In primo piano · L'italiano dei nuovi italiani

Carlo Pulsoni intervista Ruxandra Dragoescu

Ruxandra Dragoescu è nata a Buzău (Romania) nel 1979 e vive a Napoli da venti anni. Si è laureata a Bucarest in Scienze politiche e a Napoli in Lingue, letterature e culture comparate. Ha lavorato come giornalista, traduttrice e interprete.

È sempre un piacere quando un non nativo italiano decide di usare la lingua del nostro paese per scrivere un’opera letteraria. È questo il caso di Ruxandra Dragoescu con il suo romanzo, Rosso Danubio, ambientato in Romania in un periodo che va dagli anni della dittatura di Ceausescu fino a primi della Transizione. La prima domanda sorge spontanea: perché hai deciso di scrivere in italiano un romanzo che riguarda proprio le vicende della tua terra natale?

Vivo da 21 anni in Italia, e dopo sei mesi già sognavo in italiano. Recentemente ho provato a più riprese a scrivere in romeno, e faccio fatica: non riesco a trovare le frasi e interrompo il flusso mettendo i caratteri romeni. Però lo faccio anche per due ragioni pratiche: la prima è che conosco di più il mondo dell’editoria italiano. La seconda, ho deciso di spiegare un po’ la Romania agli italiani.

Quanto hanno inciso nella narrazione i tuoi ricordi personali di bambina, visto che al momento della Rivoluzione avevi solo dieci anni?

Ho usato e a volte modificato dei ricordi da bambina ma anche da adolescente. Ho usato anche alcuni ricordi di altre persone. Ho cambiato più volte città e casa in Romania durante i miei primi 24 anni e ho visto e vissuto alcune cose: la cimice nel telefono fisso dopo la rivoluzione, la cimice non più attiva che ho trovato ai piedi del letto di mia mamma nel 2019; l’agente della Securitate che non lascia andare i miei in Germania mentre io, ignara, mi fidanzo con suo figlio; il poliziotto che ferma la macchina di mio padre, e io che inizio a gridare dall’interno: “Mio padre ha bevuto e ascolta anche la radio Europa Liberă!” (come un bambino in 1984 di Orwell). E mia nonna che mi copre la bocca, e tutti a ridere, e io, troppo piccola, che non capivo la pericolosità di queste parole…. Sì, hanno inciso molto anche se questi ricordi non li ho messi nel libro.

Ho apprezzato molto il tuo romanzo perché non offre una visione edulcorata della realtà, dal momento che le vittime non esitano a trasformarsi in carnefici. Penso a esempio a Lucia, Sorin, Simona. Qual è stato il personaggio più difficile da tratteggiare sotto il profilo psicologico?

Luca. Volevo che assomigliasse fisicamente al personaggio negativo del libro Il mulino della fortuna di Slavici. Lică è un diavolo, un mostro, porta l’eroina alla morte. Con Luca volevo rovesciare il suo carattere. E poi lo volevo senza i baffi!

Forse la moglie di Grigore è stato il personaggio più difficile da tratteggiare. Dal punto di vista psicologico desideravo ricreare una certa tipologia di donne cattive, che non ho mai capito come fanno ad esserlo. La desideravo fredda, malvagia, egoista. Spero sia riuscita nel mio intento.

Non so se condividi la mia interpretazione, ma personalmente ritengo che i veri sconfitti del tuo romanzo non siano i “cattivi” come Marian Stanescu, ma piuttosto due personaggi che, pur appartenendo alla parte dei “buoni”, hanno avuto dubbi sul loro agire. Mi riferisco a Irina e a Monica. La prima manifesta incertezze sull’operazione “terroristica” già pianificata, e alla fine la ritroviamo pazza e drogata nella metropolitana di Bucarest. Monica, nostalgica del padre e insofferente della madre, si trasforma in delatrice a favore della vecchia guardia, ma poi finisce prostituta in Italia?

Sì, sono d’accordo con te. Credo di averlo fatto di proposito. Ho lavorato per otto mesi come traduttrice per un’indagine sulla prostituzione a Napoli; quello che ho scoperto è stato che queste ragazze cadono in una trappola e si spengono. A nessuna piace fare sesso in realtà. Molte ragazze romene hanno avuto questa sorte, io sento molta pietà per le prostitute di strada; l’ho fatto in loro onore.

Irina, invece, non lo so: ho conosciuto dei moldavi, sia in Romania, sia in Italia, e ho notato in loro cicatrici peggiori di quelle trovate tra i romeni. A loro è stato impedito di parlare la loro lingua, gli è stato imposto il russo. La lingua forma il modo di pensare, il romeno è una lingua romanza, è una lingua che esprime ondulazione e desiderio, diceva Blaga. Loro sono in un limbo, e non sanno più se definirsi russi o romeni. Si definiscono moldavi, ma la Moldavia è un paese strappato alla Romania e trasformato con la forza, ciò che Putin intende fare in Ucraina.

C’è stato un interesse sul tuo romanzo da parte della comunità rumena in Italia?

Sai che ancora non ho organizzato niente? Vivo lontano da Roma, dove ci sono l’Ambasciata e l’Accademia Romena, e anche la più grande comunità romena.

Venendo alla tua scrittura, mi puoi indicare quali sono i tuoi modelli di riferimento sia rumeni che italiani, soprattutto nel caso di questo romanzo?

Io amo Urmuz e Camil Petrescu. Credo che il migliore libro sul comunismo, però quello degli anni ’50, sia Matei Brunul di Teodorovici, tradotto in molte lingue, splendidamente in inglese da Alistair Ian Blyth, ma non in italiano.

Nella scrittura di questo libro, per il periodo dei minatori, ho visionato molti filmati dell’epoca e letto interviste, per cercare di essere il più possibile documentata. Ho letto frammenti di un libro diario sulle incarcerazioni degli intellettuali, quindi sempre sugli anni ’50, e sulla condizione nelle carceri.

Tra gli italiani, il mio autore italiano preferito è Giacomo Leopardi.

Hai in cantiere altri progetti narrativi? Se sì, in quale lingua?      

Sì, un libro in italiano, sull’Europa, l’azione si svolge in più paesi. Nel frattempo ho scritto un pitchdeck in romeno (sono tornata a scriverlo dopo molti anni, credo 6 o 7).

 

 

 

L'autore

Carlo Pulsoni
Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).