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L’ora azzurra di Marco Vitale

Il ritratto fotografico di copertina è di Dino Ignani

In un famoso passo Proust assicura che il principio dello stile è esattamente lo stesso su cui si fonda un salotto classico: la rinuncia. Un’idea forse paradossale, ma a ben riflettere applicabile alla costruzione poetica. Misura e sottrazione sono le ascisse e le ordinate de La strada di Morandi, ultimo libro di Marco Vitale, che accumula e pazientemente stratifica tempo e memoria sulle pagine, per restituirci un manuale d’incanti.

Nel titolo è evocata la strada bianca, in seguito asfaltata, che un tempo portava alla casa di Giorgio Morandi a Grizzana, piccolo borgo incastonato nell’Appennino tosco-emiliano. Non è un caso che Vitale abbia scelto proprio il solitario di via Fondazza come suo nume tutelare: il “pittore dell’anima” rifuggiva la mondanità per abbracciare la bellezza silenziosa del paesaggio, delle cose comuni. La sua arte, tanto quanto la sua vita, è stata un inno all’essenzialità, una ricerca dell’armonia nelle forme più semplici, che lo ha portato a sviluppare una profonda connessione con il mondo che lo circondava.

La stessa essenzialità, la stessa amorevole cura, affiorano, pagina dopo pagina, ne La strada di Morandi. La dimensione memoriale, gli affetti evocati nell’assenza o nel congedo, i luoghi cari, dispiegano una sorta di racconto che promuove non una nuova realtà, ma un nuovo modo di osservare la realtà: un modo capace di resuscitare e svelare i nessi meno evidenti, gli aspetti più significativi, e propiziarne una conoscenza illuminante.

L’attenzione per quelle che chiamerei le micro qualità del reale emerge già nelle prime pagine, dove possiamo incontrare un legame intimo e allo stesso tempo avvolgente con il mondo: Il mondo fisico, la bontà / delle parole e dei tempi / c’è una virtù fatta di aria / e di nuvole sui passi / ritrovati, il tratto / fermo e lieve, il decumano / tra gli sterpi e questa luce // che ancora ci unisce.

I versi formano un argine musicale alla tensione crescente delle immagini, ne acuiscono lo struggimento, indicato in forma di caducità e destino; spesso a fare da sfondo è proprio la Storia, incarnata nelle sue vestigia e nelle sue rovine, e il mutare delle stagioni, degli eventi atmosferici; con essi i colori, che l’andamento dei versi registra in modo disteso, pittorico: Questa sera di giugno all’ora azzurra / quando si accendono le prime / luminarie e ne scemano / rapinose le strida / e tutto scorre netto senza suono / ogni lume un rifugio ogni viandante / il semplice ritorno […]

Di azzurro sono imbevute le pagine, colore che torna a più riprese (pp. 22, 24, 25, 32, 46, 58, 71, 75, 88, 107 e 110), trascorrendo dalle rive del Lario alle sponde del Rodano, dove il tono non connota soltanto la prospettiva aerea, ma sostanzia uno stato d’animo: e forse da quell’azzurro che saliva / compatto dalle mura per perdersi / in campiture così vaste, quelle / non altre pagine avevamo / come tema ai pensieri / non altra viola di affannose corde / / non altro azzurro.

Spesso il ricordo è semplicemente una tinta, un impasto di ocre, una candida / teoria di cirri, una qualità dell’atmosfera.

Ne è acutissimo osservatore un topolino, finito in modo imprevisto nel tempo sospeso di una natura morta, dove la buccia porosa di un cedro ricade formando una spirale su una tovaglia di Fiandra, a fianco di calici e pani. Bellezza e quiete sembrano combaciare nella natura silente che il verso compone sulla pagina, mentre il tempo cristallizzato si intesse con la fragilità delle cose.

Ed è sempre l’incauto ospite del quadro, che sembra dare voce all’autore, a porre alcune imperdonabili domande: Da dove cade / unico di riflesso e doratura quel raggio? / Dove batte e rifrange / per azzardo di iridi?

Sono moltissime le interrogative sospese che percorrono la raccolta, come se il trepido senso d’attesa che attraversa alcuni versi fosse la prova evidente della capacità dell’autore di continuare a meravigliarsi (p. 98). Oppure è l’oscurità ad adombrare memorie troppo vivide: quel nero che su tutto / riluceva e il mare, sembra concedere allo spazio e al tempo una sorta di sospensione, mentre le nere venature / dei platani restituiscono, insieme alla nebbia, un’altra dissolvenza, sottraendo il reale «al gioco delle circostanze affinché nulla ci raggiunga, fuorché l’inevitabile» (C. Campo).

Il mondo di Marco Vitale parte da qui, oltrepassando le leggi della necessità, dell’ovvietà e, se necessario, anche della ragione.

Il poeta ha guardato la bellezza con «occhi eroici», nell’attimo della sua apparizione e in quello della sua perdita: abbracciata e lasciata andare due volte; egli incessantemente domanda, interroga con voce che si fa salmo, preghiera esicasta. Il verso pienamente riesce nell’impossibile compito di circoscrivere l’incorporeo nel corporeo, persuade a credere che ci sarà sempre una nuova alba per rischiarare la notte: Ma è un’ora così limpida una stagione / che dolcemente si congeda / e quel congedo è un dono // Tu mi fai luce ancora per un tratto.

Le domande si fanno dubbi, mettono in questione perfino l’origine stessa della vocazione poetica: Sarà vera la storia che il poeta / si conservi bambino lungo il tempo? / Che dal corpo se limita i suoi passi / fugga la mente affatturata al volo // radente di una rondine gridiera?

È poesia, questa, che tiene il lettore sempre in ascolto, con i sensi in all’erta, pronti a percepire uno scarto, un semitono che l’orecchio acutissimo dell’autore ha ascoltato e registrato, sempre incline a smentire una convenzionale lettura, un luogo comune dello sguardo.

Si riconoscono, nell’impianto del libro, i poeti amati e intensamente tradotti che compaiono con rinnovata musicalità soprattutto nella sezione Quaderno francese, oltre a figurazioni archetipiche e personali cosmografie: Eliot, con i suoi frammenti emozionali del mito, traspare attraverso le immagini della via Appia, di Ercolano e dei Fasti Farnesiani; poi Hölderlin, nel compiere Vitale un analogo rovesciamento nella creazione di una mitologia che invece di sfruttare le proiezioni emotive dei fatti sugli archetipi, rende gli stessi fatti archetipici. Il risultato toccante della memoria è una delle basi della composizione poetica, ne esplicita il dolore del ricordare, non come regressione al fantastico, ma come realizzazione, attraverso la poesia, di quella verità che l’uomo conosce e riconosce come umana e razionale: la storia. È così che da questo impianto si potrebbe risalire alle origini della grande tradizione del Romanticismo.

Si impone, nei versi, la presenza netta delle immagini e la capacità sensibilissima di cogliere situazioni ed elementi del reale, di produrli sulla pagina con estrema sintesi pittorica, manifesta anche nel riferimento continuo alle arti figurative.

La prima evidenza è nel Blaue Blume di Novalis evocato nel verso – e poi l’azzurro di Novalis, tutto / tutto brilla per questo tratto così chiaro – proprio in ragione del suo incarnare simbolicamente il desiderio, l’amore, e lo sforzo metafisico di tematizzare l’infinito e l’irraggiungibile.

Allo stesso modo, la Silene saxifraga – Una croda di anemoni di cardi / di silene, sassifraghe – che ha nel suo epiteto specifico la parola latina composta, saxum e frangere, quindi alla lettera, “che rompe la roccia”, fa riferimento all’ambiente di crescita di questa specie, ma anche alla scaturigine dell’ispirazione dell’autore. E il lettore non cercherà invano, nell’involontario cortocircuito della memoria, l’eco e l’immagine smagliante di una adorata ginestra / contenta dei deserti.

Infine, la felice continuità dei toni, i sottili movimenti interni della parola, franta nelle sospensioni, negli enjambement frequenti, sospingono oltre la pagina, oltre lo sguardo che pure da essa si solleva a più riprese, verso la contemplazione di un genere di purezza che, parafrasando Simone Weil, si sopporta solo quando si è forti.

gabriella.pace63@gmail.com

 

L'autore

Gabriella Pace
Gabriella Pace è nata a Roma, ha esordito con la raccolta di versi Il rovo e la salvezza (Ragusa 1996). Con La tana, la caverna, la casa, la prigione, stampata poi da Vanni Scheiwiller, le è stato assegnato il premio Montale, sezione inediti, nel 1997. È del 2003 Ars Memorativa, percorso poetico e figurativo attraverso la sua città, con prefazione di James Hillman e disegni di Pierluigi Isola. Lo sguardo nomade (Formia 2014) è stato tradotto in inglese da Barbara Carle. Il poemetto Kore è stato stampato da Luciano Ragozzino per le edizioni Il Ragazzo Innocuo (Milano 2019). Il Libro d’ore è uscito nel novembre 2019 (Roma) per i tipi di Sergio Pandolfini, dove le poesie dialogano con le trame incise di Guido Strazza. Nel 2022 è stato pubblicato Ritorno, per la collana Stanze delle edizioni Il Labirinto, Roma, che si è classificato nella terna dei finalisti della LXIII edizione del Premio Nazionale Frascati Poesia. Poeta e critico, ha collaborato con la rivista di psicologia analitica Anima edita da Moretti & Vitali e, recentemente, con l’Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani.