In primo piano · La scoperta

«Padre Alighier», di Giordano de’ Bianchi-Dottula, detto il Montrone

Disegno dell'incisore G. Tomba che riproduce in posa classicheggiante Giordano de' Bianchi-Dottula
Disegno dell’incisore G. Tomba che riproduce in posa classicheggiante Giordano de’ Bianchi-Dottula

È nel solco poetico e politico del Dante «ghibellin fuggiasco» di Ugo Foscolo che s’inserisce questo sonetto inedito di Giordano de’ Bianchi-Dottula (1775-1846), conosciuto dai contemporanei come «il Montrone», dedicato, appunto, a Dante Alighieri, e al suo destino di esule, con il quale intendo celebrare il «Dante dì» 2025, proponendo uno scorcio sul dantismo napoletano di primo Ottocento, e sulla cultura pre-risorgimentale, che sorse e che si alimentò, in quegli ambienti, anche del pensiero e dell’opera di Ugo Foscolo, così come autorevoli studiosi hanno sottolineato, pur chiarendo, da parte loro, quanto quel pensiero e quell’opera restassero, a quell’altezza, marginali e irregolari.

Il sonetto «Padre Alighier» del marchese di Montrone, Giordano de’ Bianchi-Dottula, mi è stato segnalato, di recente, con generosità di concessione, da parte di Michele Carrelli Palombi, erede della linea Bianchi-Dottula, e attuale proprietario del Palazzo Bianchi-Dottula in Adelfia (Ba), dove, appunto, il manoscritto autografo, foglio sciolto di piccole dimensioni (15×11), è stato casualmente rinvenuto, nell’opera di sistemazione della biblioteca del Palazzo. Per volontà dell’attuale proprietario, inoltre, è stata costituita una associazione di promozione scoiale, la «Domus Dottula», con l’intenzione di svolgere attività di conoscenza e di promozione della cultura della Terra di Bari, a partire proprio dalla storia delle famiglie che, nei secoli, hanno dato il loro contributo alla crescita culturale, economica e sociale della città di Bari, e della sua terra.

Sonetto

Padre Alighier, se dal beato scanno
ove tuo spirto in pace alfin riposa,
a questa oscura valle dolorosa,
che a te die’ frutto d’infinito affanno,

lo sguardo abbassi; o quai non sorgeranno
magnanim’ire ne l’alma sdegnosa,
veggendo Italia tua fatta ritrosa
a ogni virtute, e lieta del suo danno,

ché se a buoni, e tu ‘l sai, talor molesta
fu tua selvaggia età, pure alcun giusto
a civil odio offria bersaglio il petto.

Qual di virile oprar vestigio resta?
Anzi torrei mia vita a frusto a frusto
mendicar, che in sì vil piuma aver letto.

L’autore, in questo sonetto  di endecasillabi rimati ABBA – CDE, attraverso lo stratagemma retorico dell’invocazione, coglie l’occasione per lamentare lo stato attuale della nazione italiana, giudicata, appunto, «ritrosa / a ogni virtute», e, al tempo stesso, felice del proprio miserando stato («lieta del suo danno»). L’autore, quindi, lamenta, per il tempo presente, la quasi totale assenza di operato virile, desiderando morire, piuttosto che restare in una terra così vile («in sì vil piuma aver letto»). Nel penultimo verso si legge l’espressione «a frustro a frusto», che è una citazione dantesca, messa lì, quasi per caso, o, quasi, a voler sfidare la memoria letteraria del lettore, tratta dal canto VI del Paradiso, dal verso 124. Si tratta, com’è noto, di un canto politico, nel quale, dopo aver dato voce all’imperatore Giustiniano, compare un gruppo di versi nei quali Dante allude alla miseranda condizione del cortigiano Romeo, che, appunto, per colpa di infondate maldicenze, mendicò il pane “a tozzo a tozzo” («a frusto a frusto»). Romeo di Villanova (1170 ca – 1250) fu primo ministro di Berengario IV, conte di Provenza, per il quale amministrò con saggezza (e onestà) i beni, combinando anche matrimoni vantaggiosi per le quattro figlie del conte. L’invidia degli altri cortigiani, però, lo fece cadere in disgrazia presso il suo signore, con accuse infamanti e false di disonestà. Il buon Romeo, dopo aver dimostrato la sua innocenza, abbandonò la corte e riprese la sua vita errabonda e miserrima, guadagnandosi da vivere «a frusto a frusto». Dante colloca Romeo nel cielo di Mercurio, tra gli spiriti attivi, nella “margarita” di luce di quel cielo, dedicandogli ben cinque terzine, più il verso di chiusura del canto (dal v. 127, al v. 142), introducendolo con un verso luminoso e retoricamente elaborato: «luce la luce di Romeo», per sottolineare, anche attraverso l’artificio retorico, quanto la sua opera di cortigiano fosse stata grande, appunto, ma «mal gradita». Dante ha accolto, nel caso di Romeo di Villanova, la leggenda popolare che lo voleva povero e “romeo”, girovago, vittima delle calunnie di corte, vedendo in lui, evidentemente, il suo stesso destino di intellettuale e di politico maltrattato dall’invidia e dalla cattiveria altrui. Il giusto è sempre perseguitato, e Romeo di Villanova, in questo canto del Paradiso, ne è figura. Il canto VI è dominato dal personaggio di Giustiniano, già imperatore, e dalle teorie dantesche sulla storia e sul potere, sul rapporto tra i diversi poteri della terra (papale e imperiale). Che il canto si chiuda, però, con una breve ma intensa storia privata, riguardante uno sconosciuto uomo politico, è artificio poetico potentissimo, di forte rilievo. Stile epico nella prima parte, elegiaco e intimo nella seconda parte. L’espressione «a frusto a frusto», del v. 141, che poi verrà ripresa da Giordano de’ Bianchi-Dottula, nel suo sonetto, richiama alla memoria del lettore, gli analoghi versi pronunciati da Cacciaguida, nel canto XVII, come ammonimento per il “romeo” Dante: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui» (vv. 58-9), a indicare un comune destino di esilio e di vita miseranda, entrambi offesi nell’onore e nei beni.

La carta autografa del Montrone, con il sonetto dantesco, non contiene indicazioni cronologiche, ma grazie a questa citazione del verso 141 del canto VI del Paradiso, che chiude il sonetto, con il rinvio alla vicenda di Romeo di Villanova, mi permetto di avanzare una mia ipotesi di datazione della ideazione e composizione del sonetto. Giordano de’ Bianchi-Dottula dovette affrontare la via del volontario esilio, almeno, un paio di volte nella sua vita, per ragioni di opportunità politica. La prima volta avvenne subito dopo la sua partecipazione attiva all’esperienza effimera ma esaltante della Rivoluzione Partenopea del 1799, tra il mese di gennaio e il mese di giugno. Con il ritorno dei Borboni a Napoli, con la chiusura di quell’esperienza rivoluzionaria, e con la feroce repressione messa in atto dalla casa regnante, Giordano trovò riparo a Bologna, presso un ramo della famiglia Bianchi. Il prolungato soggiorno bolognese gli servì per dedicarsi a tempo pieno alle belle lettere, e, anche, per intessere proficui e fertili rapporti di relazione intellettuale e personale, con i maggiori esponenti della cultura italiana del tempo, come Pietro Giordani e Ugo Foscolo, tanto per fare soltanto due nomi. Dunque, la condizione di esule, offeso nell’onore e nei beni, con la citazione di quel verso dantesco, fanno pensare che il sonetto sia stato ideato e scritto a Bologna, durante questo primo esilio volontario (una seconda volta Giordano tornerà in esilio volontario a Bologna, nel 1816, dopo il suo coinvolgimento attivo nel governo napoleonico (e murattiano), in qualità di Presidente della Provincia di Bari). E questo è il primo elemento di riflessione che mi spinge a ipotizzare come data di composizione del sonetto il primo esilio bolognese. Fu proprio a Bologna, inoltre, che Giordano prese a firmarsi come “Marchese di Montrone”, o, più semplicemente, “il Montrone” (Montrone era appunto il feudo di proprietà della famiglia Bianchi-Dottula, in Terra di Bari, oggi, Adelfia, Comune nato a a seguito dell’unificazione con Canneto, a partire dal 1928, per effetto di un Regio Decreto).

Giordano de’ Bianchi-Dottula era nato a Montrone il 31 gennaio del 1775. Trascorsa la prima giovinezza in Puglia, si trasferì, dapprima, a Napoli, e poi a Roma, per completare gli studi e la sua formazione. Nel 1799, fu tra i protagonisti della Repubblica partenopea (in quei mesi assunse il nome rivoluzionario di “Timoleone” de’ Bianchi), distinguendosi in azioni militari, e come componente del Tribunale rivoluzionario. Scampò, dunque, alla feroce repressione borbonica, riparando in Francia, per un po’ di tempo, e quindi a Bologna, dove si fermò fino al 1814, con qualche soggiorno in Svizzera. Giordano de’ Bianchi-Dottula si ritagliò un ruolo di primo piano nel coevo dibattito sulla questione della lingua, con il Discorso sullo stato presente della lingua italiana, apparso a Napoli nel 1827, come prefazione a La Passione di Nostro Signore, pometto anonimo del Trecento, a lungo attribuito a Giovanni Boccaccio. In questo Discorso, autentico manifesto del purismo napoletano, Giordano poneva la questione linguistica in termini di «lingua serva» e «lingua padrona», insistendo sulla cautela nell’adozione di idiomi stranieri, con argomentazioni che non erano, evidentemente, soltanto di natura linguistica, ma etico-politiche. All’interno del Discorso, sono, dunque, rintracciabili ricchezza e complessità di motivazioni, allargando la riflessione al gusto e all’intera attività letteraria.  Sempre agli anni fervidi bolognesi risalgono le sue prime versioni da Orazio, incoraggiato da Ugo Foscolo, con il quale, in gara, aveva avviato questa traduzione. Negli stessi anni, cominciò a scrivere un poemetto in terza rima dantesca, Il Lorenzo, rimasto incompiuto e inedito (con l’eccezione di pochi versi), che narrava le vicende della guerra tra Napoli e Firenze (1478 e 1480). Si dedicò, sempre a Bologna, anche alla traduzione delle satire di Giovenale (poi, stampate postume, nel 1847, con la cura di Basilio Puoti). Rientrato a Napoli, il primo ottobre del 1814, accettò l’incarico, ricevuto da Gioacchino Murat di Presidente del Consiglio generale della Provincia di Bari, che resse con saggezza (e onestà). Tramontato il sogno murattiano, Giordano, nel 1816, tornò in volontario esilio a Bologna, dedicandosi nuovamente alle fatiche letterarie. Nel 1831, il nuovo re di Napoli, Ferdinando II Borbone, lo nominò Intendente della Provincia di Bari, gesto con il quale, assieme ad altri, il nuovo re intendeva chiudere la dolorosa cesura che si era attuata tra la monarchia e la intellettualità più aperta e attiva, in modo da recuperare nel governo amministrativo il meglio di quel pensiero “rivoluzionario” che era già sbocciato nel Novantanove. Dopo dieci anni di illuminato governo della Provincia di Bari, Giordano de’ Bianchi-Dottula, nel 1832, fece ritorno a Napoli, anche per ragioni di salute, promosso Consultore di Stato. A Napoli, il 19 febbraio del 1846 moriva, raccomandando a sua moglie, donna Teresa Gaetani, di affidare alle cure di Basilio Puoti, suo allievo e seguace negli anni della battaglia per il purismo linguistico, la pubblicazione delle sue opere.

Classicismo e giacobinismo, in Giordano de’ Bianchi-Dottula, hanno sempre rappresentato due aspetti di un unico impegno. Quando, infatti, nel 1799, a Napoli, dando il suo contributo di idee e di azione, nella rivoluzione partenopea, mutò il nome in quello classico di “Timoleone”, non lo fece per puro gioco, ma perché profondamente convinto della forza evocativa del modello rivoluzionario delle “repubbliche antiche”, con tutto il corredo di valori che tale nome portava con sé, primo fra tutti quello della democrazia diretta, della lotta contro la tirannide, della riflessione sulla autentica “nobiltà”. La stagione classicista del Montrone (si pensi a opere come Prometeo, il Lorenzo, le traduzioni da Orazio e da Giovenale) non è da intendere come fuga dal presente, o come rifugio in un passato ideale e lontano. Quella stagione non produsse poesia del disimpegno. Al contrario, quella stagione fu testimonianza di una poesia dell’impegno, che non si arrendeva dinanzi alle sconfitte della storia, che tentava, come pur aveva fatto Foscolo, in quello stesso torno d’anni, con Le Grazie, di offrire, dopo la catastrofe delle guerre napoleoniche, una poesia che rimettesse ordine nel caos, bellezza nella bruttezza, nella convinzione di contribuire, da poeta, con gli strumenti della poesia, alla ricostruzione di quel mondo in frantumi. La sfida era quella di ridar vita a un’Europa che era uscita dal Congresso di Vienna ancora in bilico tra un impossibile ritorno all’antico regime, e un nuovo regime tutto da inventare. Giordano de’ Bianchi-Dottula diede tutto sé stesso in quest’opera di riedificazione morale e materiale della società post-napoleonica.

trifone.gargano@uniba.it

Ragguaglio bibliografico essenziale

Dei rapporti di Giordano de’ Bianchi-Dottula con i maggiori esponenti della cultura nazionale di quegli anni, restano tracce negli epistolari editi di Giordani, Monti, Foscolo, e altri.

Sul classicismo e sul giacobinismo del Montrone, e di altri intellettuali a lui coevi, in particolare sulla appropriazione giacobina del modello delle “repubbliche” antiche e dei loro valori, e sulla valenza, come dire, rivoluzionaria, del classicismo, sarà sufficiente, qui, rinviare a L. Canfora, Ideologie del classicismo, Torino (1980); S. Timpanaro, Classicismo e Illuminismo nell’Ottocento italiano, Pisa (1969); M. Sansone, Il tramonto della letteratura settecentesca e il neoclassicismo, in «Storia di Napoli», vol. X, Napoli (1981); S.S. Nigro, Il regno di Napoli, in «Letteratura italiana», II, Torino (1988). Per il poemetto incompiuto (e inedito) Il Lorenzo, rinvio al mio Sopravvivenza di un mito umanistico nel Lorenzo di Giordano de’ Bianchi-Dottula, Bitonto (1997), nel quale offro l’edizione del solo canto VIII, 181 versi endecasillabi, nel quale, in un momento di sospensione della guerra in corso, viene cantata la bellezza di villa Poggio a Caiano, autentico «locus amoenus», che dà conforto al signore, e viene ricelebrato il mito della ninfa Ambra, sul duplice modello, rispettivamente, di Lorenzo de’ Medici, e di Angelo Poliziano.

Per l’inserimento di Giordano de’ Bianchi-Dottula nel coevo dibattito sulla lingua, si vedano, almeno, i seguenti studi: M. Vitale, La questione della lingua, Palermo (1978); B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Firenze (1984); F. Brambilla-Ageno, L’edizione critica dei testi volgari, Padova (1975); B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari (1925).

 

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.