressione latina «unicuique suum», che il professor Laurana, protagonista della storia, e investigatore involontario, per pura passione intellettuale, oltre che compagno di liceo di una delle due vittime, il dottor Roscio, intravede stampata sul retro dei ritagli di carta di giornale utilizzati per comporre la lettera anonima, inviata al farmacista Manno, con relativa minaccia di morte. Un duplice delitto, dunque, avvenuto durante una battuta di caccia, nella calda estate del 1964, che, per quanto annunciato, giunse inaspettato, e sconvolse la tranquilla vita di questo paesino dell’entroterra siciliano. Non mi soffermerò ulteriormente sulla trama e sul significato del romanzo, poiché molto, nei decenni trascorsi, è stato scritto su di esso, dal quale, solo un anno dopo, nel 1967, il regista Elio Petri ricavava il film omonimo, con Gian Maria Volontè (nel ruolo del prof. Paolo Laurana), Irene Papas (nel ruolo della vedova Luisa Roscio), e Gabriele Ferzetti (in quello dell’avvocato Rosello), sceneggiatura dello stesso Petri e di Ugo Pirro.

Tracce dantesche in A ciascuno il suo

Prima presenza dantesca è nel capitolo VIII, alle pagine 58-64. Il professor Laurana, seguendo la sua personalissima indagine sul duplice omicidio, si reca a Palermo, per far visita all’anziano professor Roscio, padre di una delle due vittime, e grande scienziato, la cui fama di oculista, nonostante avesse superato i novant’anni, e avesse lasciato da tempo cattedra e professione, durava ancora «nella Sicilia occidentale e anzi già volgeva nel mito». Il vecchio professor Roscio, dopo aver curato tanti pazienti, e dopo aver ridato «ai ciechi la vista», adesso, per contrappasso dantesco, è quasi cieco, dal momento che la natura lo aveva colpito giusto nella vista, portandolo alla «quasi totale cecità». Davvero un contrappasso dantesco. Quando Laurana giunge a casa sua, lo trova intento ad ascoltare la lettura, per mezzo di un giradischi, del canto XXX dell’Inferno di Dante:

«Erano le cinque del pomeriggio. Il professore stava in terrazza, seduto in poltrona, un giradischi a lato da cui veniva ora stentorea ora tremula e sospirata la voce di un attore famoso che declamava il trentesimo dell’Inferno.
– Vede come sono ridotto? – disse il professore porgendogli la mano – A sentire da costui la Divina Commedia – quasi che l’attore fosse presente e che il professore avesse altre e più personali ragioni di disprezzarlo».

Nelle battute iniziali, di circostanza, del colloquio con Laurana, il vecchio professor Roscio gli confida che, forse forse, nella vita avrebbe preferito fare non il medico, ma il docente di Lettere, aggiungendo l’ironica consolazione che, almeno, adesso, avrebbe saputo «a memoria la Divina Commedia», e quindi non sarebbe stato schiavo del giradischi. Laurana, adulandolo, ma senza alcuna malizia, lo rassicura, dicendogli che nella vita lui avesse fatto «ben altro che leggere e spiegare la Divina Commedia», e di ben più importante e utile. Il vecchio medico taglia corto su questi preliminari di cortesia e passa a chiedere a Laurana di suo figlio, di come fosse stato negli ultimi tempi, prima di essere ucciso, se cioè fosse stato preoccupato, inquieto, nervoso, o altro. Roscio, come padre, desidera capire, e spera che il professor Laurana lo aiuti in questo, come mai suo figlio fosse giunto a quella fine così tragica. Non è un caso che Sciascia citi, in questo episodio, proprio il canto XXX dell’Inferno dantesco, che è un canto dedicato ai falsari, visto il contesto largo da «impostura», che caratterizza tutta la tragica vicenda di questo romanzo, e in modo particolare la scena inziale della lettera anonima (depistante, distraente), e del duplice omicidio. Nel canto XXX dell’Inferno, infatti, l’impostore per eccellenza, colui che domina una sequenza narrativa, è Gianni Schicchi, il falsario fiorentino, noto a tutti (e anche a Dante, che ne ha ricevuto notizia diretta, fin da ragazzo, in casa Donati, la famiglia dell’amico Forese, che lui frequentava quotidianamente). Prediligo il vocabolo impostura perché esso è fortemente caro all’universo narrativo di Leonardo Sciascia (alludo al celeberrimo romanzo Il consiglio d’Egitto, del 1963, tutto incentrato sui maneggi del falsario e impostore don Giuseppe Vella). Quindi, il “dialogo” intertestuale, tra Dante e Sciascia, va impostato a partire da questo canto XXX, significativamente citato nel capitolo VIII del romanzo, e va sviluppato intorno alla parola e al concetto della «impostura».

La seconda traccia dantesca, sempre in A ciascuno il suo, è nel capitolo successivo, il IX, a pagina 71, lì dove si legge la seguente affermazione: «il farmacista come falso bersaglio, come uomo dello schermo…». A pronunciarla è il professor Laurana, in casa della vedova Roscio, e in presenza del cugino di lei, l’avvocato Rosello, come parte di una sua congettura, nel tentativo di districare la complicata matassa del duplice delitto. Il delitto «dello schermo», dunque, verrebbe da scrivere, come la «donna dello schermo» di dantesca memoria (la donna dello schermo della Vita nuova). E in effetti, il povero farmacista Manno questo è stato, un falso bersaglio, un uomo dello schermo, né più, né meno, una volta appurato, come Laurana comincia a sospettare, che il vero obiettivo dei sicari fosse il dottor Roscio, e non, appunto, il farmacista. Laurana, nella sua ingenuità, non sospetta minimamente che ad architettare tutta l’impostura siano stati i due cugini (e amanti) che ha davanti a sé, e con i quali si sta confidando, ai quali, cioè, sta consegnando il frutto delle sue riflessioni e delle sue indagini, con il sospetto che, per motivi politici, di malaffare politico, il bersaglio numero uno, di quel duplice delitto, fosse stato, appunto, il dottor Roscio, in possesso di chissà quali prove schiaccianti per far scoppiare uno scandalo a danno di un notabile locale del partito di governo (la Democrazia cristiana), come conseguenza, come tragica ritorsione, del viaggio a Roma che la vittima aveva fatto, in gran segreto, qualche tempo prima, con il colloquio avuto con un deputato comunista, suo amico di gioventù, per incassare la disponibilità di costui a far scoppiare lo scandalo.

La terza traccia dantesca è nel capitolo XVII (il penultimo dell’intero libro), a pagina 127:

«Ma il professore giaceva sotto grave mora di rosticci, in una zolfara abbandonata, a metà strada, in linea d’aria, tra il suo paese e il capoluogo».

Il rinvio intertestuale dantesco, qui, è con il verso 129 del canto III del Purgatorio, che contiene l’espressione «grave mora», pronunciata dall’anima purgante di Manfredi (il principe biondo, bello e di gentile aspetto, che preferisce presentarsi a Dante come nipote di Costanza imperatrice, e non, piuttosto, come figlio di Federico II), a indicare il mucchio di sassi, sotto il quale giace, in terra, il suo corpo, dalle parti di Benevento. Analoga sorte è capitata, dunque, anche all’ingenuo professor Laurana, scomparso, a seguito di un misterioso appuntamento al quale si è recato, senza più far ritorno a  casa. Il suo cadavere, ci informa la voce narrante del romanzo, giace, oramai, sotto una «grave mora». Vicenda chiusa.

L’impostore Gianni Schicchi, tra Sciascia, Dante e Puccini

Gianni Schicchi è il titolo di un’opera comica di Giacomo Puccini, in un solo atto, con libretto firmato da Giovacchino Forzano, commediografo, regista, librettista e giornalista, che avviò con Puccini una fruttuosa collaborazione artistica, proprio a partire da quest’opera. Gianni Schicchi andò in scena per la prima volta il 14 dicembre 1918, a New York, al Metropolitan, con notevole successo di pubblico. Giacomo Puccini già da qualche anno pensava a progetti nuovi, collocabili tra Madame Butterfly, il cui esordio milanese fu un fiasco, tanto clamoroso, quanto inspiegabile, forse, orchestrato ad arte dagli anti-pucciniani, e la Turandot, la sua opera incompiuta, per via della sua prematura morte. Gianni Schicchi fa parte di un trittico, composta da Il tabarro, in un solo atto, su libretto di Giuseppe Adami, e da Suor Angelica, opera lirica in un solo atto, con libretto di Giovacchino Forzano. Intorno ai primissimi anni del 1900, Puccini aveva quasi pianificato la realizzazione di opere snelle, in un solo atto. Dietro Gianni Schicchi, comunque, nelle intenzioni di Puccini, c’era l’idea di realizzare un progetto molto più organico, in tre tappe, da dedicare, rispettivamente, alle tre cantiche dantesche (Inferno, Purgatorio e Paradiso). Taluni ritengono che lo spunto iniziale giungesse a Puccini non direttamente dalla lettura del canto XXX dell’Inferno di Dante, nel quale, ai versi 22-48, è collocato l’episodio del fiorentino Gianni Schicchi; quanto, piuttosto, dalla lettura di un’opera minore e incompleta di Oscar Wilde, Una tragedia fiorentina (A Florentine Tragedy), che Puccini, già nel 1912, aveva pensato di musicare. Quella di Oscar Wilde, comunque, è un’opera in frammenti, che non ha nulla a che vedere con Dante Alighieri, ed è ambientata nel XVI secolo, in una Firenze di maniera, passionale e violenta. Di tutt’altro stile è l’opera comica pucciniana, che mette in scena un personaggio fiorentino del XIII secolo, molto noto in città per le sue abilità di falsario, di impostore, appunto, abilissimo nell’imitare la voce e i gesti altrui, fino a sostituirsene, con naturalezza e con verosimiglianza. Schicchi riusciva a imitare perfettamente il timbro vocale, gli atti, i gesti, i comportamenti, di chi osservasse. In tal modo, ordiva imposture, inganni, beffe, e truffe.

Dante colloca Gianni Schicchi tra i dannati della decima (e ultima) bolgia dell’Inferno, nel cerchio ottavo, quello della frode (canto XXX). Il cerchio ottavo, com’è noto, è suddiviso in dieci fosse concentriche, o bolge, che si sviluppano intorno a un pozzo. In questa zona, scontano le loro colpe i falsari, suddivisi in tre categorie: i falsari di persona, che si sostituiscono ad altri, e, che ora, qui, sono idrofobi, e corrono rabbiosamente, e si azzannano tra di loro; i falsari di moneta (idropici, con il ventre esageratamente gonfio), immobili e sofferenti per la sete; i falsari di parola, mentitori, che soffrono febbre alta, sudati e puzzolenti in modo ripugnante. Gianni Schicchi compare al verso 22 del canto XXX, nel momento in cui Dante vede, appunto, due anime che corrono furiosamente,. Una delle due è proprio l’anima di Gianni Schicchi, che, in vita, d’accordo con Simone Donati, esponente della potentissima famiglia Donati (padre di Forese Donati, l’amico di Dante), si finse Buoso Donati, zio di Simone, per modificarne il testamento, visto che il vecchio, in prima stesura, aveva lasciato tutti i suoi beni ai frati di un vicino convento (escludendo i parenti). Gianni Schicchi, in accordo con i parenti del morto, dopo aver occultato il cadavere del vecchio zio Buoso, e dopo averne preso il posto nel letto, convocato il notaio, detta il nuovo testamento, «dando al testamento norma» (v. 45), con le sue nuove, ultime, volontà. Gianni Schicchi era personaggio molto noto a Firenze, e lo stesso Dante, da ragazzino, deve averne sentito parlare, proprio in casa Donati, e, di certo, conosceva anche la vicenda della falsificazione del testamento del vecchio zio Buoso Donati. Quest’episodio, infatti, rientrava, a Firenze, nell’aneddotica immaginifica e popolare, legata al nome di Gianni Schicchi, avente tutti i crismi della tipica novella di beffe. Nel cambiare testamento, Schicchi, oltre che avvantaggiare Simone Donati e gli altri parenti del vecchio zio Buoso, non trascura di assegnare qualche vantaggio anche per sé stesso, sorprendendo e beffando tutti i presenti.

L’opera comica di Puccini mette in scena questa doppia beffa (a danno dei frati del convento, e a danno degli stessi nipoti, che hanno convocato Schicchi per ordire l’impostura). Il buon Gianni Schicchi pensa bene di assegnare anche per sé stesso una parte di quell’eredità, sicuro di non essere smascherato, vista la complicità nella beffa degli stessi nipoti. L’incipit dell’opera di Puccini è caratterizzato dall’esibizione esagerata del dolore dei nipoti di Buoso Donati, accorsi, tutti, al letto di morte del vecchio zio. La pantomima ipocrita viene bruscamente interrotta, nel momento in cui uno dei parenti comunica agli altri quello che dice in giro, e cioè, che tutta l’eredità del vecchio Buoso Donati sia stata lasciata, per volontà sua, ai frati di un vicino convento, e non a loro. L’espressione, tra stupore e rabbia malcelata, «Lo dicono a Signa», «Lo dicono a Signa», ripetuta più volte, dà il tono della comicità della situazione.

Il nipote più grande (e autorevole) del vecchio zio Buoso è Simone Donati, da identificare, quasi certamente, con il papà di Corso, Forese e Piccarda Donati, parenti della moglie di Dante, Gemma Donati, ma, soprattutto, personaggi legati alla vita e all’attività politica di Dante (Corso Donati, il più grande dei tre fratelli, fu acerrimo nemico di Dante, fu capo dei guelfi neri, e firmò la condanna all’esilio di Dante, e da questi fu collocato all’Inferno, con orrenda e tragica morte, per caduta da cavallo, come si legge nel canto XXIV del Purgatorio, ai vv. 82-7; Forese fu l’amico di gioventù di Dante, con il quale egli ebbe una frequentazione quotidiana, condividendo con lui il gioco letterario della tenzone in stile comico; Piccarda, infine, fu collocata da Dante in Paradiso, nel cielo della Luna). Dante, dunque, frequentava casa Donati, e, quindi, avrà ascoltato dalla viva voce dei protagonisti il racconto della beffa ordita da Gianni Schicchi, restandone impressionato, tanto da farne narrazione nel canto XXX dell’Inferno. Puccini, dal canto suo, mescola al racconto della beffa, anche la storia d’amore, con lieto fine, tra Lauretta, figlia di Gianni Schicchi, e Rinuccio, giovane nipote di Buoso Donati. Celeberrima la romanza «O mio babbino caro»:

«O mio babbino caro,
mi piace, è bello, bello;
vo’ andare in Porta Rossa
a comperar l’anello!»
[…]

L’anti-manzonismo di Sciascia

Curioso siparietto anti-manzoniano è quello che si legge alle pp. 31-32 di A ciascuno il suo. Lo definisco “curioso” perché Leonardo Sciascia scrittore è sempre stato grande estimatore dell’opera di Alessandro Manzoni, dei Promessi sposi, ma, soprattutto, della Storia della colonna infame, fino a farsi emulo di questo stile, che oggi possiamo definire fiction no-fiction, in opere come La scomparsa di Ettore Majorana (1975), e l’Affaire Moro (1978), a metà, appunto, tra il documento o il reportage giornalistico di denuncia, e l’invenzione letteraria pura. In queste pagine di A ciascuno il suo, però, vien presa in giro la critica manzoniana di matrice cattolica, con un inaspettato affondo sul così detto «silenzio» di Manzoni in materia d’amore. Non si tratta di un rilievo di poco conto, che Sciascia mette in bocca a un personaggio del suo romanzo (ancorché personaggio minore, di pura comparsa). In questa due paginette si sostiene, in buona sostanza, che la lettura dei Promessi sposi, già negli anni Sessanta del secolo scorso, non avesse più nulla da dire e da dare, in tema d’amore e di educazione sentimentale, a un giovane lettore. Ecco perché viene utilizzata l’espressione «il silenzio di Manzoni». In tema di romanzo sentimentale, in tema di educazione ai sentimenti, dunque, il romanzo di Manzoni viene giudicato silente, inappropriato, inutile. La discussione tra il professor Laurana e il sacerdote cade su Manzoni (e sulla sua opera) perché Laurana, una volta intuito che il giornale utilizzato per comporre la lettera anonima fosse «L’Osservatore romano», e una volta appurato che in paese lo ricevessero soltanto i due parroci, per abbonamento, decide di far visita ai due parroci, con la scusa, piuttosto plausibile, d’essere interessato a leggere un articolo su Alessandro Manzoni, apparso su «L’Osservatore romano» delle ultime settimane, perché impegnato a scrivere un suo saggio su Manzoni:

«Sto facendo un certo lavoro, su Manzoni. Mi è stato segnalato un articolo che è uscito sull’«Osservatore romano», quindici o venti giorni fa».

Laurana decide di avviare la sua ricerca con un colloquio con il parroco di sant’Anna, «uomo di grande spregiudicatezza, ai superiori inviso e dal popolo benvoluto (ma avevano ragione i superiori)», con il quale era, rispetto all’altro, anche in una qualche confidenza. Dal parroco, Laurana viene a sapere che il giornale, in realtà, non lo leggesse, e che ogni giorno la sua copia de «L’Osservatore» finisse nelle mani del suo cappellano, un giovane prete, giudicato dal parroco come cretino e spia. A questo punto, la discussione tra il professore e lo strano parroco di sant’Anna finisce, quindi, su Manzoni. Il parroco ne approfitta per attaccare a testa bassa Manzoni e la critica manzoniana:

«- […] sono secoli che non diciamo niente di indispensabile… E su Manzoni, poi, figuriamoci quello che può dire un cattolico su Manzoni […].
– Eppure certe pagine di cattolici, su Manzoni, sono illuminanti.
– Le conosco: il dio che atterra e suscita, la grazia, il paesaggio, Manzoni e Virgilio… Oh, in quanto a questo, direi che tutta la critica manzoniana è stata fatta da cattolici. Con qualche eccezione: e non molto intelligente, per la verità… E sa quando ci si avvicina al centro, al magma? Quando si tocca il tema del silenzio dell’amore… Ma lasciamo andare…».

L’affondo maggiore, in questo passaggio critico, riguarda proprio quello che Sciascia definisce, senza mezzi termini, il silenzio di Manzoni, proprio sull’amore, che, invece, al contrario, viene universalmente considerato come il dominio  principale dei Promessi sposi. Manzoni viene criticato all’interno del dominio suo proprio, quello sentimentale, quello dell’amore e dell’educazione ai sentimenti. Sciascia, per bocca di questo strano prete, liquida i Promessi sposi come romanzo silente, romanzo cioè che non avesse più nulla da dire già ai giovani lettori della fine degli anni Sessanta del Novecento.

La vertigine della lista

Mi permetto di inserire, in conclusione, una notazione, come dire, di stile, di stile post-moderno, che è presente in una pagina di A ciascuno il suo. Il professor Laurana, agli inizi, consapevole del fatto che il suo filone di indagine, intorno al duplice delitto, è sterile, esattamente come un «ago senza cruna, che non si può infilare alla sequela delle indagini», giunto a casa, compila una lista di riflessioni:

«A casa però, mentre sua madre apparecchiava per il pranzo, annotò su un foglietto “Colui che compose la lettera ritagliando le parole dall’ “Osservatore”: a) acquistò il giornale nel capoluogo per un più di sottigliezza, nell’intento di aggiungere confusione all’indagine; b) si trovò fortuitamente sottomano quel giornale e non si rese nemmeno conto di quale giornale si trattasse; c) era talmente assuefatto a vedersi intorno quel giornale da considerarlo un giornale come un altro, senza riflettere sulle particolarità tipografiche e sulla limitata e quasi professionale diffusione”. Posò la penna, rilesse l’annotazione; poi minutamente lacerò il foglietto».

La lista, appunto, l’elenco puntato, in quanto stile post-moderno, omaggio evidente (e in largo anticipo), da parte di Sciascia, rispetto a quello stile che, poi, in anni più vicini a noi, avremmo imparato a definire, citando Umberto Eco, come la «vertigine della lista», in tutte le sue possibili accezioni e declinazioni: indici, glossari, elenchi alfabetici, elenchi tematici, cataloghi, repertori, regesti, bibliografie, etc. Qui, Leonardo Sciascia, in anticipo di qualche decennio sugli stili della scrittura post-moderna, inserisce la sua lista, il suo elenco puntato.

trifone.gargano@uniba.it

 

 

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.