Non è un caso che la nuova raccolta poetica di Domenico Adriano, uscita a distanza di sette anni dall’ultima, Dove Goethe seminò violette, per gli stessi tipi de Il Labirinto edizioni, rechi in esergo un verso notissimo di Rainer Maria Rilke: Nel bosco io sono un mite vento, / ma tu, tu sei la pianta. Un endecasillabo e un settenario che aprono la porta a un mondo intero d’immagini e simboli. Si tratta di una delle annunciazioni più evocative della letteratura novecentesca, forse anche in ragione dell’accentuata presenza iconica del soggetto nell’arte figurativa cristiana. Nell’impianto che segue, la parola poetica sembra aver raccolto la sfida di un ipotetico tracciato pittorico, ma è anche epifania, connessione tra ciò che è in noi e ciò che è oltre noi, indescrivibile, indicibile se non con l’assoluta precisione di un verso.
I simboli intravisti e posseduti nella precedente raccolta acquistano qui una forza dirompente, sono disposti in una geometria perfetta che conduce il lettore, stanza dopo stanza, in una visita onirica e allo stesso tempo tangibile, attraverso l’ideale dimora dell’autore, che è poi anche la casa dei suoi avi, e da ultimo il luogo dove vive la sua poiesis.
Il volume si apre con una dolorosa mancanza, versi dedicati a un’amica scomparsa:
Non si muore quando si deve / ma quando si può. // Allora di morire mi dispiace. / Di morire mi pare troppo ingiusto. / Anche se non ricordo più chi sono. Il poeta si interroga sulla vita e la morte, lo dichiara immediatamente, con una urgenza che è pari solo nell’infanzia. L’inevitabile precarietà dell’essere è ricondotta però entro uno sguardo più ampio, che riconosce la perdita sulla terra ma in grazia di ciò la guadagna alla mente.
Seguono due sezioni dedicate agli avi. È indubitabile già nell’incipit che per Domenico Adriano le radici siano il tema fondante su cui costruire il presente. Non c’è frattura, i morti parlano ai vivi “con voce di ninnananna” (C. Campo). E infatti è proprio la nonna a dettargli due settenari perfetti prima di partire da questo mondo: Quando fuori fa buio / si fa buio anche il cuore. La nonna, che non sa scrivere, incarna il corpo della poesia, ha attraversato tutto il Novecento; quel secolo che Domenico Adriano ha continuato a setacciare come un cercatore d’oro, scartando le impurità, ripudiando categoricamente ciò che ha ritenuto approssimativo o facile. Quel che resta è una voce chiara e adamantina, vestita della candida tunica di un’apparente semplicità, che nasce dallo “Scoprire le forme proprie con cui l’anima si è espressa… quelle ragioni del cuore che è il cuore stesso ad aver trovato, approfittando della sua solitudine e abbandono” (M. Zambrano). Non è un angelo esiliato a comporre questi versi, ma piuttosto un pellegrino delle parole, depositario della più ancestrale tradizione. Come nella preghiera l’esicasta si abbandona al flusso ipnotico di una superiore dimensione, così il poeta, ripetendo quel Fiat evocato in esergo, si affida con naturalezza a ciò che ritiene un destino più che la ricompensa di un reiterato sforzo quotidiano: Oggi non è venuta da me poesia / la parola pulita / rimane nell’anima / stretta a un campo di neve.
Il bianco e il silenzio della neve, evocati a più riprese anche nelle precedenti raccolte, sono in relazione con una certa predisposizione dell’autore per alcuni stilemi legati alla cultura giapponese. Il richiamo – attraverso il fenomeno atmosferico – alla purezza, all’innocenza e al candore, si traduce soprattutto in una ricerca espressiva cromatica scandita dai diversi momenti in cui il colore della neve, o l’immobilità del gelo, diventano il motivo predominante: Per il gelo è fermo l’uccello in aria.
Accanto alla tensione verso una perfezione estetica, si nota a più riprese, nei contenuti e nelle forme, la vicinanza alla Raccolta di pietra e di sabbia delle storie Zen: il cardellino che cantava fino a squarciarsi la gola / per far felice mio padre; il mandarino che proprio non voleva / cacciare un solo fiore, percosso quasi di nascosto dallo zio Arcangelo che incredulo una notte mette in pratica una superstizione tramandata in famiglia: Io non volevo credere ai miei occhi. / L’albero si mise un giorno / a fare l’albero, tremò / di fiori, poi di lumi verdi e gialli.
Con leggerezza, ma anche con felice precisione, il lettore è invitato a entrare in contatto immediato con le grandi questioni, appropriandosi di quel tratto imprendibile e paradossale che irride ogni sapienza (in)soddisfatta.
La dimensione contemplativa fa sì che perfino gli eventi drammatici dell’ultimo conflitto mondiale, vissuto da Domenico Adriano attraverso i racconti ascoltati in famiglia e ancor di più riverberato da un paesaggio a un passo dalla linea Gustav, ferito dal persistere nella memoria di quella storica lacerazione, siano adombrati con grazia e tono elegiaco: il verso si fa trasparente nel tratteggiare la ragazza lei sola acciuffata / a Ventosa, che tra voi / diventò una bambina.
Si nota, nella parte finale della raccolta, un’adesione alla poetica del frammento, una predilezione per il componimento breve, che non passa esclusivamente attraverso i grandi testimoni della poesia ermetica ma si tinge, ancora una volta, di note orientali, vicine – nel richiamare la stagione e l’elemento atmosferico, che per rispecchiamento si fa stato d’animo – agli Haiku: Che bella questa quercia / con le foglie nuove. // Le montagne sono di nuovo rosa. E ancora: Sembrano essere sbocciati i ragazzi, / questa è la primavera / nel petto si sciolgono le nevi.
Che la poesia sia innanzitutto una ‘storia’ Domenico Adriano lo ha affermato e testimoniato più volte. La narrazione, il colore intimo, si affacciano nel testo, fino ad adottare modelli discorsivi, o ad affrontare, spavaldamente, il tono prosastico:
Ma ora che i vivi hanno dovuto / lasciarci, non so più come farò / se non intervenite / mia amata e miei lettori / voi pochi in ogni dove / nel lume del sorgeto.
Anche in questo caso, i versi testimoniano la capacità di entrare nel senso segreto delle cose, penetrando con spontaneità oltre il muro dell’apparenza sensibile senza mai tradire il dettato armonioso e conchiuso. Questa proporzione è, in realtà, frutto di una sprezzatura. Si ravvisa, guardando in profondità, tutto il lavoro artigianale e tecnico che l’autore dissimula: la potatura, la parola asciugata di ogni retorica, colma del suo significato, lo svuotamento insistito, incentrato su una rigorosa autocoscienza, così come era stato auspicato più di un secolo fa da Paul Valery.
Rientra in questa officina il lessico di naturalistica precisione, l’uso dei termini dialettali o gergali, accolti in ragione del loro potenziale evocativo e del dirompente cromatismo: cardillo, addormita.
Sembra altrettanto evidente l’impegno di trovare, pur nel dato oggettivamente descritto, una soluzione simbolica, etica. Non c’è aspetto della vita quotidiana, della sua realtà più dimessa, della sua infinita varietà, della gamma degli affetti, che non trovi posto nella poesia di Domenico Adriano.
La fanciullezza e il mondo contadino custodiscono un passato che è recuperabile ogni giorno, nella continuità della vita. Così ogni evento essenziale, ogni incontro, ogni illuminazione, è riconosciuto innanzitutto alla luce d’infanzia e di fiaba che lo investe.
La natura e i suoi ritmi inesorabili, la nascita e la morte, fanno da contraltare al tempo eterno e immortale del mito, le loro voci si fondono in una polifonica costruzione che è quanto di più vicino all’originario binomio Uomo-Natura:
Bene non riesco a vedere / come vedono loro, i monti / dall’alto, qui in pianura / dove cammino era l’abisso. // Fui alga pesce scoglio / poi corallo intreccio d’erbe ginestre, / è possibile che io debba morire.
Come Li Po, l’autore invita la luna al suo ‘festino solitario’: Chiedere alla luna, / non toccare i loro rami. Il suo sguardo eternamente nomade trascorre dalle nuvole alle radici della terra:
Le conosco tutte queste rondini / vengono sempre a trovarmi e ancora: Qui è nata una quercia / e io l’ho rispettata. Un sentimento lo accomuna al grande poeta cinese: non è proprio possibile pensare al cielo senza il necessario radicamento. “Si solleva il capo guardando la luminosa luna, / si china il capo pensando al paese natale” (Li Po).
Inoltre, la poesia di Domenico Adriano non è se non attraverso il paesaggio: i monti Aurunci evocati nel profilo netto, nelle forre ombrose, nelle cave di pietra, nel fiume Verde che canta andando incontro al mare di Minturno. Ma paesaggio è anche l’orizzonte urbano, la città vissuta a vent’anni per le strade di Testaccio, alle pendici dell’Aventino, e in quel Caffè Greco che accoglieva, negli anni della Ricostruzione, una sorta di rinnovata Repubblica delle lettere di cui l’autore è stato giovane interlocutore, testimone, monaco amanuense nella trascrizione di preziose narrazioni.
Nella raffinata architettura del libro, domina su tutto una guida: Anna-Anima, che illumina la raccolta. Come in un canzoniere rovesciato, l’amata, depositaria di una sapienza antica, non è evocata per l’assenza, ma per aver intrecciato il suo destino con quello dell’autore: Da finestre socchiuse entra il mattino / […] tu mi sei accanto la casa canta.
La sua presenza lo affianca nel cammino, plasma tenebre da condurre a chiarezza, convoglia l’urgenza straripante delle parole, ne indica in modo intuitivo l’esattezza, ne svela il potere magico ed evocativo, trattiene virtù noumeniche della realtà.
Esattamente come avviene per l’ispirazione creativa, l’immagine femminile, che è anche la psiche del poeta, ‘detta’ le improvvise folgorazioni: Anna vede gli angeli / Anna stravede parla con gli angeli. / A chi mi posso rivolgere / per sapere cosa sente ora l’erba, / a lei posso chiederlo / e alle lucciole.
Di una sapienza così pura ci si può innamorare e noi, del resto, ci siamo innamorati del libro.
L'autore
- Gabriella Pace è nata a Roma, ha esordito con la raccolta di versi Il rovo e la salvezza (Ragusa 1996). Con La tana, la caverna, la casa, la prigione, stampata poi da Vanni Scheiwiller, le è stato assegnato il premio Montale, sezione inediti, nel 1997. È del 2003 Ars Memorativa, percorso poetico e figurativo attraverso la sua città, con prefazione di James Hillman e disegni di Pierluigi Isola. Lo sguardo nomade (Formia 2014) è stato tradotto in inglese da Barbara Carle. Il poemetto Kore è stato stampato da Luciano Ragozzino per le edizioni Il Ragazzo Innocuo (Milano 2019). Il Libro d’ore è uscito nel novembre 2019 (Roma) per i tipi di Sergio Pandolfini, dove le poesie dialogano con le trame incise di Guido Strazza. Nel 2022 è stato pubblicato Ritorno, per la collana Stanze delle edizioni Il Labirinto, Roma, che si è classificato nella terna dei finalisti della LXIII edizione del Premio Nazionale Frascati Poesia. Poeta e critico, ha collaborato con la rivista di psicologia analitica Anima edita da Moretti & Vitali e, recentemente, con l’Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani.
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