Furono tante le polemiche, e su tutti i fronti degli schieramenti politici del tempo, che accompagnarono il provvedimento dell’allora ministro della pubblica istruzione del neo-nato Stato italiano, Francesco De Sanctis, nel 1878, di introdurre la «ginnastica» nella scuola, per tutti, fanciulle comprese, pur in un contesto che tendesse a interpretare gli sforzi callistenici delle giovinette italiche non finalizzate soltanto a raggiungere bellezza e forza, quanto, piuttosto, vigore morale. Nulla. Scoppiarono roventi polemiche e opposizioni, che proseguirono nei decenni successivi. Perfino una insegnante (e scrittrice) d’orientamento progressista come Ida Baccini (1850-1911), autrice di uno dei libri per bambini di maggior successo, Memorie di un pulcino, in quello stesso 1878, dopo cinque anni d’insegnamento, in una scuola primaria di Firenze, si licenziò per aperta opposizione nei confronti dell’obbligo di sottoporsi a visita medica per poter insegnare ginnastica. La Baccini, infatti, considerava lesiva della dignità femminile obbligare le insegnanti, magari donne «non più giovani […], alcune anche un poco pingui e goffe», a sottoporsi a visita medica e, soprattutto, obbligandole a esercitare un insegnamento senza aver ricevuto alcuna adeguata formazione inziale, che avrebbe suscitato, di certo, nel giudizio della Baccini, l’ilarità delle alunne. Di tutt’altra opinione lo scrittore Edmondo De Amicis (1946-1908), contemporaneo della Baccini, e autore del celeberrimo Cuore, che, qualche anno dopo, nel 1892, nel sorprendente romanzo Amore e ginnastica, avrebbe messo in scena una bellissima e anticonformista insegnante di ginnastica, la signorina Pagani, maestra ventisettenne, torinese, e di una bellezza da capogiro, rendendola pioniera della pratica sportiva, e, soprattutto, del suo insegnamento nelle scuole pubbliche. Infischiandosene dell’opposizione e dello scherno dei suoi colleghi maschi (che, comunque, andavano a spiarla durante gli allenamenti e gli esercizi ginnici, lodandone, in privato, le competenze ginniche, e la bellezza femminile), la maestra Pagani andava fiera dei suoi risultati personali, e, soprattutto, di quelli ottenuti dalle sue alunne. L’ambientazione torinese di questo romanzo non è irrilevante, e non solo perché De Amicis fosse, appunto, torinese d’adozione (e che a Torino avesse ambientato anche il suo romanzo più noto e di maggior successo, Cuore), ma per il dettaglio non trascurabile che proprio a Torino, già a metà Ottocento, si contava il maggior numero di club sportivi, e il maggior numero di ragazze che praticassero vari sport. Nel 1867, infatti, a Torino, presso la locale «Società ginnastica», veniva istituito il primo corso di ginnastica riservato alle donne (nel giro di pochi anni, si iscrissero a questi corsi più di quattrocento allieve). Fino agli anni dell’avvento del fascismo, Torino restò la capitale italiana della ginnastica femminile. La stessa regina Margherita contribuì ad alimentare la pratica sportiva femminile, visto che si fece fotografare più volte durante le sue lunghe passeggiate e le sue scalate, da convinta alpinista, per poi appassionarsi anche al ciclismo, al «velocipede», regalando biciclette alle sue dame di corte (sfidando il disprezzo del poeta e amico Giosuè Carducci, che, con malcelata ironia definiva i ciclisti «arrotini impazziti»). Margherita di Savoia (1851-1926), prima regina consorte del Regno d’Italia, moglie di Umberto I di Savoia, trascorreva le vacanze estive a Courmayeur, dedicandosi all’alpinismo, contribuendo così, con il suo esempio, alla femminilizzazione dell’alpinismo, uno sport che, oltre alla cura del fisico, serviva, evidentemente, anche per elevare lo spirito. La regina ottenne nel 1889 una pergamena da parte della sezione torinese del Club alpino italiano, come pubblico riconoscimento per aver scalato, prima tra i regnati, una vetta impegnativa, oltre i 4 mila metri. Fu proprio rispondendo a un invito di una società ginnica di Monza, la società «Forti e Liberi», re Umberto I e la regina Margherita, il 29 luglio del 1900 si trovavano a Monza, dove, appunto, il re fu ucciso, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.
Ricordo, soltanto di passaggio, che la prima ascesa alpinista di cui abbiamo traccia, nella letteratura italiana, è quella contenuta nella lettera di Francesco Petrarca (poi raccolta tra le Familiares), indirizzata al frate agostiniano Dionigi di Borgo di San Sepolcro, teologo e amico, nella quale il poeta raccontava, appunto, all’amico le difficoltà da lui incontrate in quell’ascesa al Monte Ventoso (gruppo montuoso della Provenza, in Francia, a soli 20 km da Carpentras, il Comune presso il quale Petrarca visse per alcun tempo), effettuata, in compagnia del fratello Gherardo, tra il 24 e il 26 aprile del 1336, con una connotazione più che sportiva, ascetico-mistica. Giunto, finalmente, in cima, tra incertezze, rallentamenti, soste, e tentazioni di desistere, Petrarca annotava un passo delle Confessioni di Sant’Agostino, che proprio l’amico Dionigi gli aveva regalato, precisando di aver aperto a caso il libro:
«…e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano sé stessi»
Prevenzioni e ostilità nei confronti dello sport in generale, e di quello femminile in modo particolare, hanno accomunato l’intero arco politico italiano, sin dai primissimi anni della nascita dello Stato unitario, fino a giungere ad anni più recenti, movimenti politici, formazioni partitiche, e associazioni di massa, come l’associazionismo cattolico, tutti rigorosamente contro la pratica sportiva e contro la partecipazione attiva delle donne. I “patrioti” del Risorgimento italiano erano ostili alla pratica sportiva, con l’eccezione per la ginnastica e per il tiro a segno, perché, a loro giudizio, gli sport altro non fossero che una distrazione aristocratica. Inoltre, gli sport provenienti dall’Inghilterra (tennis, football, e altro), finivano, sempre a loro giudizio, per indebolire la già flebile identità nazionale, alimentando il pericoloso germe del cosmopolitismo. La Chiesa cattolica, per mezzo di suoi autorevoli esponenti, e di responsabili delle associazioni istituzionalmente riconosciute, avversavano la pratica sportiva per via della cultura della competizione che una gara comporta (individualismo, voglia di primeggiare), come sentimenti contrari al credo e ai valori solidaristici cattolici. Inoltre, per i cattolici c’era pure il problema piuttosto imbarazzante della promiscuità, tra atleti maschi e femmine, e il non trascurabile dettaglio dell’abbigliamento sportivo provocante delle donne, incline ad alimentare e diffondere il culto del corpo, e l’esibizione stessa del corpo. Reiterati furono, infatti, gli interventi di censura nei confronti del ciclismo, considerato pericoloso, immorale e da non praticare, specie da parte delle donne. Anche don Lorenzo Milani sollevò dubbi e critiche, nei confronti dello sport, utilizzato da molti preti in modo strumentale, e cioè solo per “avvicinare” alla fede i giovani. Don Milani, quindi, denunciava l’utilizzo strumentale dello sport, non condannava lo sport in quanto tale e la sua pratica. Perfino in ambito laico ci fu chi, come Paolo Mantegazza (1831-1910), fisiologo, igienista, patologo, antropologo e romanziere, agli inizi del Novecento, vietò alle fanciulle di montare in velocipede, per ragioni di igiene e di moralità. Una posizione davvero curiosa, questa di Paolo Mantegazza, che fu intellettuale progressista, difensore del darwinismo, e che, in Parlamento, si distinse per posizioni illuminate, ma sull’apertura alle ragazze della pratica sportiva fu sempre intransigente. Come romanziere, Mantegazza è considerato tra i fondatori del genere fantascientifico italiano, grazie al romanzo L’anno 3000: songo (1897). Ci fu anche chi, come Angelo Mosso (1846-1910), medico, fisiologo, archeologo e uomo politico italiano, al quale si deve, tra l’altro, una Riforma della ginnastica, vide nella cultura umanistica, segnatamente, nei romanzi, lo strumento da combattere, perché, a suo giudizio, la lettura dei romanzi infonderebbe nelle menti delle fanciulle «sogni tormentosi», da condurle fino all’isteria. Egli auspicava, al posto della lettura di romanzi, un ritorno alla pratica dei giochi ginnici all’aria aperta, tipo pentathlon, della tradizione greco-romana. Angelo Mosso fu per molti anni presidente della «Ginnastica Torino», tra le più antiche associazioni del calcio femminile d’Italia. Così scriveva, però, nella sua Educazione fisica, della gioventù della donna:
«Dobbiamo arrestarle sulla china fatale che le conduce all’isterismo, dobbiamo sottrarle alle emozioni artificiali della società e troncare le letture che sconvolgono ed affaticano il sistema nervoso»
Anche la cultura socialista fu diffidente nei confronti degli sport, ritenuti passatempi borghesi che distraessero gli operai dalla lotta di classe. Per questa ragione, lo stesso Benito Mussolini, da giovane, in quanto dirigente nazionale del partito socialista, partecipava ad azioni di sabotaggio in concomitanza con gare ed eventi sportivi (per esempio, spargendo chiodi lungo il tragitto delle tappe del Giro d’Italia di ciclismo). Solo a metà degli anni Trenta, con i campionati mondiali di calcio disputati in Italia, e vinti dalla nazionale di calcio italiana, Mussolini e il regime fascista cambiarono atteggiamento, nei confronti dello sport, intuendone la notevole potenzialità di orientamento e di manipolazione del consenso. Cambiò dunque atteggiamento, ma mantenne un certo riserbo sulla diretta partecipazione femminile alla pratica sportiva, che, per Benito Mussolini, non doveva andare oltre l’immagine della donna «brava moglie e brava madre». Clamoroso fu, quindi, il caso dell’atleta bolognese Trebisonda Valla, detta Ondina, che nel 1936, ai Giochi Olimpici di Berlino, conquistò una medaglia d’oro nella corsa (80 ostacoli). Prima atleta italiana a vincere un oro. Divenne immediatamente una star, attuando una vera e propria rivoluzione di costume. Se solo riflettessimo sul dettaglio che soltanto nel 2024, alle ultime Olimpiadi di Parigi, dopo quasi novant’anni dai Giochi di Berlino, il numero delle donne atlete ha eguagliato quello degli atleti maschi. Un grande traguardo, anche in considerazione del fatto che lo stesso barone Pierre de Coubertin (1863-1937), ispiratore delle Olimpiadi moderne, fosse convinto che i giochi olimpici dovessero essere riservati ai soli atleti maschi. Con le Olimpiadi di Amsterdam del 1928, si registrò la presenza delle prime atlete donne.
Un mese dopo il suo trionfo a Berlino, nel mese di settembre del 1936, Benito Mussolini volle incontrare Ondina Valla, per renderle omaggio, e per sottolineare che le donne italiche e fasciste, oltre ad amare la famiglia e la patria, sapevano mettersi in luce nelle diverse discipline sportive, raggiungendo primati mondiali. Dunque, grazie anche a Ondina Valla, e ai suoi successi sportivi, il Fascismo cominciò a guardare allo sport con occhi nuovi. Nasceva l’italiano nuovo, fascista, energico, tenace, combattivo e disciplinato. Merita di essere ricordata anche la storia di quel gruppo milanese di ragazze che, negli anni Trenta del Novecento, presero a giocare a calcio, sfidando il regime e i pregiudizi sociali più diffusi (nel dicembre del 1931, infatti, la rivista «Lo Sport Fascista» aveva ribadito che il calcio fosse uno sport unicamente maschile; e una seduta del Gran consiglio del fascismo, nel 1930, aveva stabilito che la presenza femminile nelle attività sportive fosse, sì, ammissibile, ma solo a patto che tali attività non pregiudicassero, in alcun modo, la «naturale e fondamentale missione della donna» alla maternità). È la storia delle ragazze milanesi del «Gruppo femminile calciatrici» (Rosetta Boccalini, Giovanna Boccalini, Losanna Strigaro, Maria Lucchi, Silvia Del Mestre, Frida Marchi… e altre). Scendevano in campo indossando calzettoni e gonna nera, per non offendere la morale, e per dimostrare che la pratica del giuoco calcio non compromettesse la loro natura femminile, e il loro destino di madri. Nicola Pende (1880-1970), medico e scienziato, tragicamente noto per aver ispirato e firmato il «Manifesto della razza», che contribuì alla deportazione e allo sterminio di milioni di ebrei nei campi di concentramento nazi-fascisti, interpellato a dire la sua sulla pratica del giuoco calcio da parte delle donne, si espresse positivamente, purché si trattasse, però, di partite di diletto, non di campionato, non agonistiche. Giovanna Boccalini, leader di questo gruppo di calciatrici milanesi, durante la Resistenza, fu tra le fondatrici del giornale clandestino «Noi donne», e dei Gruppi di Difesa della Donna; dopo la guerra, fu eletta per ben due volte nel Consiglio Comunale di Milano, per il Pci.
Tutto questo mio racconto, sulla diffusione della pratica sportiva, e della partecipazione attiva delle donne ad alcune discipline sportive, riguardò, purtroppo, soltanto il nord Italia (Torino, Milano, Venezia, Ferrara, Firenze, con qualche, limitata, presenza nel centro Italia, a Roma). Per il Sud, invece, anche sotto questo profilo, impedimenti socio-culturali e pregiudizi di vario genere rallentarono il processo. Basterà citare, a riguardo, il caso di Palermo, dove, nel 1896, all’interno del bel mondo dorato aristocratico e altoborghese, si registrò la partecipazione a una partita di «lawn-tennis» (tennis su prato, su terreno erboso) di una sola donna, Franca Florio (1873-1950). Ma Franca Florio, nobildonna e personalità di spicco della Belle Époque, definita da Gabriele d’Annunzio «l’Unica», non fa testo, per queste mie note di storia “popolare” della pratica sportiva, e del ruolo delle donne.
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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