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Uno sguardo al mondo di Guido Gozzano. Dialogo con Elena Santagata

Nel 2022 era stato il turno di Montale: «Con il rovescio del binocolo». Montale e il sublime del comico, uscita per Carocci, Elena Santagata attraversava la produzione del poeta premio Nobel racchiusa in Satura, del 1971. Due anni dopo prosegue questo suo viaggio nella letteratura italiana del Novecento ultimando, per :duepunti edizioni, «Con le mani in tasca». Guido Gozzano e il suo tempo. C’è più di un collegamento tra i due lavori: non solo il soggetto trattato (un poeta del Novecento italiano), ma anche la scelta peculiare dei titoli. In entrambi i casi si tratta di una citazione seguita da un sottotitolo che esplicita il contenuto del libro: le citazioni a loro volta sono un sintagma costruito a partire dalla preposizione semplice “con” ed evocano un’immagine emblematica del soggetto. La citazione che però dà il titolo al lavoro su Gozzano viene direttamente dal poeta ligure protagonista dell’opera precedente: Montale pensava a Guido Gozzano come ad un autore che riusciva a far breccia nel cuore di chi lo leggeva in punta di piedi e con un atteggiamento dimesso, un uomo “con le mani in tasca” appunto. Inconsapevolmente in questa visione c’è molto di più: perché chi tiene le mani in tasca è anche il ladro che vuole dissimulare il suo atteggiamento, il bugiardo che ha qualcosa da nascondere. E il tema del saggio di Santagata è proprio questo: Guido Gozzano il ladro, il bugiardo, ma anche l’Avvocato non laureato, il raffinato riscrittore e l’innamorato funestato dal destino. Infine, Guido Gozzano poeta importante e inspiegabilmente condannato all’oblio, sia accademico sia addirittura scolastico (chi scrive lo ha sentito nominare per la prima volta all’ultimo anno di liceo classico).

«Con le mani in tasca». Guido Gozzano e il suo tempo pare tener presente quest’ultima situazione, configurandosi come un saggio che è un lasciapassare per il mondo gozzaniano a tutto tondo. La struttura è quella di un macrotesto, con ogni capitolo che è un lavoro conchiuso e completo ma che inevitabilmente dialoga e si salda con gli altri, per un viaggio “a tappe” che non costringe mai alla corsa o al ritornare indietro.
La prima parte è Il “posto” di Guido Gozzano, in cui vengono esplorate la vita e la poetica di Gozzano e di come la prima influisca sull’altra. Segue Nell’officina di Guido Gozzano, I Colloqui e la struttura del canzoniere, una sorta di focus sul “primo libro di poesia del Novecento” italiano – figlio del magistero petrarchesco coraggiosamente assunto da Gozzano – e sul lavoro di scrittura e limatura dei componimenti. Riscritture crepuscolari accoglie il lavoro d’indagine sui testi per parlare in realtà di una delle più gravi accuse rivolte all’Avvocato, quella di rubacchiare qua e là dai suoi colleghi per “assemblare” i propri testi: Santagata dimostra come questa fosse in realtà una pratica fatta da quasi tutti quei poeti che, amici o conoscenti legati dall’essere coetanei e “gente comune” anziché cantori laureati (alcuni non laureati erano davvero), costituivano l’humus dell’esperienza letteraria primonovecentesca nota come Crepuscolarismo.

Il quarto capitolo, L’eros di Gozzano, amplia il discorso sulle liriche più ammiccanti e ludiche, ricche di un simbolismo definibile freudiano (ma attenzione a pensare ad un’applicazione degli studi di Freud da parte di Gozzano, è più giusto probabilmente reputare la sua un’intuizione o suggestione). Infine, Un esempio di riscrittura gozzaniana è un secondo approfondimento sulla poesia Paolo e Virginia. I figli dell’infortunio, lavoro a più fasi di stesura che ripropone la vicenda raccontata nel romanzo Paul et Virginie di Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre del 1788.

A una vasta gamma di temi trattati si unisce un’esposizione così schietta e precisa che «Con le mani in tasca». Guido Gozzano e il suo tempo è davvero un saggio “per tutti”: lo è, perché non è rivolto ai gozzaniani, ma a chi semplicemente vuole conoscere in generale la figura dell’Avvocato del kitsch, senza però che questa semplicità si traduca o – peggio ancora, scivoli – nella divulgazione pop. Gozzano è trattato col rispetto accademico che gli dovrebbe essere dovuto, e il lettore viene portato per mano in ognuno dei regni del poeta. Chi scrive è uno di questi iniziati, uno di quelli che magari voleva conoscere l’autore di Invernale o Totò Meroumeni, ma non sapeva da dove partire. Ecco, direi che si può anche partire da Elena Santagata.

Quella che segue è la seconda intervista fatta con l’autrice. La prima è stata una nostra conversazione telefonica, ricca di riflessioni e spunti interessanti. Peccato che il registratore non fosse partito. Ma questo “secondo ciak” recupera tutto quanto sembrava essere andato perduto.

Il saggio è costruito come un macrotesto, con ogni capitolo potenzialmente indipendente dagli altri ma che è un tassello fondamentale per capire il resto. C’è stato un aspetto in particolare della figura di Gozzano che ha spinto ad approfondire l’intero suo mondo poetico? Se sì, quale?

Effettivamente il libro nasce e si sviluppa intorno a nuclei differenti e autonomi che, una volta riuniti, hanno suggerito indirettamente la struttura del racconto. La prima idea, al quale ho dedicato ormai diversi anni fa un breve saggio, affonda la proprie radici nell’erotismo che aleggia in alcune poesie de La via del rifugio e dei Colloqui: nel terzo capitolo del libro, L’eros di Gozzano, c’è la lettura di questa piccola e deliziosa poesia, Le golose, che solo apparentemente è un divertissement (come la definì Zanzi), ma che in realtà non è altro che un rivoluzionario e modernissimo modo di raccontare la repressione femminile del desiderio erotico tramite una metafora culinaria (le paste, viste quali oggetto d’amore). Successivamente, ha visto la luce il capitolo dedicato a Le non godute e alla sua attribuzione ancora poco chiara: è un testo di Gozzano? È dell’amico Carlo Vallini? Da lì si è fatta sempre più concreta l’idea che esista un “Gozzano ladro”, come giustamente aveva a suo tempo notato De Rienzo in Guido Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo, e che questo aspetto del carattere del poeta influenzi anche la sua poesia: ho quindi riportato in auge il ritratto del Gozzano menzognero, colui che si appropria in maniera indebita dei versi altrui e che spesso è anche “colto sul fatto”, come nel caso del sonetto La statua e il ragno crociato, che gli è costato l’espulsione dalla rivista. La vicenda de La statua e il ragno crociato è assurda, se ci pensiamo: Gozzano pubblica un sonetto su una rivista come «Riviera Ligure» (al tempo molto letta) e poi Roccatagliata Ceccardi scrive al direttore della rivista, Novaro, per dire che la poesia non è di Gozzano ma di un suo amico, De Paoli. De Paoli nega di aver “venduto” dei versi a Gozzano, e nega anche che l’amico lo abbia copiato… insomma, tutto molto strano.

Gozzano “pop”. È possibile approfondire ulteriormente questo aspetto? Perché Gozzano non può essere considerato pienamente postmoderno? Solo per un fatto anagrafico?

Mi ha molto affascinato la definizione di Ernesto Ferrero di Gozzano quale inventore del pop, perché la trovo estremamente vera. Ferrero ha scritto che Gozzano è un poeta «capace di attingere a piene mani dalla quotidianità, inserendo nella poesia il dialetto, il dialogo e un acuto umorismo. Deciso a scendere dai cieli dell’empireo dannunziano per dare vita a “un’operazione antiretorica che oggi chiameremmo pop”». Gozzano è stato, a mio parere, l’inventore del pop italiano in poesia e in questo è il vero primo poeta del Novecento: il primo che, piegando a suo piacimento la metrica, ha riciclato vecchi temi, riammodernando con qualche “gioco di sillaba e di rima” argomenti ormai démodés. Arbasino lo vedeva come promettente maestro mancato del liberty e del kitsch, il poeta dei «gianduiotti e savoiardi», superficiale e incapace di approfondire da un lato il proprio «talento vivacissimo per il kitsch», dall’altro l’innata tendenza al liberty. Lo affianca audacemente ad Andy Wharol, un paragone che ancora oggi è spesso riproposto, e che colloca Gozzano un gradino più in alto rispetto al neutro pop, spostandolo in quell’area artistico-letteraria molto discussa, in cui il “cattivo gusto” regna sovrano. E se ci pensiamo, la sua anima leggera e popolare è forse il motivo per cui Gozzano non è un autore così studiato: è riuscito, fingendo una superficialità che non gli appartiene, a farsi prendere poco sul serio. Per quanto riguarda il “Gozzano postmoderno”, trovo affascinante che alcuni critici, come Giuseppe Zaccaria, abbiano sottolineato la portata innovativa della poesia gozzaniana, tuttavia ritengo che, per quanto Gozzano sia effettivamente il precursore della grande rivoluzione poetica del Novecento, sia una etichetta che lui per primo non avrebbe apprezzato.

In Gozzano si nota una duplice anima: da un lato ladro (nelle riscritture crepuscolari) e dall’altro debitore (nell’uso di Petrarca per il concetto di “libro di poesie” di Petrarca). È sempre possibile distinguere questi aspetti?

Ciò che spero traspaia dalle pagine del libro è l’esigenza di Gozzano di affermarsi nel panorama poetico italiano: Guido è un uomo di spettacolo, adora stare tra la gente e conduce una ricca vita mondana (almeno fino a che la malattia glielo concede). Certo, rubare qualche verso a poeti dilettanti non sarebbe stato un grosso scandalo, mentre necessario era palesare la sua conoscenza delle fonti della tradizione – maturata da autodidatta – e dichiarare quali fossero i suoi “padri”. Per questo motivo sono esplicite ed evidenti le riprese e le citazioni petrarchesche e dantesche e la struttura dei Colloqui costruiti come un vero “libro di poesia” sul modello del Canzoniere. Mi pare evidente che, nel costruire il suo “libro di poesia” (forse il primo “libro di poesia” del Novecento) Gozzano richiami in tutto, fin dal “giovanile errore” iniziale, il suo Petrarca.

Nel capitolo “Nell’officina di Gozzano” un paragrafo è costituito dal ciclo di Amalia: quanto è vera passione e quanto invece scrittura poetica e cercata?

La storia tra Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano è forse una delle più note del primo Novecento. Anche in questo caso, ritengo che si tratti di una relazione decisamente fittizia: non che i due non si volessero un bene profondo e non fossero colleghi, tuttavia la relazione amorosa non poteva essere realmente consumata a causa della malattia di Gozzano, la tisi, che era ormai stata catalogata come patologia contagiosa. Nasce così, come nel caso di tutte le grandi storie d’amore non consumate, una vicenda poetica modellata sulla storia della passione amore di Petrarca per Laura. Nel “canzoniere” dei Colloqui c’è un breve ciclo per Amalia, che è composto da una prima coppia di testi saldamente coesi: Il gioco del silenzio e Il buon compagno. Le due poesie narrano la breve relazione d’amore realmente vissuta tra i due, culminata con la resa di Guido, colpevole di non essere in grado di amare e quindi di proseguire la relazione. Il gioco del silenzio, pubblicato la prima volta sulla «Riviera Ligure» del settembre 1910, è ispirato a precise circostanze biografiche: è il primo testo poetico nel quale possiamo individuare un tu femminile modellato su una figura reale e una serie di avvenimenti accaduti. La poesia è ispirata al “solo incontro amoroso”, si presume di carattere erotico, che i due abbiano mai avuto (lo ha spiegato bene, anni fa, Aldo de Toma). Da quel momento in poi, come apprendiamo dalle lettere, la storia reale finisce e comincia la vicenda poetica.

Perché Gozzano veniva criticato per i suoi furti, mentre altri che praticavano questo “gioco” intellettuale no?

Penso che Gozzano si attirasse delle invidie a causa del successo che sicuramente aveva raccolto: i Colloqui escono per un editore prestigioso quale Treves, mentre i coetanei colleghi di Gozzano ancora pubblicano i propri versi a pagamento per editori minori. Semplice invidia, direi!

 

 

L'autore

Tommaso Guarducci
Tommaso Guarducci è studente magistrale di Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Perugia. Il suo campo d’interessi è in generale la letteratura del Novecento, con particolari inclinazioni verso il fantastico e il fumetto. Ama (quasi) tutto ciò che l’arte cinematografica e quella musicale hanno da offrire, ma alla fine torna sempre alla sua più grande passione: il disegno.