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Carlo M. Cipolla, Una conversazione sulla moneta medievale, e altro

Gli scritti di Carlo M. Cipolla, storico di fama mondiale scomparso all’inizio di questo secolo, hanno riguardato soprattutto l’economia, toccando però fin dall’inizio questioni demografiche, tecnologiche, dell’istruzione, della sanità, per metterne in luce effetti sull’economia di città, stati, continenti spesso sottovalutati se non ignorati. Fondati sulla profondità e il rigore nello studio e nell’analisi critica delle fonti, due tratti, oltre a quello dell’interdisciplinarità, caratterizzavano il modo di comunicare delle sue ricerche: brevitas e capacità narrativa.

In quest’ultima rinveniamo, armoniosamente fusi tra loro, i sei valori delle Lezioni americane di Italo Calvino, leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza. La prima, che pure è parte di queste, era dallo stesso Cipolla riconosciuta con queste parole:

Allorché mi accingo a scrivere un lavoro, vengo afferrato da una diabolica smania che mi costringe a dire ciò che ho in mente nel modo più rapido e succinto. Mi piace inoltre lavorare intorno ad una sola idea, ed esporla senza indugi[1].

Questi tratti sono nettamente presenti nella lunga intervista condotta, quarant’anni fa, da Thomas Sargent e Robert Townsend, economisti di grande prestigio e notorietà, il primo premio Nobel per l’economia nel 2011, il secondo, per due volte vincitore, nel 1998 e nel 2012, della Frisch Medal dell’Econometric Society. All’epoca Sargent e Townsend erano tra l’altro impegnati in programmi di ricerca volti ad approfondire una questione particolarmente complessa quale il ruolo e il valore, in un sistema economico di equilibrio generale, di una moneta “fiat”, cioè non ancorata a un bene fisico quale, in passato, l’oro o l’argento.  Gli studi di Cipolla sulla storia della moneta, nell’epoca medievale e rinascimentale, quando essa aveva invece un valore intrinseco legato in varia misura al contenuto di metallo prezioso da cui era composta, costituirono quindi la ragione fondamentale che li spinsero a incontrare e intervistare, a Berkeley, l’eminente storico italiano, accademico ormai celebre e rispettato allora tanto in Italia quanto negli Stati Uniti.

In effetti, la notorietà di Carlo Cipolla a livello internazionale, ancora meno che trentenne (e già in cattedra in Italia), partì proprio dalle sue ricerche sulla moneta medievale, studi certo di carattere storico, ma con una duplice caratteristica: l’attenzione continua all’interpretazione – la spiegazione – dei fatti reali, oltre che alla loro descrizione; il giusto raccordo, a questo fine, tra storia e teoria, un raccordo quindi fondamentalmente interdisciplinare, tra un mondo su cui accertare “sempre ‘induttivamente’ i fatti fondamentali … [e da essi dedurre] “logicamente”, in base a leggi di validità universale, altre circostanze”. Nel “riavvicinamento tra i due equipaggi” degli storici e degli economisti, Cipolla vedeva infatti vantaggi per entrambi, purché si mantenesse obiettività nella verifica delle tesi, non si generalizzasse sulla base di dati incerti e informazioni imprecise, e si ricordasse “l’importanza del Tempo, ‘quel vecchio gentiluomo così facilmente ucciso dalla gelida geometria’, come dice il prof. Robertson”[2].

A questo riguardo, possiamo ben menzionare, all’inizio della sua carriera accademica, il sottotitolo – L’économie politique au secours de l’histoire – di un breve articolo pubblicato nel 1949 sulle “Annales. Économies. Societé. Civilisations”, dirette dal grande storico francese Lucien Febvre, che lo elogiò in una insolita premessa, e, negli ultimi anni di insegnamento, il capitolo iniziale (“Una disciplina chiamata storia economica”) della sua introduzione alla storia economica (e alle sue fonti), intitolata, per l’appunto, Tra due culture[3].

Interdisciplinarità, quindi, e raccordo tra storia e teoria economica; ma diffidenza, almeno ai fini della comprensione effettiva di accadimenti e sviluppi passati, che aiuti a dirci “chi siamo e perché siamo quel che siamo”. In questo, Cipolla, facendo riferimento a Pascal, ricordava che nella ricerca storica, per affrontare l’“insieme di intrattabile complessità e variabilità, … l’esprit geometrique non basta. Anzi può essere fuorviante. Occorre il più malleabile, il più sottile, se si vuole il meno scientifico e mal definibile esprit de finesse”[4].

Peraltro, proprio questo modo di porsi “tra due culture” rischiava di rendere difficile la vita accademica di Cipolla. Lo sottolineava con forza l’altro grande storico francese Fernand Braudel nell’Avant propos del piccolo libro da cui, trentenne, nel 1952 iniziò – dopo gli Studi di storia della moneta pubblicati nel 1948 a Pavia, l’opera con cui andò in cattedra a soli 27 anni e ne rese noto il nome tra i principali storici economici[5] – il suo percorso “internazionale” di ricerche sulla moneta e le condizioni politiche, sociali e di sviluppo economico delle diverse economie monetarie da lui studiate.

Osservava, in particolare, Braudel, pur prevedendo per il “giovane professore dell’Università di Catania un magnifico avvenire intellettuale”, che esso sarebbe stato, però,

un avvenire di controversie, discussioni, lotte intellettuali … perché il suo pensiero è troppo nuovo, troppo profondamente situato al doloroso incrocio tra due discipline, la storia e l’economia politica, da non rischiare di apparire troppo teorico per gli storici che non avrebbero esitato (come già avvenuto) ad accusarlo, sia pure amabilmente, di tradirne il mestiere, e al tempo stesso troppo concreto, troppo soggetto alla contingenza dei fatti reali, per gli economisti, che amano le grandi spiegazioni[6].

Se l’avvenire intellettuale di Carlo Cipolla ha indubbiamente avuto il successo con lungimiranza previsto da Braudel, il conflitto tra le due culture non appare avere avuto le conseguenze temute dallo stesso storico francese. Per quanto riguarda gli economisti, non c’è dubbio che il rispetto nei confronti di Cipolla sia andato solo crescendo nel tempo; questo, nonostante le sue osservazioni critiche, i dubbi sul contributo che modelli eccessivamente astratti e formali avrebbero potuto dare all’interpretazione dei fatti storici, così come alla previsione, possiamo aggiungere, degli andamenti futuri.

È quindi interessante, se non singolare, che proprio nel periodo di loro maggiore impegno nell’elaborazione di modelli altamente astratti, volti a definire gli elementi essenziali dell’equilibrio di un’economia monetaria, con moneta ormai esclusivamente fiduciaria, Sargent e Townsend si siano rivolti a Cipolla – storico economico di fama ma scettico riguardo alle capacità descrittive, e soprattutto interpretative, di questi modelli – per avere lumi sulla “storia” della moneta. Questo sottolinea, come l’intervista mostra con estrema chiarezza e come esplicitamente Sargent scriverà con François Velde nella prefazione del libro dedicato a distanza di oltre quindici anni allo storico italiano, il grande rispetto ma anche il debito intellettuale nutrito nei suoi confronti.

Parliamo quindi dell’intervista[7]. Essa si colloca alla fine del percorso, da storico della moneta, iniziato con i due lavori cui ho fatto cenno, in particolare quello sui Mouvements monetaires dans l’état de Milan (1580-1700), con l’Avant propos di Braudel. Sargent e Townsend iniziano tuttavia la loro intervista avendo letto due saggi pubblicati da Cipolla in inglese. Il primo consisteva nelle Taft Lectures tenute nel 1953 a Cincinnati, pubblicate, nel 1956, con il titolo di Money, Prices and Civilization in the Mediterranean World. Fifth to Seventeenth Century, e raccolte, nel 1957, in italiano, nel volume Moneta e civiltà mediterranea, ristampato nel 2020[8]. Il secondo era The Monetary Policy of Fourteenth-Century Florence, pubblicato nel 1982 e, nel 1987, in italiano, come La moneta a Firenze nel Cinquecento, ristampato con revisioni in Il governo della moneta a Firenze e Milano nei secoli XIV-XVI, nel 1990[9].

Si noti che la “moneta” di questi saggi è una moneta fisica con contenuto di metallo prezioso: oro per i “dollari del Medioevo”, il solidus-nomisma bizantino, il dinar mussulmano, il fiorino di Firenze e il ducato di Venezia, prevalentemente usati nelle grandi transazioni internazionali; argento per il “denaro” carolingio, poi diffuso in tutta l’Europa continentale (e come penny in Inghilterra), la duecento quarantesima parte di una lira (pound), e la ventesima di un soldo (shilling); lira e soldo peraltro mai coniati, né quindi circolanti, ma usati per secoli come unità di conto (monete “immaginarie” nella definizione di Luigi Einaudi, “fantasma” in quella di Cipolla). Al denaro (moneta “piccola” e nel tempo soggetta a un progressivo “svilimento”) si affiancherà poi, nel basso Medioevo, una moneta “grossa”, caratterizzata da un contenuto sostanzialmente stabile d’argento.

Non si tratta quindi di moneta fiduciaria, inconvertibile, quale quella oggetto dei modelli elaborati dai due intervistatori[10], ma di monete con un contenuto ben definito di metallo prezioso, ancorché nel tempo il denaro si sarebbe progressivamente e significativamente “svilito”, in modi diversi nei differenti paesi europei e città-stato italiane. Da che nasce quindi l’interesse a discutere della storia della moneta con Cipolla? Ritengo che esso riguardi proprio le condizioni che hanno determinato il passaggio prima a una moneta legata sì a un metallo prezioso ma non da esso composta, e quindi priva di valore intrinseco, e poi alla moneta fiduciaria e inconvertibile dei giorni nostri.

Questo risulta con estrema chiarezza dal successivo libro di Sargent e Velde, il cui titolo, The Big Problem of Small Change, è preso a prestito proprio dal terzo capitolo di Money, Prices and Civilization: “The big problem of petty coins”, “Il grosso problema della moneta piccola”)[11]. La loro analisi prende infatti esplicitamente le mosse dall’incipit di questo capitolo:

Oggi, qualsiasi testo di economia fornisce la ricetta per il mantenimento di un sano sistema di moneta divisionale: emettere, per conto del governo, moneta spicciola con un valore intrinseco inferiore al valore nominale; limitare la quantità della stessa moneta in circolazione; garantire la convertibilità con l’unità monetaria di base. … Per quanto tale formula possa apparire semplice, ci vollero secoli prima che fosse scoperta. In Inghilterra essa non fu applicata che nel 1816 e negli Stati Uniti non fu accolta prima del 1853[12].

Il libro di Sargent e Velde, oltre ad approfondire il “problema” messo magistralmente in luce da Cipolla, produce un approfondito esame dell’evoluzione della tecnologia e delle conoscenze di “teoria monetaria” (nonché della loro accettabilità), quali espresse da un sofisticato modello teorico (sul quale purtroppo lo stesso Cipolla non fece in tempo ad esprimersi, ma che forse avrebbe guardato con un qualche distacco): le due condizioni che gli autori considerano essere alla base di questo straordinario ritardo nell’applicazione della “formula” sopra citata. Si potrebbe forse aggiungere che un ruolo di rilievo non può non averlo avuto una condizione istituzionale essenziale per la fiducia in una moneta priva di valore intrinseco, metallica o sotto forma di “banconota”, ma convertibile, quale quella affermatasi nell’Ottocento nei moderni Stati nazionali: lo sviluppo, cioè, di “un diritto societario degno di questo nome, che tuteli il detentore di banconote [di moneta “convertibile”] da rischi di abuso da parte dell’emittente”[13]. Ma queste osservazioni (e altre possibili, connesse con l’applicazione delle analisi di Sargent e Velde al successivo passaggio alla moneta inconvertibile) vanno al di là di quanto considerato in questo libro-intervista di Cipolla.

La prima parte del libro è dedicata a rispondere, con una certa riluttanza, a domande relative ai tempi più antichi nella storia della moneta, di cui Cipolla, da storico soprattutto del Medioevo, sostiene di non sentirsi completamente padrone. Pure, di fronte all’insistenza dei suoi interlocutori, ci offre, a volo d’uccello, una mirabile sintesi dell’evoluzione monetaria, dalla Lidia alla Grecia, dalla Partia all’Egitto, da Roma all’alto Medioevo. Partendo quindi da “prima della moneta” arriviamo ai secoli del “denario” romano, e quindi ai primi due secoli di “notevole stabilità” monetaria dell’impero. Dopo di che passiamo all’inflazione, un’inflazione che Cipolla tende a mettere in relazione con le maggiori spese pubbliche legate, oltre che ai costi dell’esercito, alla “crescita della burocrazia” e all’“allargamento di quello che oggi definiremmo ‘stato sociale’”, chiudendo con gli interventi, prima amministrativi e poi di riforma monetaria attuati da Diocleziano.

Alla domanda se e quanto sviluppata fosse l’attività bancaria, Cipolla risponde affermativamente per l’antica Grecia, dove i templi “fungevano anche da banche e concedevano prestiti”, tendendo a non usare il tasso d’interesse per regolare la domanda ma razionandola quando terminava la disponibilità di moneta. E nella Roma repubblicana, pur se non c’erano banche c’erano certo i banchieri, come apprendiamo dalle lettere di Cicerone. In effetti, poi, ai tempi dell’impero, anche se solo rinviando ad altre letture, Cipolla ricorda, oltre agli interventi di Tiberio, un’attività bancaria più sviluppata, quella di chi la svolgeva a Pompei negli anni precedenti l’eruzione.  E, ancora, ci parla in rapida sequenza dei mercati fondiari, degli effetti del ciclo economico sul prezzo della terra e dello straordinario afflusso di metalli preziosi a Roma, in relazione alle “guerre di conquista”.

Dopo di che si passa a parlare dell’alto Medioevo, quello che ci è stato raccontato come l’epoca dei secoli “bui”, per dirla con Francesco Petrarca, e che Cipolla racconta come secoli in cui l’economia monetaria subisce una fase di forte arretramento, dove le monete non sono più l’unico né il principale mezzo per regolare le transazioni economiche e l’Europa occidentale diventa una regione arretrata, “un luogo che i bizantini avrebbero considerato barbaro, molto primitivo” e gli arabi “selvaggio e poco interessante”. Pure, è questo un periodo interessante dal punto di vista monetario, con la riforma attuata dai carolingi nell’VIII secolo e l’introduzione di lira, soldo e denaro, cui abbiamo già fatto cenno. Ciò nonostante, si tratta di un periodo in cui la circolazione monetaria è a lungo assai limitata, riflesso e causa essa stessa del “crollo del sistema di mercato”.

Da allora, fino al tredicesimo secolo (e oltre in Inghilterra), si afferma in Europa il sistema curtense, il maniero. Con il feudo manoriale e una “aristocrazia analfabeta” (al contrario di quella romana), le abbazie, le roccaforti di castelli e grandi monasteri e le loro milizie, l’economia resta a lungo largamente autarchica. Nella sostanziale assenza del mercato, le transazioni spesso avvenivano in natura, a volte attraverso lo scambio interessato di doni (“si era andata essenzialmente affermando un’economia di donazioni e ruberie”…), altre volte supplendo all’assenza di prodotti agricoli, che non si riusciva a reperire in altro modo, con l’acquisto diretto dei terreni dove li si producevano. Cipolla ci offre al riguardo esempi che spesso scaturiscono da documenti provenienti da abbazie tedesche, francesi, inglesi. E poi ci parla dei mercanti dell’alto Medioevo, homines duri, e, con dettagli derivanti dai registri signorili, del mansus indominicatus, tra signori e fittavoli, e del doppio sistema di sfruttamento della terra.

Il risveglio economico si ha con l’emergere delle città, l’urbanizzazione. E da qui parte il ritorno all’uso della moneta. Come oggi si parla di finanziarizzazione (il financial deepening inglese), si assiste allora al progressivo, rapido incremento del grado di “monetarizzazione” delle economie. Riprendono con vigore gli scambi commerciali, si incontra una nuova figura di mercante, che si muove anche su grandi distanze, frequentando nuovi mercati, quali le fiere della Champagne. Qui avvengono le prime compensazioni monetarie tra debiti e crediti, che poi evolveranno con i primi banchi dei cambiavalute e quindi quella che sarà a tutti gli effetti una vera e propria attività bancaria, ad opera di mercanti, e delle loro famiglie, che sono anche imprenditori e banchieri.

È a questo punto che Cipolla inizia a trattare dei problemi monetari del basso Medioevo, della scarsità delle monete in circolazione, connessa con l’“imperativo morale” di mantenere stabile la moneta ma anche e forse soprattutto con movimenti nel tasso di cambio tra oro e argento che rendevano assai complesso l’operare di un sistema composto essenzialmente da tre tipi di monete, ma operante come un “sistema unitario”. Ne consegue, in particolare nelle città stato italiane un progressivo, svilimento della moneta “piccola”; in questo è evidente la differenza con la Francia dove il suddetto imperativo morale (teorizzato da Nicola d’Oresme) si contrappone ai deprezzamenti della moneta attuati soprattutto per finanziare le campagne militari.

Qui dunque incontriamo il paradosso della scarsità di un bene che tende ad accompagnarsi al suo deprezzamento, su cui finiranno poi per interrogarsi Sargent e Velde. La questione è trattata da Cipolla, nelle risposte ai suoi interlocutori, con pazienza, esempi, dovizia di particolari, valutazioni di natura numismatica relative al peso, il conio, il contenuto intrinseco d’argento, la “finezza” delle monete, e considerazioni teoriche sulle ragioni di fondo e gli effetti del deprezzamento della moneta piccola. E qui ripete l’osservazione fondamentale già presente nei suoi scritti giovanili, il punto di vista “del tutto eretico” secondo il quale il progressivo slittamento del valore della moneta piccola più che un male, come a lungo era stato considerato, andava interpretato come un fenomeno positivo, generato da interventi più o meno consapevoli; grazie ad esso si era infatti evitato l’insorgere di “una deflazione plurisecolare le cui conseguenze avrebbero potuto riuscire disastrose”[14].

Nell’economia monetaria del XIV secolo alla moneta si affianca la lettera di cambio, inizialmente allo scopo di trasferire – in particolare nelle nuove grandi fiere (Lione, Ginevra, La Spezia) – denaro a saldo delle transazioni commerciali, evitando il trasporto fisico della valuta. Dalle regolazioni dei cambiavalute effettuate su un “banco” si passa quindi all’attività bancaria tout court, con l’utilizzo di questo nuovo strumento per trasferire denaro dai conti di deposito. Nei successivi due secoli sempre più si ricorrerà poi alle lettere di cambio per soddisfare la crescita, particolarmente intensa della domanda di credito.

Questa, ricorda Cipolla, interesserà tanto la gente del popolo quanto, e con conseguenze ben più gravi in caso di insolvenze, notabili e teste coronate, come mostrano i casi delle banche fiorentine, grandi creditrici di Edoardo III in Inghilterra, e, con danni minori, nel XVI secolo quelli dei banchieri genovesi. I prestiti di questi ultimi alla corona spagnola avverranno infatti a fronte dei primi “buoni del tesoro”, poi distribuiti “al dettaglio” in quello che oggi chiameremmo il “mercato secondario” dei titoli di stato.

Con le crisi legate ai default dei debitori, vengono quindi ricordati le corse agli sportelli delle banche di Firenze, quando la mancanza di liquidità renderà vana la disponibilità del nuovo strumento dell’assegno bancario (a valere da una banca, in crisi di liquidità ma non insolvente, a un’altra, sua debitrice e anch’essa a corto di moneta liquida) e i continui fallimenti bancari legati ai rischi connessi con il commercio a Venezia. Cipolla identifica nella creazione di moneta “secondo il principio frazionario” (l’insufficienza, cioè, delle riserve nei bilanci delle banche) la determinante primaria delle crisi bancarie, veri e propri crolli, di cui pure vi era contezza, ma che in buona sostanza non intaccavano l’accensione di depositi. Il motivo di queste crisi di banche con bilanci tutto sommato positivi risiedeva nel fatto che “non esisteva un prestatore di ultima istanza” – e ci vorranno altri secoli perché di ciò si diano carico le nuove istituzioni delle banche centrali.

A chiusura di questa carrellata, tematica e cronologica, c’è da dire che le argomentazioni, gli esempi, gli aneddoti che arricchiscono le risposte offerte da Carlo Cipolla a interlocutori certo altamente competenti, ancorché non “cultori” di una materia quale la storia monetaria, in particolare del Medioevo, rendono questo libro altamente fruibile anche da chi ha altre preparazioni.

Con levità e spontaneità lo storico pavese inserisce infatti, nella sua narrazione relativa ai tempi più antichi, l’arrivo della moneta in Egitto ad opera di Tolomeo, generale di Alessandro Magno, e i conflitti tra le legioni romane e la cavalleria dei parti; l’irrilevanza per l’economia di Roma della sconfitta a Teutoburgo coi germani e la sostituzione del “solido” d’oro alle leghe di metalli vari attuata da Costantino il grande; i templi greci prestatori di moneta senza agire sul costo del credito e gli enormi tesori conquistati dai romani nelle guerre di conquista in Medio Oriente; l’assenza di dogane all’interno dell’impero romano, a eccezione del caso particolare dell’Egitto, e la bassa paga dei 300.000 soldati dell’epoca di Augusto (raddoppiati negli ultimi secoli di esistenza dell’impero).

Nella narrazione relativa all’alto Medioevo, con la moneta spesso più che altro unità di conto, e ben poco usata come mezzo di pagamento, abbiamo la riserva di valore costituita da recipienti o oggetti sacri in metallo prezioso e l’assenza di monete nei tesori dell’epoca, perché comunque “se serviva qualche moneta, si fondeva il recipiente”. E poi: il controllo monetario a partire da Guglielmo il Conquistatore in Inghilterra e Filippo Augusto che fu il primo re del continente europeo a ottenere una valuta nazionale; il “fisso” mensile di un medico di Firenze e le transazioni in natura del fabbro, con galline e uova per la riparazione di una ruota; la fama negativa dei mercanti di Verdun, rapitori di bambini, e, ancora, la bassa liquidità del denaro a fronte di armi o cavalli; l’acquisto di terreni nelle aree vinicole del Reno per il consumo di vino in più lontane abbazie della Germania e la riparazione del tetto di un’abbazia in Francia con il piombo donato da un abate inglese (contro, si presume, altro dono nel tragitto inverso); la divisione “ridotta” del lavoro, con il fabbro costretto a lavorare una parte dell’anno a servizio del signore in cambio della terra necessaria alla sopravvivenza della sua famiglia, e il “miracolo” con il quale si rinvenne un enorme tesoro utile a finanziare la ricostruzione di una chiesa; la regina dei goti Amalasunta che non riuscì a far insegnare al figlio a leggere e scrivere, premendo la nobiltà di corte per “un’educazione ai tornei e alla caccia, come addestramento alla guerra” e i rischi di chi viaggiava, perché “ti potevano aggredire per molto poco, per rubarti il mantello”.

Mi fermo qui, senza andare oltre a menzionare gli effetti speciali – due  per tutti: la “forza motrice” dei rematori delle galee per costeggiare l’Atlantico nei collegamenti tra il Sud e il Nord dell’Europa, preferite alle caravelle, gli ibridi velieri, destinati dai portoghesi alle loro esplorazioni a più lungo raggio; lo sperpero dei tesori “conquistati” dalla Spagna in America per combattere le sue guerre in Europa e nel Mediterraneo: “spese militari, guerre stellari” – di cui Cipolla si serve nella sua narrazione, prodotta sulla base di ricerche uniche e straordinariamente approfondite, relative, nel basso Medioevo e nel secolo XVI, agli Stati europei di Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo, alle città-stato di Firenze e Milano, alle repubbliche di Venezia e di Genova. Tutto condotto con grande chiarezza ed estrema semplicità.

Ma, come sottolineò un recensore dell’edizione americana di Moneta e civiltà mediterranea,

la brevità si combina con una grande economia e concentrazione di pensiero ed espressione, la semplicità non è mai quella ottenuta eludendo questioni difficili; il risultato è un’indagine eminentemente comprensibile di fenomeni intricati e a volte misteriosi[15].

Se Carlo Cipolla prediligeva approfondire un’idea alla volta per poi esporre i suoi risultati in pochi rapidi tratti, l’affresco prodotto da questo libro-intervista – costruito disponendo un’idea dopo un’altra ed esponendole tutte con precisione e immediatezza – costituisce un’opera compiuta, che si può leggere tutta d’un fiato.

(Introduzione al volume di C.M. Cipolla, Viaggi e avventura della moneta)

 

[1] C.M. Cipolla, Fortuna plus homini quam consilium valet, in Le tre rivoluzioni e altri saggi di storia economica e sociale, Bologna, Il Mulino, 1989, pp. 197-208 [cit. p. 201], scritto nel 1965 e pubblicato in inglese in L.P. Curtis (a cura di), The Historians Workshop. Original Essays by Sixteen Historians, New York, Alfred A. Knopf, 1970, pp. 65-76.

[2] C.M. Cipolla, Teoria economica e storia economica, in “Moneta e Credito”, 16 (1951), pp. 497-499 [cit. pp. 498, 499]

[3] C.M. Cipolla, Encore Mahomet et Charlemagne. L’économie politique au secours de l’histoire, “Annales E.S.C.”, IV, 1 (1949), pp. 4-9; Tra due culture. Introduzione alla storia economica, Bologna, Il Mulino (1988).

[4] Ibidem, p. 25.

[5] C.M. Cipolla, Studi di storia della moneta. I: I movimenti dei cambi in Italia dal secolo XIII al secolo XV, Pavia, Tipografia del libro, 1948.

[6] F. Braudel, Avant propos, in C.M. Cipolla, Mouvements monetaires dans l’état de Milan (1580-1700), École Pratique des Hautes Études, Paris, Armand Colin, 1952, p. 1

[7] L’intervista, condotta nell’autunno del 1985, è stata registrata, trascritta e poi resa disponibile sul Web dagli autori nel 2009. Nella traduzione che qui si introduce sono stati effettuati riscontri e confronti, di natura generale e in base ai precedenti scritti di Cipolla, volti a correggere il più possibile i refusi e le imprecisioni che normalmente accompagnano le trascrizioni dirette di interventi orali.

[8] C.M. Cipolla, Money, Prices and Civilization in the Mediterranean World. Fifth to Seventeenth Century, Princeton, Princeton University Press, 1956; ed. it. Moneta e civiltà mediterranea, Venezia, Neri Pozza, 1957, e (con Introduzione di I. Visco), Bologna, Il Mulino, 2020.

[9] C.M. Cipolla, The Monetary Policy of Fourteenth-Century Florence, Berkeley, University of California Press, 1982; ed. it. La moneta a Firenze nel Cinquecento, Bologna, Il Mulino, 1987, e, con revisioni, in Il governo della moneta a Firenze e Milano nei secoli XIV-XVI, Bologna, Il Mulino, 1990.

[10] Cfr., al riguardo, T.J. Sargent, Dynamic Macroeconomic Theory, Cambridge, Mass. Harvard University Press, 1987.

[11] T.J. Sargent e F. Velde, The Big Problem of Small Change, Princeton, Princeton University Press, 2002.

[12] Cipolla, Moneta e civiltà mediterranea, cit., p. 61.

[13] C. Giannini, L’età delle banche centrali, Bologna, Il Mulino, 2004, p. 120.

[14] Cipolla, Moneta e civiltà mediterranea, cit. p. 71.

[15] A.B. Hibbert, Money, Prices and Civilisation. Review Article, in “Past & Present”, 12 (1957), pp. 92-93 [cit. p. 92]

L'autore

Ignazio Visco
Ignazio Visco
Ignazio Visco è stato dal novembre 2011 all'ottobre 2023 Governatore della Banca d'Italia, istituzione nella quale è entrato nel 1972. Dal 1997 al 2002 è stato Capo economista e Direttore del Dipartimento economico dell’OCSE a Parigi. Laureatosi all’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’, ha proseguito gli studi presso la University of Pennsylvania, conseguendo un Master of Arts e un Ph.D. in Economics. E' stato docente di Econometria e di Politica economica all’Università ‘La Sapienza’ di Roma. E' autore di numerose pubblicazioni, da ultimo Anni difficili. Dalla crisi finanziaria alle nuove sfide per l'economia, Il Mulino, 2018; Inflazione e politica monetaria, Laterza 2023.