L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
Nelle memorie pubblicate cinquant’anni fa da Antonio d’Aroma, per oltre un decennio “valoroso instancabile e devoto collaboratore” di Luigi Einaudi, leggiamo che, dello studioso, accademico, pubblicista, bibliofilo, agricoltore, e parlamentare, banchiere centrale, ministro, presidente, “tutti sapevano che la capacità di lavoro … dal 1893 (diciannovenne) al 1961 (ottantasettenne), cioè per un periodo di quasi settanta anni, era stata prodigiosa e instancabile”. Ne erano quindi risultate una straordinaria varietà e una così imponente mole di contributi (articoli di giornale e saggi su riviste; trattati scientifici, libri e memorie accademiche; discorsi, lezioni e relazioni; prefazioni e ricordi) da far osservare a Ernesto Rossi, quando nel 1954 curò ne Il Buongoverno la ristampa di un centinaio di scritti einaudiani: “Per ristampar tutto non basterebbero, credo, cinquanta volumi. Mi pareva di essere con una tazzina da tè ad attingere acqua sotto la cascata del Niagara…”.
Molto altro Einaudi avrebbe poi pubblicato negli ultimi anni della sua lunga vita, lasciato il massimo incarico di primo Presidente eletto della Repubblica italiana e nominato nel 1955, con legge dello Stato, professore universitario a vita. In complesso, secondo la monumentale Bibliografia degli scritti di Luigi Einaudi, curata da Luigi Firpo nel 1971 e il Supplemento pubblicato dalla Fondazione Einaudi nel 2007, abbiamo a che fare con circa 5.000 testi, non meno di 30.000 pagine, di economia, politica, storia e altre materie, che negli anni sono stati, insieme con la ricostruzione della sua vita e delle sue azioni, oggetto di analisi, approfondimenti, valutazioni critiche nelle migliaia di pagine prodotte dai suoi studiosi e commentatori.
Come è noto, le Edizioni Nazionali rappresentano l’impegno dello Stato nella tutela, nella valorizzazione e nella diffusione del patrimonio letterario e artistico dei grandi autori italiani. Nel dicembre 2016 ricevetti dal professor Terenzio Cozzi, presidente della Commissione incaricata dei lavori per l’Edizione nazionale degli scritti di Einaudi, l’invito a farne personalmente parte e la richiesta che la Banca d’Italia partecipasse attivamente all’impresa. Alla risposta, immediatamente positiva e pienamente condivisa dal Consiglio superiore della Banca, associai però subito, alla luce di quanto ho appena ricordato, il timore che l’impresa si sarebbe potuta rivelare al di sopra delle forze, umane e finanziarie, dei suoi organizzatori, curatori e finanziatori. La decisione di limitare a un sottoinsieme pari a circa il 30 per cento dell’opera complessiva di Einaudi andò in parte a lenire questo timore, anche se i curatori non avrebbero potuto fare a meno di prendere in esame la sua intera produzione, incluse le pagine più rare ed eventualmente inedite. Fu quindi dato avvio al grande progetto editoriale sulla figura e sull’opera di Luigi Einaudi, cui è dedicato questo convegno.
La Banca d’Italia, che più volte ha promosso e contribuito a diffondere i suoi scritti si è data carico della stampa e distribuzione dei 13 volumi che raccolgono l’edizione critica dei contributi considerati dai curatori maggiormente significativi dell’enorme e differenziata produzione scientifica e divulgativa di Einaudi. Alla stampa di questi 13 volumi si aggiungerà quella, approvata dal Consiglio superiore della Banca nell’ottobre dello scorso anno, di due ulteriori volumi dedicati alla corrispondenza di Einaudi con economisti italiani e stranieri, una parte poco conosciuta del corpus einaudiano, particolarmente significativa dal punto di vista teorico e intellettuale.
Oggi possiamo ben dire, che pur con qualche ritardo per la maggior parte causato dai rallentamenti dovuti alla pandemia da Covid-19 e alle difficoltà intrinseche dell’impresa, il progetto si è rivelato un successo, con otto volumi già stampati e altri in via di ultimazione, tutti preceduti da saggi introduttivi, al tempo stesso chiari ed esaurienti e di grande valore. All’esame approfondito del contributo di Einaudi, quale risulta da questi saggi e soprattutto dagli scritti riprodotti nei volumi dell’Edizione Nazionale, saranno dedicati gli interventi sullo “scienziato dell’economia” e l’“europeista, scrittore e attore di politica” di alcuni dei nostri principali esperti e cultori di queste materie. Non mi propongo quindi in quanto segue di approfondire temi specifici, ancora di straordinario interesse, che provengono dagli scritti einaudiani, ma solo di avanzare alcune riflessioni maturate in margine alla lettura di alcuni di questi scritti e di introduzioni e commenti a essi dedicati negli ultimi decenni da alcuni tra i principali studiosi italiani.
La poliedricità e la prolificità di Einaudi sono effettivamente straordinarie, avvicinabili forse solo, nel Novecento italiano, all’opera filosofica e storica di Benedetto Croce. Nell’affrontare le questioni del suo tempo la guida della teoria economica è sempre, sul piano astratto, quella del mainstream neoclassico, ma, come è stato spesso sottolineato, attraverso un percorso che fa i conti con la realtà fattuale e, a ritroso, passa per Alfred Marshall fino a trovare in Adam Smith la sua pietra miliare. Certo, l’equilibrio generale walrasiano, in particolare attraverso il Cours d’économie politique di Pareto (del cui Trattato di sociologia generale non era peraltro, con Croce, estimatore), costituisce un riferimento obbligato, ma non si rinviene negli scritti che ho scorso negli anni e in quelli di più recente lettura né la visione fondamentalmente statica del realizzarsi di un equilibrio generale, né la fede in un mondo reale che inevitabilmente a esso converge. Anzi, il punto di forza delle sue analisi mi pare stia proprio nel riuscire a coniugare l’esame dei fatti concreti con i precetti, i metodi, della teoria economica che più gli è congeniale. Einaudi è quindi effettivamente vicino al Pareto, economista e non sol, per il quale le “leggi” dell’economia vanno ricercate muovendo dai “fatti” sociali.
In questo, il suo formarsi nel laboratorio torinese di Cognetti de Martiis costituisce un momento cruciale. Come inoltre ben sappiamo, neppure nella sua visione liberale del mondo delle idee è disposto a separare il momento economico – l’operare concreto del mercato concorrenziale, ben regolato ancorché senza le interferenze di un superiore intervento dello Stato – da quello etico e ideale. Si tratta di un punto, questo, che lo differenzia certo dal filosofo Croce ma anche dai più celebri economisti del suo tempo. Come scrive il nipote di Einaudi, Luigi R. Einaudi, nella prefazione di un libro curato dalla cugina Maria Costanza Gallino sulla famiglia dell’altro suo nonno Robert Michels, “le ideologie vanno prese cum grano salis … Le teorie contraddette dai fatti servono poco – insegnamento questo anche molto einaudiano”. È proprio da tale convinzione, a mio parere, che discende l’enfasi, decisiva e anticipatrice di molte elaborazioni più recenti, sull’interazione tra libertà economica e giustizia sociale, anzi la loro complementarità.
È un fatto che, nel suo essere liberale, Einaudi viene generalmente considerato un “conservatore”, da contrapporre, in qualche modo, al “liberale progressista”, in un’apparente tenzone tra equità ed efficienza. Sembrerebbe, in effetti, avere come modello, o schema di riferimento, un “buon ordine antico” cui ritornare dopo gli sconvolgimenti delle guerre, anzi un “piccolo mondo antico”, tutto famiglia, casa e orto cui attendere. Ma anche se l’Einaudi in quanto persona teneva in massimo conto gli affetti familiari, la casa di campagna coi suoi poderi, gli amici libri, tanto più se in edizioni rare e ben curate, in buona parte per l’Einaudi scienziato ed educatore un tale modello costituisce un espediente retorico, non è questa in ultima istanza la sua economia. L’enfasi è infatti tutta volta al progresso dell’individuo e della società, alla ricerca di un benessere diffuso, da affidare in primis alla creatività umana, all’attitudine al rischio d’impresa, a una “lotta” concorrenziale feconda e libera. Definire “conservatore” il liberismo di Einaudi è quindi certamente inadeguato, se si pensa alla vicinanza, sia pure dialettica, con allievi quali Piero Gobetti, Carlo Rosselli e Ernesto Rossi. Proprio nel confronto con il socialismo liberale di quest’ultimo emerge, come è stato sostenuto, l’Einaudi “aperto ai temi sociali”.
Vi è certo molto della scuola austriaca e siamo ben vicini alla distruzione creatrice di Joseph Schumpeter, ma ancora più alla visione di un economista a noi contemporaneo quale è Ned Phelps, premio Nobel nel 2006, di scuola neoclassica ma non so quanto mainstream, massimamente attento al ruolo giocato dall’innovazione e dal progresso tecnico, progenitore di quella che oggi va sotto il nome di crescita endogena, con al centro dello sviluppo economico e sociale il capitale umano, la conoscenza, non limitata all’evoluzione scientifica e tecnologica, la cultura. Il progresso conseguito negli ultimi due secoli, in attenuazione dalla seconda metà del Novecento, pur in presenza di mercati globali, anzi diremmo oggi di una “iper-globalizzazione”, proviene, secondo Phelps, da un dinamismo di fondo diffuso e crescente, risultato del “fiorire” e dell’affermarsi di valori quali il bisogno di crescere, la propensione a esplorare, la ricerca di lavori più appaganti, il desiderio di affrontare nuove sfide e di avere successo. L’affievolirsi di questo dinamismo è collegato a forme di “corporativismo”, che rischiano di finire per perpetuare lo status quo, anziché dare origine a nuove forme di sviluppo. Mi fermo qui, ma leggendo le pagine di Phelps mi sembra proprio di leggere Einaudi. In fondo, anche nei suoi riferimenti alla terra o al suo orto, possiamo leggere un Einaudi fondamentalmente ottimista, lontano dal panglossismo del “miglior mondo possibile”, proprio di una certa lettura dell’equilibrio economico generale, e vicino all’illuminismo volteriano dell’il faut cultiver notre jardin, del lavorare l’orto per tenere lontani i tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.
Proprio per la sua apertura ai temi sociali, non siamo però fermi al puro individualismo di Voltaire, un autore su cui peraltro Luigi Einaudi non sembra soffermarsi, a differenza di Rousseau, altro grande illuminista di cui però proprio non apprezza gli eccessi di egualitarismo e l’enfasi sulla “democrazia diretta”. Einaudi, infatti, critico di una presenza eccessiva dello Stato nell’economia, non ne esclude un ruolo di rilievo sul piano redistributivo e, per l’appunto, di giustizia sociale. Soprattutto, però, parla di “tagliare le punte”, verso il basso, con la scuola per tutti, l’”uguaglianza dei punti di partenza”, e verso l’alto, con l’imposta giusta, premiando il merito – chi produce – e colpendo la rendita – chi non trae frutti dal suo capitale, dai suoi talenti, in particolare quelli ereditati. Se ritiene che tutti dovrebbero avere “un certo minimo di reddito”, pur potendosi “discutere se ciò significhi diritto al minimo”, si mostra aperto a un salario minimo (contrattato), non è favorevole a un reddito minimo pubblico universale, di cui vede soprattutto il rischio di un “incoraggiamento all’ozio”. Tuttavia, aggiunge, si può discutere, oltre che – “con le cautele necessarie – di un sostegno nei casi di “impossibilità di lavorare”, di un reddito diremmo oggi “di inserimento”, all’inizio del percorso lavorativo, non come obiettivo finale, sostituto di un reddito da lavoro; nelle sue stesse parole, quindi. “non un punto di arrivo, ma di partenza”.
In ogni caso, Einaudi non è contrario a un intervento pubblico anche di rilievo nei casi in cui il “fallimento del mercato”, come diremmo oggi, finisca per produrre insicurezza e disgregazione sociale, quando cioè si oltrepassi un “punto critico” nel trade-off, come ancora oggi diremmo, tra efficienza ed equità. Ci si potrebbe altresì interrogare sull’affinità tra il punto critico einaudiano e l’instabilità del “punto di sella” nelle più moderne elaborazioni matematiche dei modelli neoclassici di crescita economica esogena; ma forse ci addentreremmo in terra incognita, ed è quindi opportuno ritornare a riflessioni di natura più generale.
Se Einaudi si caratterizza comunque per avere un ben preciso modello teorico di economia di mercato, l’attenzione alle questioni di giustizia sociale è quindi la conseguenza della sua profonda convinzione che non sia né utile né possibile una separazione netta tra l’esame dei dati di fatto da cui derivare l’allocazione efficiente delle risorse e i giudizi di valore necessari a guidare la giusta risposta. Questa convinzione, espressa con forza in un saggio del 1943 su ipotesi astratte, ipotesi storiche e giudizi di valore, sta alla base del suo metodo di indagine e costituisce, secondo Federico Caffè, “una presentazione estremamente lucida della inscindibile unità dei vari aspetti costituenti la realtà sociale”.
L’importante, al riguardo, è essere trasparenti, ed Einaudi lo è in modo estremo, scrivendo e comunicando in maniera chiara e conseguenziale, rivolto al grande pubblico come al mondo più ristretto degli scienziati sociali, dei tecnici e dei politici. E come è stato più volte richiamato lo fa con un linguaggio e uno stile particolarmente efficaci, da grande scrittore (“un economista tra i migliori prosatori” del Novecento, secondo Gianfranco Contini), una qualità che riconosceva certamente al massimo economista del secolo, John Maynard Keynes, da cui pure, nonostante alcuni pragmatici punti di contatto, era sul piano dell’analisi teorica profondamente distante, con toni a volte particolarmente accesi e, forse, con qualche non trascurabile incomprensione. Osserverei anche, al riguardo, come nel 1898, recensendo la monografia su Il sentimento della vita economica nella Divina Commedia appena pubblicata da Livio Cibrario – un altro giovane collega nel Laboratorio di Cognetti de Martiis, che sarebbe poco dopo tragicamente mancato – Einaudi concludeva a sua volta sottolineando “il contributo dato all’economia non dagli economisti di professione, ma dai grandi poeti e prosatori italiani”.
Insomma, già all’inizio della formazione dell’economista Einaudi vi è la visione dell’economia sì come disciplina scientifica, ma dall’impronta etico morale, e al fondo scienza dell’uomo. Una “linearità e continuità di pensiero”, quindi, che, come già rilevava Ernesto Rossi settant’anni fa, si ritrova in tutti i suoi scritti. Questi poi sono, sul piano dell’analisi, “illuminati dalla medesima concezione della vita come lotta, come contrasto tra ideali e interessi diversi, come libertà di sacrificare anche agli idoli falsi, perché la verità acquista un valore solo quando venga raggiunta superando per proprio conto l’errore, come facoltà per tutti di muoversi, di produrre, di commerciare, senza divieti e senza impedimento di trincee scavate a difesa delle posizioni acquisite”.
Se non è certo qui necessario sottolineare l’importanza del suo contributo, di vita e di pensiero, tanto nell’analisi economica quanto nel ruolo svolto in alcuni dei principali snodi della politica economica italiana negli anni in cui ne ebbe massima responsabilità, certo il suo ormai classico Conoscere per deliberare è sempre presente, non una “predica inutile” ma un tema oggi cruciale, che non può fermarsi al livello delle decisioni di natura pubblica. Esso costituisce infatti l’unica risposta possibile alla domanda, per tutti, su come affrontare un futuro così misterioso e travolgente quale quello che si delinea di fronte a noi sulla spinta degli straordinari cambiamenti che gli sviluppi della tecnologia stanno determinando, per le economie e le società di tutto il mondo. Occorre investire, e molto di più di quanto oggi si faccia nel nostro paese, nell’istruzione e nella ricerca, una responsabilità che non può limitarsi al livello, pure fondamentale, dell’azione di governo ma deve riguardare le stesse scelte di investimento delle imprese e di allocazione del risparmio delle famiglie.
Ma questo, come apprendiamo sempre più ogni giorno alla luce degli sviluppi di cui l’attributo “geopolitici” quasi sembra esorcizzare la drammaticità, non può limitarsi a un ambito puramente nazionale. Einaudi si espose con forza contro l’affermarsi di ideologie sovraniste e con esse di chiusura agli scambi di beni e servizi, alla libertà di movimento delle persone. Oggi, un rischio che avrebbe sicuramente combattuto riguarda le limitazioni che nozioni non ben definite di protezione strategica – economica, finanziaria e finanche militare – possono comportare per gli scambi di idee, di informazioni, di conoscenza. Si tratta di un rischio che purtroppo sempre più ci prospetta il ritorno a un mondo diviso in blocchi di paesi “non amici” tra loro o decisamente tra loro in contrasto, anziché in una “lotta” concorrenziale – per usare ancora un termine propriamente einaudiano – volta al progresso e a un benessere più diffuso.
Dobbiamo quindi, al riguardo, continuare a interrogarci, come italiani e come europei, sulla nostra incapacità di dare attuazione decisa a quegli elementi di unità europea, in senso federale, che Einaudi non si stancò di richiamare e che con tanta chiarezza rileggiamo fin dai primi suoi scritti, che oggi ritroviamo nei volumi dell’Edizione Nazionale. Mai come oggi sono in effetti attuali le sue sollecitazioni per un’Europa unita, responsabile e costruttrice di pace, sul sentiero tracciato, nel secolo dei lumi, da Immanuel Kant e, da noi, da Gaetano Filangieri, ripreso contro il nazionalismo economico e per una giusta sussidiarietà da Carlo Cattaneo nell’Ottocento, e con forza proposto nel dramma tedesco della prima metà del Novecento da Thomas Mann: sollecitazioni che, nonostante gli sforzi di Altiero Spinelli e Jean Monnet e l’azione di Adenauer, De Gasperi e Schuman, sembrano sempre meno coltivate proprio là dove più lo dovrebbero essere, tra gli attori della politica. Come sempre, però, è dal basso, dalla gente che deve nascere la spinta decisiva. Occorre quindi educare e proteggere chi subisce il cambiamento, ma non proteggere dai benefici che questo può apportare.
Tra questi benefici, ampi e diffusi, certo non vi è una condizione che di questo cambiamento sembra oggi essere parte. Nel chiedere di mantenere un mondo aperto agli scambi, con mercati liberi ancorché governati da regole condivise, non possiamo trascurare di considerare lo straordinario potere, anche politico, che grandissime imprese tecnologiche sempre più sembrano esercitare, anche a livello globale. Come si sarebbe espresso Einaudi, esplicito sostenitore del mercato, nei confronti di quella che sempre più appare essere una concentrazione monopolistica senza precedenti? Pur continuando a battersi contro un ruolo eccessivamente ampio dello “Stato produttore”, avrebbe forse esitato a sottolineare come tale concentrazione possa rischiare di snaturare il valore del mercato come magna pars di una democrazia liberale?
Nel 1943, in uno scritto per il Movimento federalista europeo, Einaudi aveva con decisione negato che durante la prima lunga fase di globalizzazione, terminata nel 1914, con “il trionfo della grande industria, della banca, della borsa”, la libertà di scelta e di iniziativa avesse finito per subordinare la politica all’economia. Non sono i loro “giganteschi interessi alla lor volta colla potenza del denaro” ad asservire “la politica ai proprii fini economici” ma è la stessa “idea della subordinazione della economia alla politica [che] partorisce invece l’asservimento della politica ai grandi interessi economici”. Pur continuando a esprimersi contro una sostituzione dello Stato al mercato, probabilmente anche nella produzione di tecnologie di uso generale, non ritengo che sarebbe stato oggi insensibile di fronte agli effetti che un capitale straordinariamente concentrato in poche grandissime imprese multinazionali avrebbe potuto esercitare tanto nella distribuzione dei redditi e dei patrimoni quanto nella determinazione di scelte di natura fondamentalmente politica. Si tratta di un tema certo da approfondire, ricordando però sempre, con Einaudi, che i grandi monopoli – quelli di mercato non meno di quelli di Stato – possono produrre danni molto gravi, e non solo nel lungo periodo.
D’altra parte Einaudi non era certo un dottrinario. In proposito, per concludere, mi limiterò a un esempio, che riguarda peraltro l’azione da lui messa in atto, una volta divenuto Ministro del Bilancio ma rimasto ancora Governatore della Banca d’Italia, nella stabilizzazione monetaria del 1947. Senza entrare in dettagli, in pochi mesi da un’inflazione dell’ordine del 100 per cento si passò a una sostanziale stabilità dei prezzi. Come sottolinea Pierluigi Ciocca: “Non solo fra le classi medie risparmiatrici si affermò il convincimento che la lira venne «salvata» da Einaudi. Fu uno straordinario successo. … Preparata sul piano tecnico dagli economisti della Banca d’Italia sotto la guida del direttore generale Menichella, la manovra fu politicamente imposta da Einaudi, che se ne assunse la responsabilità”. In effetti, si è molto dibattuto su quanto le misure specifiche sottostanti alla stabilizzazione debbano ascriversi al nome di Einaudi e se la restrizione monetaria non sia stata eccessivamente ritardata.
Ai nostri giorni, nel discutere delle cause dell’inflazione e della rapidità di reazione delle banche centrali, spesso si parla del rischio di “dominio fiscale”, contrapposto a quello di “dominio finanziario”, essendo il mantenimento della stabilità dei prezzi generalmente attribuito all’indipendenza e alla credibilità della banca centrale. In realtà, anche in assenza di queste due cause (un disavanzo pubblico fuori controllo o un’espansione creditizia prolungata ed eccessiva) ben sappiamo che impulsi esogeni, di domanda o di offerta, sui costi e sui prezzi possono dar luogo a periodi più o meno lunghi e intensi di elevata inflazione. Sono cruciali le attese prevalenti nel mercato del lavoro, le modalità e la velocità di risposta delle imprese, il permanere di meccanismi più o meno automatici di indicizzazione. Una precoce individuazione dell’origine delle pressioni inflative certamente consente di definire la più appropriata ed efficace risposta di politica monetaria, ma né la loro completa prevenzione né la rapidità della disinflazione sono sempre nelle possibilità della sola politica monetaria.
Quello che qui rileva è che, nonostante la convinzione di Einaudi che l’inflazione post-bellica avesse radici essenzialmente connesse con l’espansione monetaria determinata da un disavanzo pubblico fuori controllo e che non si potesse fare altro che prendere atto della conseguente evoluzione del credito bancario, sulla base delle analisi del Servizio Studi diretto da Paolo Baffi, fatte proprie da Donato Menichella, la causa scatenante della fiammata inflazionistica fu individuata proprio nell’eccessiva espansione creditizia. Questa valutazione, ricorda Menichella, fu condivisa da Per Jacobsson, il consigliere economico della Banca dei Regolamenti Internazionali, che Einaudi ben conosceva da tempo.
Pur differendo nell’iniziale interpretazione e continuando a insistere sul ruolo negativo del bilancio pubblico, Einaudi fu convinto dall’analisi di Baffi (e di Jacobsson) e fece proprie le proposte di drastico intervento sulle riserve bancarie avanzate da Menichella. Quel che è particolarmente significativo è riassunto nelle parole con cui quest’ultimo attribuì a Einaudi il merito del successo della manovra di stabilizzazione monetaria: “Il nostro ritorno all’equilibrio monetario dopo un’inflazione che, come Per Jacobsson ebbe a scrivere, sembrava implacabile, poggiò infatti in modo prevalente … sulle qualità morali, di energia, di coraggio e di patriottismo dell’uomo, Luigi Einaudi, che condusse la battaglia. … Anche a giudizio di Per Jacobsson, peraltro, il problema non si esauriva nell’individuare le misure da prendere per riuscire nell’intento, giacché occorreva prepararsi a superare le gravi difficoltà che sarebbero insorte durante l’applicazione di esse. Per la felice riuscita di un programma di stabilizzazione vi era bisogno soprattutto di «convinzione, forza di carattere e coraggio». Ma egli sapeva che, per fortuna dell’Italia, queste erano proprio le doti che, per unanime riconoscimento, Luigi Einaudi univa in modo eccellente a quelle di economista principe e di fedele servitore dello Stato, sicché non dubitò un solo istante che la battaglia sarebbe stata vinta”.
Si tratta, quindi, di doti che pienamente ritroviamo negli scritti dell’Edizione Nazionale, oggetto di questo convegno che si tiene nel 150° anniversario della nascita di Luigi Einaudi. I volumi stampati e distribuiti dalla Banca d’Italia, destinati in un numero limitato, ancorché non trascurabile, di copie a organi costituzionali, istituzioni, personalità della cultura, biblioteche, università italiane e straniere, sono fuori commercio. Sono sicuro che la loro disponibilità in formato e-book consentirà di confermare anche nel giudizio dei più giovani lettori degli scritti di Einaudi la linearità e continuità di pensiero di cui sette decenni or sono già parlava Ernesto Rossi. Più in generale, continuerà a emergere e mantenersi nel tempo la capacità di visione, sistematica e unitaria, di un grande scienziato sociale e uno statista coraggioso, di un educatore assiduo, il quale, pur consapevole delle difficoltà, non ha mai esitato a ricercare e suggerire le possibili vie attraverso cui costruire un futuro per tutti migliore.
[Il testo è in corso di stampa corredato di note su Bancaria]
L'autore

- Ignazio Visco è stato dal novembre 2011 all'ottobre 2023 Governatore della Banca d'Italia, istituzione nella quale è entrato nel 1972. Dal 1997 al 2002 è stato Capo economista e Direttore del Dipartimento economico dell’OCSE a Parigi. Laureatosi all’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’, ha proseguito gli studi presso la University of Pennsylvania, conseguendo un Master of Arts e un Ph.D. in Economics. E' stato docente di Econometria e di Politica economica all’Università ‘La Sapienza’ di Roma. E' autore di numerose pubblicazioni, da ultimo Anni difficili. Dalla crisi finanziaria alle nuove sfide per l'economia, Il Mulino, 2018; Inflazione e politica monetaria, Laterza 2023.
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