Dopo una lunga attesa è finalmente uscito il Vocabolario del romanesco contemporaneo. Le parole del dialetto e dell’italiano di Roma, il cui progetto nasce sul finire degli anni Novanta ad opera di Paolo D’Achille e Claudio Giovanardi, con la collaborazione successiva dell’allievo Kevin De Vecchis. Precedentemente al volume finale, erano già state pubblicate le lettere I (e J) e B, in volumi autonomi, e le lettere D ed E, in saggi su rivista.
L’obiettivo del Vocabolario del romanesco contemporaneo (in sigla VRC) è quello di offrire un’opera lessicografica degna del dialetto della Capitale, che comprenda il romanesco del primo dopoguerra fino agli inizi del Duemila; infatti, le imprese precedenti non possiedono i requisiti scientifici richiesti dagli studiosi odierni essendo opere di carattere prevalentemente amatoriale e avendo smorzato l’importanza dell’affioramento di una nuova dialettalità, soprattutto fra i giovani. Riguardo il lessico è stato deciso di registrare arcaismi a patto che fossero attestati negli autori del secondo Novecento, mentre la maggioranza dei neologismi appartiene al cosiddetto “neoromanesco” delle nuove generazioni. In questo vocabolario si è voluto includere anche espressioni dell’uso linguistico romano, ma non strettamente dialettali (per esempio abitare al Colosseo), facendo emergere la peculiare varietà di italiano regionale. Gli autori hanno, inoltre, voluto sottolineare la loro scelta di dedicare particolare attenzione ai nomi propri e alle parole grammaticali, queste ultime spesso trascurate per l’erronea convinzione che la grammatica del romanesco sia identica a quella italiana.
Prima di sentire le voci degli autori, vorrei riportare la dedica del VRC che, credo, trasmette il sentimento con cui è stato realizzato, con molta fatica, capacità e tempo e che sottolinea la variopinta ingegnosità del dialetto romanesco che riesce sempre a strappare qualche sorriso: “A Roma, alla sua bellezza, alle sue miserie, alle sue tante lingue”.
Da cosa nasce il vostro interesse accademico nei confronti del dialetto romanesco? Qual è stata la necessità dietro l’ideazione del progetto del vocabolario? Come si è venuta a creare la vostra collaborazione?
K. De Vecchis: Gli ideatori del VRC sono Claudio Giovanardi e Paolo D’Achille. Io ho soltanto collaborato al progetto, a partire dal 2015, quando ho iniziato il lavoro di tesi triennale con Paolo D’Achille sul dialetto di Roma. Per quell’occasione ho eseguito alcune indagini, intervistando i miei nonni, entrambi originari di rione Monti e residenti da molti anni ad Acilia (quadrante sud di Roma). La testimonianza di due parlanti dialettofoni anziani si è rivelata utile anche per il VRC. L’interesse accademico per la tematica è nato grazie alla frequentazione del corso di Dialettologia italiana (anno accademico 2013/14, se non sbaglio), tenuto dal prof. Paolo D’Achille. I successivi passi sono stati rappresentati dalla tesi magistrale sulle varianti delle poesie di Mario dell’Arco e dalla tesi di dottorato sul romanesco periferico, entrambe pubblicate.
P. D’Achille: Il mio interesse per il dialetto romanesco nasce dal fatto che sono nato a Roma e, anche se non mi posso considerare dialettòfono, perché i miei genitori, entrambi romani e entrambi insegnanti, mi parlavano, e parlavano tra loro, in italiano (un po’ più consistente era l’uso del dialetto con i nonni paterni: lei nata a Roma, lui di Priverno, ma trasferitosi da giovane a Roma); sono stato però a contatto con molti compagni di scuola dialettofoni. Poi, essendo a Roma il confine tra lingua e dialetto molto sfumato, sono state molte le parole e le espressioni romane che ho imparato, oltre a filastrocche, conte, indovinelli (anzi, “indovinarelli”, come si diceva in dialetto), ecc. Mi sono riavvicinato a questo patrimonio con la nascita del mio primo figlio, nel 1997, recuperandolo e riusandolo. E proprio allora, subito prima o subito dopo, a me e all’amico Claudio Giovanardi – con il quale ho condiviso fin da giovane varie esperienze (tra cui il dottorato di ricerca, il conseguimento del ruolo di professore associato e poi di professore ordinario, nello stesso settore scientifico-disciplinare e nello stesso ateneo di Roma Tre) – è venuta l’idea di predisporre questo Vocabolario. Naturalmente, l’interesse per Roma, il suo dialetto, l’italiano parlato a Roma nasce anche da ricerche precedenti, alcune delle quali condotte sempre con Claudio, altre da solo o con altri colleghi e colleghe (ricordo almeno Domenico Proietti, Antonella Stefinlongo e Anna Maria Boccafurni), ai quali si è aggiunto, più di recente, Kevin De Vecchis, mio allievo, che ho coinvolto in quest’impresa, come pure in altri studi sul dialetto di Roma (e altri ancora ne abbiamo in programma), fin da quando mi chiese la tesi triennale dopo aver frequentato il mio corso di Dialettologia Italiana. Alla base del progetto c’è stata certamente la volontà di dare anche a Roma un dizionario dialettale di carattere scientifico, di cui era invece sguarnita.
C. Giovanardi: Con Paolo D’Achille il sodalizio per il romanesco è antico: a partire da quando, all’inizio degli anni Ottanta dello scorso secolo allestimmo una bibliografia dei più antichi testi di Roma e del Lazio e degli studi dialettologici relativi al romanesco e ai dialetti laziali. Successivamente abbiamo pubblicato un volume Dar Belli ar Cipolla nel 2001, nel quale abbiamo raccolto studi a quattro mani e individuali sulla situazione linguistica di Roma oggi; in quegli anni abbiamo ritenuto che il dialetto attuale di Roma meritasse un’opera lessicografica dotata dei moderni strumenti della linguistica e della dialettologia, e dopo parecchi anni siamo riusciti ad allestire, con l’aiuto, nella fase finale, di Kevin De Vecchis e di altri giovani studiosi (Matteo Agolini, Elisa Altissimi, Andrea Riga) il Vocabolario del romanesco contemporaneo.
Chi sono i destinatari ideali per cui è stato scritto questo vocabolario? Nella vostra attività di docenti universitari, avete trovato un’applicazione pratica del vocabolario?
K. De Vecchis: Penso che i destinatari del VRC siano tanto il largo pubblico (non solo romano) quanto gli esperti del settore. Per quanto l’applicazione didattica, mi è capitato di citare il lavoro durante il corso di Linguistica Italiana che ho tenuto nell’anno accademico 2023/24 per la laurea magistrale in Italianistica all’Università di Pisa.
P. D’Achille: Questo nostro vocabolario non ha dei destinatari ideali: vorrebbe essere utile e comprensibile a ogni tipo di lettori, sia alle persone nate o vissute/viventi a Roma (che un po’ di dialetto, per forza di cose, o lo parlano o almeno lo sentono parlare), sia a chi risiede in altre regioni e normalmente non parla romano, ma lo sente usare al cinema, alla tv, a teatro, oppure lo legge in rete. Il dialetto di Roma è quello che ha dato più parole all’italiano nell’ultimo secolo e mezzo ed è anche, in séguito a una serie di vicende storiche, quello più vicino alla lingua nazionale; se ne sono serviti grandissimi scrittori, romani come Belli e Trilussa, e non romani come Gadda e Pasolini. Credo che quindi siano moltissime le persone che desiderano approfondirne la conoscenza, per misurare quante sono le parole e le espressioni romane che conoscono e che usano, a volte anche senza saperlo, o per scoprire parole ed espressioni a loro ignote. Sul piano didattico, non ci è stato utile il Vocabolario nella sua interezza, anche perché è uscito da poco, ma abbiamo utilizzato gli “assaggi” delle lettere pubblicate in precedenza, in cui tutti i lemmi sono corredati dalle etimologie (curate da Vincenzo Faraoni e Michele Loporcaro). Certo, nei miei corsi universitari il romanesco (e in particolare il suo lessico) non è mai stato trascurato. Direi però che, se il Vocabolario non è stato molto utilizzato sul piano didattico, la didattica ci è stata utile per la costituzione del Vocabolario, perché molti nostri studenti sono stati tra i nostri informatori, alcuni senza neppure saperlo.
C. Giovanardi: I destinatari ideali sono ovviamente gli studiosi del dialetto e dell’italiano regionale romano, e, più in generali, gli appassionati di dialetti; ma abbiamo puntato a un prodotto che, pur essendo rigorosamente scientifico, fosse agevolmente linguistico, quindi possiamo rivolgerci anche a un ampio pubblico di amanti di Roma e della sua parlata o di semplici curiosi. Difficilmente un vocabolario può essere utilizzato nella didattica universitaria, ma è chiaro che le problematiche relative alla situazione linguistica della Roma odierna, sono state affrontate nei corsi di Dialettologia italiana tenuti dal prof. D’Achille.
Al giorno d’oggi, chi è ritenuto un ottimo testimone del romanesco e in quale ambito si manifesta maggiormente?
K. De Vecchis: È una domanda difficile. Il romanesco più conservativo rimane presso qualche parlante anziano o ancora residente nei rioni storici (Monti, Trastevere…) o ormai trasferitosi in periferia. Questi parlanti usano la varietà dialettale nella maggior parte dei contesti comunicativi. In alcuni studi recenti si è parlato poi di “romanesco extramuraneo” (D’Achille 2007) e di “romanesco extra-raccordo” (De Vecchis 2022). Con queste etichette si indica il dialetto parlato fuori dalle mura di Roma o addirittura fuori dal Grande Raccordo Anulare. Si tratta di borgate storiche (Trullo, Acilia) o periferie (Ostia, San Basilio) in cui il dialetto di Roma mantiene ancora oggi una certa vitalità presso i residenti (anche presso i giovani), anche se ha subito alcuni cambiamenti (in particolare influssi dall’area centromeridionale). Il dialetto si manifesta principalmente durante conversazioni con gli amici o in famiglia, ma molto dipende anche dalla situazione sociale del parlante.
P. D’Achille: Per il nostro vocabolario non abbiamo avuto un testimone privilegiato, ma abbiamo attinto a una pluralità di fonti, scritte e orali. Penso che il polo dialettale della città si sia progressivamente spostato dai rioni del centro storico alla periferia, e che questo abbia anche determinato un rinnovamento del dialetto, anche relativamente al lessico. Come fonti di parole romane direi che i testimoni migliori sono da una parte gli anziani, che conservano la competenza attiva o passiva di voci tradizionali, molte delle quali indicano referenti ormai scomparsi (si pensi al mestiere del cascherino ‘garzone del fornaio’, parola che nessuno degli studenti che frequentano quest’anno il mio corso di Dialettologia italiana aveva mai sentito) dall’altra proprio i giovani, in grado di rinnovare il dialetto, prendendo parole già esistenti per assegnare loro nuovi significati, oppure per deformarle, accorciarle, giocarci. In effetti oggi è proprio nell’uso giovanile che il dialetto, mescolato con l’italiano e anche con l’inglese, che il romanesco (o meglio il romano) si manifesta con una sua particolare caratterizzazione.
C. Giovanardi: Non esiste in assoluto un ottimo testimone del romanesco. Ovviamente le generazioni anziane tendono a conservare sia nel lessico sia nell’apparato fonomorfologico alcuni tratti che si sono persi nelle generazioni più giovani. Ma è anche vero che i giovani sono il motore dell’innovazione nel cosiddetto “neoromanesco”: i neologismi e le neosemie appartengono quasi tutti al linguaggio giovanile. Come sempre, le dinamiche tra “vecchio” e “nuovo” regolano le vicende evolutive delle lingue e dei dialetti.
L'autore
- Alice Biagiotti è nata a Perugia nel 1998. Dopo essersi diplomata al Liceo Giordano Bruno all’indirizzo Scientifico ad opzione Scienze Applicate, si è laureata all’Università di Perugia con una tesi in Archivistica, seguita dal Professor Mario Squadroni, “L’archivio di Giuseppe Agostini (Umbertide, 20 agosto 1817 – 13 marzo 1882), patriota risorgimentale, e della sua famiglia. Inventario”. Attualmente frequenta il corso magistrale in Letteratura e Filologia Italiana.

