Non riesco a leggere o a pensare a Kafka senza ricordare Praga, il suo Castello, il Ponte Carlo, gli Alchimisti, Il Golem, l’ebraismo e il mondo yiddish, la sua musica struggente e malinconica: luoghi individuali e generici, concreti eppure astratti che fra l’altro ho direttamente vissuto. Quando leggo i suoi romanzi, ho la sensazione di vederlo vagare, solitario e misterioso per le strade fredde e buie della Mala Strana. C’è un senso – che è poi l’anima della vera arte – in cui i suoi personaggi incarnano, nella loro peculiarità e apparente lontananza dalla vita, momenti di cui ciascuno di noi, fosse anche per pochi istanti, ha esperienza. Come confermano le riflessioni degli studiosi sulle prime esperienze artistiche dell’essere umano, le figure di animali tracciate nelle grotte di quarantamila anni fa, il bisogno è sempre quello di fissare e contemplare attimi di vita che si succedono senza posa e che il tempo non permette di fermare e comprendere sino in fondo. In parte, chi più chi meno, siamo tutti come Kafka, esseri che hanno il bisogno impellente di liberarsi dalle angosce, dalle paure e dal ripetersi della vita di tutti i giorni; liberazione che avviene dando una narrazione e soprattutto oggettivando, realizzando in senso letterale, esperienze che altrimenti rimangono chiuse e inespresse nella coscienza soggettiva. Anche per questo mi affascina il mondo fantastico, regolato da leggi di primo acchito incomprensibili, in cui vivono i personaggi kafkiani: aderiscono senza indugiare alle strane esperienze che attraversano, quasi avessero il coraggio e la forza di accettare quanto l’uomo comune istintivamente rifiuta e allontana. Non a caso i suoi romanzi hanno sempre una conclusione che va oltre la narrazione letta: stimolano una riflessione che avanza perplessità dove prima vedevamo solo la normale quotidianità della vita.
Non ho la presunzione di credere di aver compreso ciò che Kafka realmente volesse comunicare con i suoi romanzi, eppure questa mancanza di comprensione è una delle ragioni di quanto le rende attraenti: la sospensione surreale, tutto ciò che non si può ricondurre al mondo reale, diventa il fulcro del fascino che esercitano da più di un secolo. Ho cercato di rappresentare, ad esempio, con una “pagina strappata”, quello che credo si nasconda dietro il racconto, ciò che appunto proprio perché non viene espresso con chiarezza è percepito dal lettore come emozione che lo riguarda in prima persona. L’impalpabile, l’angoscioso che accompagna il lettore per tutta la narrazione, è tanto sapientemente occultato quanto sorprendentemente presente: la solitudine, la condanna, la colpa, l’emarginazione del diverso, l’angoscia esistenziale, ecc., rappresentano la testimonianza di una sofferenza che diventa difficile confessare.
Il racconto breve di Kafka che preferisco è senza dubbio “Dinanzi alla legge”.
Si narra che, dinanzi alla legge c’è un guardiano; un giorno un campagnolo si reca al suo cospetto e chiede di “entrare nella Legge”: Il guardiano risponde: “È possibile ma non ora”…. L’uomo insiste nonostante gli vengano elencate le molteplici difficoltà che incontrerà nel suo cammino e cerca di corrompere il guardiano offrendo vari oggetti di valore che ha portato con sé. Il guardiano accetta i doni ma replica che è soltanto perché lui non pensi di aver trascurato qualcosa. Passa il tempo e l’uomo è ormai stanco dei suoi inutili tentativi, osserva il guardiano da anni, conosce anche le pulci della sua lunga e sottile barba tartara; comprende che ormai, quasi cieco, non gli resta molto da vivere, quindi pone, con un filo di voce, l’ultima domanda : “Tutti sono portati verso la legge”, come è possibile che in tutti questi anni nessuno all’infuori di me abbia chiesto di entrare?”……..”Nessuno poteva entrare, risponde il guardiano, questo ingresso era destinato soltanto a te. Adesso me ne vado e lo chiudo.”
Questo racconto, da sempre, suscita forti emozioni; che si rivelano tanto più quanto più il suo finale è sorprendente. Ci si aspetta un atto di clemenza da parte del guardiano, in fondo che colpa ha K se non quella, eventuale, di non sapere. Il fatto è che anche io, come l’uomo del racconto, desidero “entrare nella Legge”, desidero, arrivare al Castello… forse avvicinarmi a Dio, il carattere indefinito di termini come “legge” e “castello”, nonostante la loro indeterminatezza mi allontanano sempre più da questa aspirazione lasciandomi immancabilmente “fuori”: si rimane fuori anche se non è ben chiaro quale sia il “dentro”. È così anche per Kafka? Anche lui “aspira” ad entrare nel Paradiso di ogni soluzione?
Anche nell’altro suo romanzo: “Il Castello”, il protagonista, l’agrimensore K, tenta invano di accedere alle misteriose autorità che governano il castello. Il motivo per il quale non riesce a raggiungere il suo scopo è sconosciuto, e ancora una volta i frustranti tentativi per raggiungere l’obbiettivo sembrano essere vani……vani perché il fine è vuoto o perché è incommensurabile?
”Noi fummo creati per vivere nel Paradiso, il Paradiso era destinato a servirci: Il nostro fine è mutato; ma nessuno ha mai detto che sia mutato anche il fine del Paradiso”. (Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vita – Franz Kafka).
Alla fine del Processo K. È portato via dai due guardiani, che lo stringono con forza ai suoi lati. Eppure i tre formano una sorta di corpo unico. Non è chiaro se siano loro a trascinarlo via o sia lui stesso ad allontanarli dalla legge. E se sono loro a trascinarlo – il sospetto non può che venire – fra le tante cose che il grande scrittore anticipa, c’è forse l’avvertimento dell’orrore che pochi anni dopo avrebbe invaso il mondo?
L'autore
- Rita Eggér è nata a Perugia dove ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte “Bernardino di Betto” nella sezione di Arti Grafiche. Dopo il diploma a mantenuto l’interesse per la grafica con mostre personali e collettive in Italia e all’estero, vincendo numerosi premi e ottenendo segnalazioni di merito. E’ stata ospite dell’Istituto Italiano di Cultura di Budapest per una personale di grafica. Autrice di numerosi manifesti per Congressi Scientifici, negli anni ’90 ha lavorato per le “Strenne di Natale” della Casa Editrice UTET. Ha partecipato alla Mostra degli Illustratori del Libro per Ragazzi di Bologna, alla Fiera Internazionale d’Arte di Basilea e alla Rassegna di Pittrici Umbre del Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Vive e lavora a Perugia.
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