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“Le parole di Sanremo” tra passato e presente: dialogo con Fabio Melelli

Martedì 11 febbraio 2025 si è aperta la settantacinquesima edizione del celebre Festival di Sanremo, stimolando, come ogni anno, pareri contrastanti da parte dell’opinione pubblica. Oggi proponiamo una riflessione sulla dimensione testuale del Festival di Sanremo attraverso il prezioso contributo di Fabio Melelli, che ha condiviso la sua personale disamina sull’evoluzione storica del Festival, sui testi diventati ormai leggendari, e sulle sue connotazioni presenti, evidenziando come i testi di un festival di questa caratura rappresentino anche uno specchio della realtà sociale e culturale in cui ci troviamo immersi.

Laureato con lode in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale all’Università di Bologna con una tesi in Filologia del cinema, Fabio Melelli è storico e critico del cinema, giornalista e docente. Attualmente insegna Storia del cinema e Storia della televisione e dello spettacolo televisivo nel corso di Cinema e Audiovisivo dell’Accademia di Belle Arti di Perugia e Cinema italiano nel mondo nei corsi di Lingua e cultura italiana dell’Università per Stranieri di Perugia.

Sanremo 2025 è appena iniziato e nasce la curiosità per i testi che gli artisti proporranno al grande pubblico. Cosa ti aspetti “dalle parole” di questa edizione del Festival rispetto a quelle del passato?

Le parole delle canzoni che partecipano al Festival di Sanremo sono sempre un riflesso dei mutamenti linguistici che avvengono nel paese. Oggi rispecchiano la “neolingua” giovanile e si rivolgono soprattutto al target di chi scarica la musica da internet e segue i fenomeni musicali popolari al momento. Credo che ci siano delle canzoni che facciano eccezione, come quella di Simone Cristicchi, sull’importante tema dell’Alzheimer, che ha un afflato poetico e lirico che fa difetto in molti altri testi di questa edizione, segnati da un linguaggio usa e getta di cui non credo rimarrà traccia nel futuro. Non è un caso che ancora oggi le canzoni di Sanremo che si ricordano sono quelle degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, quando parolieri come Cristiano Minellono davano sostanza poetica a un sentimento identitario profondo veicolato attraverso le note e le voci peculiari di cantanti che avevano una personalità vocale certo diversa rispetto agli interpreti attuali, resi omogenei dall’esasperazione tecnologica. Pensa a canzoni come L’italiano, Sarà perché ti amo e Felicità, rispettivamente eseguite da Toto Cutugno, Ricchi e Poveri e Al Bano e Romina Power, sistematicamente citate nelle colonne sonore della cinematografia non solo nazionale.

I testi delle canzoni di Sanremo stanno attirando sempre di più l’attenzione dei linguisti: è stato creato un database, Le parole di Sanremo. Un sito per studiosi della lingua e della Canzone, per curiosi delle parole o per nostalgici che desiderano viaggiare nel tempo attraverso gli anni d’oro del Festival… quali “usi creativi” immagini per questa risorsa? A chi può essere utile?

 Ritengo sia una risorsa fondamentale per comprendere la storia recente del nostro paese. Ho scritto un libro insieme a Francesco Rondolini che si chiama Il Festival degli italiani, nella convinzione che attraverso le diverse edizioni della kermesse ligure si possa ricostruire la vita della nostra nazione molto meglio che attraverso i documenti tradizionali. La canzone pop, per la sua stessa natura transeunte, ha la capacità di fotografare il momento e di restituirlo efficacemente anche a distanza di molto tempo. Per esempio Vola colomba, portata al successo da Nilla Pizzi, ci racconta l’Italia dell’incipiente Guerra fredda molto più di tanti saggi storiografici e Nel blu dipinto di blu, recitata e gridata più che cantata da Domenico Modugno, ci trasmette gli entusiasmi e la voglia di vivere dei nostri connazionali precipitati nell’euforia del boom economico.

Vista la tua passione e le tue conoscenze sul Festival, quali sono i testi che ritieni più interessanti? Cosa cattura la tua attenzione nel valutare il testo di una canzone?

Una canzone deve essere la risultante di tre ingredienti, tutti egualmente importanti: il testo, la musica e l’interpretazione. Faccio un esempio per chiarire il mio pensiero: Perdere l’amore, scritta da Giampiero Artegiani, per le parole, e da Marcello Marrocchi, per la musica, venne scartata al Festival di Sanremo del 1987. L’interprete prescelto in quel caso era il pur bravo Gianni Nazzaro, forse non l’interprete ideale per un pezzo che aveva una parte recitata in chiave drammatica che richiedeva capacità quasi attoriali. L’anno dopo eseguita da Massimo Ranieri, che oltre a essere un apprezzato cantante è anche un attore cinematografico e televisivo di grande rilievo, non solo venne ammessa ma vinse il festival, diventando un classico della nostra canzone.

In una ipotetica classifica dalle origini a oggi, quali canzoni metteresti ai primi dieci posti?

È una domanda difficilissima, alla quale è impensabile da parte mia dare una risposta precisa. Tuttavia mi viene da pensare che ci sono canzoni che sul momento non sono state considerate e che poi sono diventate degli autentici evergreen, segnando anche un mutamento sostanziale nella scena pop nazionale. L’esempio più lampante è quello di Vasco Rossi che nel 1983 presentò a Sanremo Vita spericolata, arrivando venticinquesimo, ovvero penultimo, dopo di lui solo Pupo (la bellissima 1950 di Amedeo Minghi in quello stesso anno venne addirittura esclusa dalla classifica finale del festival!). Era una canzone certamente diversa da quelle ritenute all’epoca “sanremesi”, eppure nel tempo è diventata un po’ la sigla del rocker emiliano e una delle più famose che mai abbiano partecipato a Sanremo. Per quanto riguarda l’importanza epocale nel contesto storico, non si possono non citare, per motivi diversi, canzoni come Grazie dei fiori, la prima vincitrice, eseguita da una voce straordinaria come quella di Nilla Pizzi, che ho avuto anche il piacere di conoscere quando collaboravo con Paolo Limiti alla Fiera di Milano, e Nel blu dipinto di blu, per aver costituito una cesura tra un prima, la canzone italiana di stampo ancora tradizionalista improntata su modelli addirittura tardo-ottocenteschi, e un dopo, l’arrivo degli urlatori, del rock e di tutte una serie di nuove tendenze nella musica italiana. Canzoni straordinarie che hanno partecipato a Sanremo, per me sono anche, tra le altre: L’immensità, cantata da Don Backy, Maledetta primavera, eseguita da Loretta Goggi, Un’avventura, Lucio Battisti, 4-3-1943, Lucio Dalla, Gianna, Rino Gaetano… ma queste sono solo le prime che mi vengono in mente. 

Considerando nel complesso la storia del Festival di Sanremo dalla prima edizione del 1951 a oggi, quali differenze noti tra le varie edizioni? Secondo te, in che direzione sta andando l’evoluzione del Festival?

Rispetto al passato il Festival sta sempre più diventando uno show eminentemente televisivo, esemplato sul format dei tanti, troppi, talent show che infestano la televisione italiana. La canzone non è più centrale come da tradizione, mancano gli autori e di moltissimi testi non rimane alcuna traccia. Anche la vocazione melodica, pur presente, viene annacquata in sonorità che scimmiottano altre culture musicali. Ricordiamo anche che oggi al festival non si inventa più niente, tutto è già stato fatto. Nel 1979 I Pandemonium, gruppo musicale capitanato dal bravissimo Gianni Mauro, presentarono Tu fai schifo sempre, il primo pezzo autenticamente demenziale e nonsense del Festival, e da allora in tanti hanno provato più o meno consapevolmente a ripetere l’esperimento, eppure i Pandemonium sono stati i primi e per questo meritano un posto importante nella storia dell’evento ligure. Una storia che viene riscritta a ogni edizione, con uno sguardo nostalgico al passato, rispetto a un lungo presente che si dimentica in fretta, bruciando interpreti e canzoni nell’ingranaggio di una macchina che arranca nella qualità pur rimanendo la più popolare.

vale.benedetta1998@gmail.com

 

 

 

L'autore

Benedetta Vale
Benedetta Vale nasce a Reggio Calabria nel 1998. Si laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna nel 2022 e attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Studi Classici, Italiani e Storia Europea all’Università di Perugia.