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Il piccolo italiano che fece grande la commedia erotica tedesca. Dialogo con Rinaldo Talamonti  

Proprio in questi giorni viene presentato in Germania il libro Rinaldo Talamonti. Ein eroitischer Rebell, autobiografia dell’attore italiano più amato e conosciuto in Germania, Rinaldo Talamonti. Il nome di Talamonti potrà non suonare familiare, ma i suoi film sono piuttosto noti anche in Italia, soprattutto per i tanti passaggi televisivi nelle reti locali di tutto lo stivale; tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, i film con Talamonti hanno arricchito i palinsesti notturni e regalato ore di spensierato divertimento a un pubblico che assuefatto all’asettica e ingessata programmazione della tv di Stato, dominata da un’anacronistica censura, cercava l’evasione piccante di un intrattenimento autenticamente popolare e soprattutto sessualmente libero dai vincoli della costrizione sociale. Con il suo fisico riconoscibile di simpatico e sostanzialmente candido satiro, basso di statura e abbondantemente zazzeruto, dai tratti scuri e marcati, demiurgo di una maschera a metà strada tra Lino Banfi e Alvaro Vitali, provvisto di una innata predisposizione alla recitazione, Rinaldo ha dato vita a tanti personaggi di italiano all’estero- spesso nelle vesti di cameriere o pizzaiolo- contribuendo alla parte comica e atellana, quasi fescennina, della commedia erotica tedesca, un filone “boccaccesco” in cui la nudità era sempre molto limitata, eppure clamorosamente dirompente per i tempi. I suoi personaggi non erano mai volgari, ma contraddistinti da una levità e una ingenuità che li rendevano piacevolmente cartooneschi; merito di un attore che sapeva camminare in punta di piedi, senza calcare eccessivamente situazioni e dialoghi, danzando sullo schermo con una grazia fanciullesca, tra note sentimentali e surreali, come fosse una via di mezzo tra Charlie Chaplin e Buster Keaton. Così lo troviamo nella lunga serie dei Schulmädchen-Report, produzioni cinematografiche tedesche, distribuite nelle sale italiane con titoli come Il comportamento sessuale delle studentesse, finti documentari in cui l’inchiesta di carattere sociologico mascherava la natura schiettamente sexy della pellicola. E in tanti altri film, campioni del cinema scollacciato teutonico, come il programmatico Sole, sesso e pastorizia (1973) di Sigi Rothemund, ambientato sulle montagne bavaresi, tra boccali di birra e uomini vestiti con le tradizionali salopette, impegnati a inseguire nelle valli in fiore procaci bionde in zinale, nella più luminosa primavera dei sensi. In Germania Rinaldo ha partecipato a film di tutti i generi, prendendo parte anche a popolari serie televisive. Nel cinema italiano, sulla scorta del successo dei film tedeschi, Rinaldo approda a metà degli anni Settanta con due film comico-avventurosi e un western alla moda di Trinità; incontra anche Ciccio Ingrassia per la parte di Satanetto ne L’esorciccio, ma come ricorda oggi Rinaldo, Ingrassia era già in parola per quel ruolo con Mimmo Baldi e non se ne fece niente. Ancora oggi, Rinaldo è molto attivo in campo cinematografico e grazie all’acquisita maturità professionale e artistica, che gli permette di ricoprire qualsiasi ruolo, eccellendo tanto in quelli brillanti quanto in quelli drammatici, è in procinto di realizzare un importante progetto su scala internazionale. Lo incontriamo a Porto D’Ascoli, suo paese d’origine, dove da qualche anno è tornato a risiedere.

Giovanissimo ti sei trasferito in Germania con la tua famiglia. Come sei entrato nel mondo dello spettacolo?

 Quando si è minorenni, avevo quattordici anni, non ci si può opporre alle decisioni familiari. Il mio poi era un padre padrone, che decise di trasferirsi in Germania, per la precisione a Monaco di Baviera, per un periodo di tre anni. Lo fece per dare a noi figli un migliore orizzonte lavorativo, per permetterci di imparare una nuova lingua, e per tornare poi in Italia con spiccate competenze nel settore enogastronomico e turistico. Così diede in gestione il bar che aveva a Porto D’Ascoli e tutta la famiglia partì a bordo di una fiammante 1500. Era il 1964 e non eravamo i classici migranti che prendono il treno dal binario 11 con le valigie di cartone: eravamo ben vestiti e con qualche soldo in tasca. Ci sentivamo come i pionieri di una nuova forma di emigrazione. Essendo poi io un ragazzo di paese, con l’indole di ribellarsi alle decisioni del padre, iniziai a guardarmi intorno per diversificare le opportunità di guadagno. A 18 anni conobbi una ragazza, Roswita, di cui mi innamorai pazzamente e che è stata mia moglie fino a che non è mancata. Una donna che mi ha sempre spronato e mi ha permesso di diventare quello che sono oggi. I lavori occasionali che facevo mi portarono poi a frequentare quell’alta società, che alla fine mi ha permesso di entrare nel cinema. Prima però entrai nel mondo del fashion, in quanto l’allora mia fidanzata era un’indossatrice. Un giorno accompagnai delle colleghe a un casting per un prodotto svizzero, Binaca. La produzione era americana, la BFB di New York. Mentre mi fumavo una sigaretta in disparte un membro della troupe mi pregò di unirmi ai candidati. Non avevo mai visto una telecamera e declinai, ma l’uomo mi invitò a presentami il giorno dopo per un provino individuale. Mi trovai in uno stanzino al terzo piano di un palazzo, in cui l’unico arredo era un tavolinetto con un registratore. Dopo dieci minuti entrò un ragazzone biondo tutto vestito di bianco: «I’m Vernon Lasby, the coreographer. Walk still!», mi disse. Ma come facevo a camminare stando fermo? «Le ragazze mi hanno detto che sei un attore?». Possibile che io fossi un attore? Perché no? Dopotutto attori si nasce e io avrei potuto diventarlo. Mi disse che ero stato scelto come protagonista di quella pubblicità per una cifra per la quale sinceramente sarei andato anche oltreoceano camminando sull’acqua! Per tre giorni sul set ero diventato la sua marionetta. Finito il lavoro mi offrirono un contratto di tre anni a New York… ma non potevo lasciare la mia ragazza! Rifiutai.

Il tuo primo film fu un autentico apripista di tutto un nuovo cinema, decisamente più libero del passato.

Dopo un anno mi mandarono delle foto del lavoro di cui ti dicevo con le quali mi presentai a un regista tedesco che mi volle per i miei primi sei film della commedia erotica. Eravamo agli inizi del 1969. Presto mi resi conto che avevo bisogno di una preparazione attoriale e così frequentai più tardi i corsi del Theather Hauss di Berlino dove i maestri della scuola di Lee Strasberg insegnavano il metodo Stanislawsky. Il primo film inizialmente si chiamava L’occasione fa il… Ma non era il titolo giusto per attirare il pubblico, che in quel momento era affamato di sesso.

Serviva un titolo che sfidasse la censura ed ecco, che a film finito e montato nacque il titolo Graf Porno e le sue ragazze. Dove Porno è il nome di un conte che organizza innocui party. Era un modo per invertire la parola pornografia. La censura diede il via libera e il pubblico convinto di vedere pornografia invase i cinema. Il film costò l’equivalente di 300000 di lire e incassò 4 miliardi! Girammo per 25 giorni lavorativi per 16 ora al giorno, come fossimo dei moderni schiavi.

I tuoi film degli anni Settanta hanno contribuito sostanzialmente a un complessivo processo di liberazione sessuale. Eri conscio del fatto che questi film avrebbero segnato un’epoca?

Sì, siamo stati proprio noi lo spartighiaccio, i pionieri di qualcosa che in Italia è arrivato dopo. Questi film hanno contribuito a cambiare il comune senso del pudore, era una vera e propria liberazione. Gli schermi erano invasi da trasparenze e intimo, aprendo il sipario alla fine sul nudo vero e proprio. Ero troppo giovane e incosciente per rendermi conto di dove mi ero cacciato! Solo più tardi mi resi conto di quale importanza avevano questi film. Io che avevo studiato in seminario, ero finito nel vortice del peccato.

Alcuni tuoi film sono diventati anche in Italia paradigmatici di tutto un filone del cinema tedesco, penso a Sesso sole e pastorizia o a La Locanda dall’allegra mutanda. Quali sono i film della commedia erotica tedesca, di cui sei interprete, che ritieni più rappresentativi?

Tra i miei preferiti ci sono oltre a quelli che hai citato: Le porno contadine, Il tango del materasso, Il punto caldo, Tanti saluti dai pantaloni di pelle e Quando le ragazze suonano la tromba per le manovre. Tutti titoli psicologicamente studiati per ottemperare ai desideri di un pubblico che stava cambiando. La massa scopava e faceva figli con il nostro contributo!

Quali erano le condizioni produttive in cui ti trovavi a lavorare? Quante settimane di lavorazione erano necessarie per ogni film? I film erano girati in presa diretta oppure venivano doppiati? Qual era il tuo rapporto con le tante bellissime partner femminili che hai avuto?

Parlare di condizioni produttive è come dare un colpo sotto la cintura! Dimenticati delle condizioni sindacalmente accettabili… Eravamo gli schiavi bianchi del sesso… ogni film durava venticinque giorni. Sì girava con la 35mm, che con il suo classico ronzio inevitabilmente costringeva al doppiaggio. Le mie partner erano tutte belle e ci legava il dover lavorare in condizioni frustranti. Ero molto stimato da loro per il fatto di essere sempre disciplinato e professionale, sempre attento alle regole, in qualche modo mi proteggevano. C’era anche la provocazione, certo, ma ci si rideva e scherzava sopra. Devo dire che ero privilegiato quanto a libertà di interpretazione concessami, avevo infatti carta bianca in merito alle scene comiche. Sai i nordici non hanno molto senso dello humor, ma io conoscevo il mio pubblico.

Qual era il rapporto con la censura? Quanto era possibile mostrare sullo schermo senza che intervenissero gli organi amministrativi? 

La censura a quei tempi non era molto elastica, quindi nessuna inquadratura di pubi, maschili o femminili. Seni e sederi si potevano mostrare in quantità. Poi le cose cambiarono e progressivamente gli operatori iniziarono a inquadrare sempre più parti del corpo “proibite” senza che gli attori potessero farci molto…

Il tuo era sempre il personaggio dell’italiano all’estero, un personaggio comico, ma profondamente realistico, in cui tanti connazionali in Germania immagino si riconoscessero.

Sì può dire che interpretavo la caricatura dell’emigrante, ma questo mi dava una grande sicurezza, in fin dei conti ero diventato popolare in una nazione non facile come la Germania. Usavo un tedesco maccheronico caratterizzato da inflessioni e parole dialettali riferite al luogo da cui di volta in volta provenivano i miei personaggi. Ero contento di alleggerire la vita di tanti connazionali che per mesi erano lontani dalle loro mogli e dalle loro famiglie. Mi sembrava di fare un’opera di carità. All’epoca c’erano sale da 900 posti. Quando si accorgevano della mia presenza in sala volevano parlarmi e toccarmi, ero il loro idolo. Io non dimenticavo mai di essere stato uno di loro, un emigrante.

Hai lavorato con molti registi austriaci, che differenza c’era con quelli tedeschi?

I registi austriaci erano più vicini alla mia sensibilità, mi lasciavano più spazio nella realizzazione della scena. Quelli tedeschi erano più pignoli, più rigidi, più attenti alla tecnica e sempre pronti ad attenersi alle esigenze del copione. Erano tutti registi velocissimi, molto preparati e sempre in grado di soddisfare le esigenze di produttori avidi, la cui prima regola era risparmiare. Al massimo si facevano due prove e poi si girava! Io rispettavo le regole, altrimenti non avrei girato 90 film e 150 telefilm.

Hai avuto negli anni Settanta anche dei contatti con il cinema italiano, mi riferisco al dittico Che stangata ragazzi! e Che matti ragazzi!, diretto da Ernst Hofbauer, e al western Prima ti suono e poi ti sparo! di Franz Antel. Che differenze trovavi all’epoca tra il cinema tedesco e quello italiano? 

Ho avuto la fortuna di lavorare nei film che hai citato, ma sempre come attore in quota tedesca e in coproduzioni tra Italia, Germania e Austria. Recitavo in due lingue! Il mio sogno sarebbe stato quelli di recitare in produzioni tutte italiane con registi italiani, ma questi avevano già i loro pupilli, quindi non ci fu niente da fare. A me sarebbe piaciuto recitare nei diversi dialetti.

Sei stato guest star in diversi episodi de L’ispettore Derrick, una serie popolarissima anche in Italia. Poi negli anni ottanta la tua carriera è proseguita, ma a un certo punto ti sei dedicato alla ristorazione. 

Nella tv tedesca ho lavorato anche in diversi serials e sitcom e anche in programmi per ragazzi dove ero l’elemento comico. Tutti questi ruoli mi hanno permesso di recitare più tardi in film internazionali, in film di mafia o storici. Film come The Slavers, La corona spezzata… La mia professionalità di attore è stata confermata da ruoli sempre diversi, tanto che alla fine mi avevano ribattezzato il camaleonte. Quando le forze sono iniziate a venire meno ho aperto il Ristorante Buon Gusto Talamonti.

Hai vissuto tante vite, sei stato anche attivo nel mondo della calzatura… 

Quell’attività la portavo avanti parallelamente a quella cinematografica. Il lavoro cinematografico poteva interrompersi in qualsiasi momento… tanto che non so se posso dire di avere avuto una vera carriera, ma devo sempre ricordare che ho avuto accanto una donna straordinaria, Roswita, senza la quale non avrei potuto fare niente di quello che ho fatto. In qualche modo il mio può essere un cammino di insegnamento ai giovani, che con lavoro e fortuna possono realizzare i loro sogni e anche questo che mi ha spinto a scrivere il libro che a breve uscirà sulla mia vita, professionale e privata.

L'autore

Fabio Melelli
Fabio Melelli, laureato con lode in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale all’Università di Bologna con una tesi in Filologia del cinema, storico e critico del cinema, giornalista, attualmente insegna Storia del cinema 1 e 2 e Storia della televisione e dello spettacolo televisivo nel corso di Cinema e Audiovisivo dell’Accademia di Belle Arti di Perugia e Cinema italiano nel mondo nei corsi di Lingua e cultura italiana dell’Università per Stranieri di Perugia. Nel 2021 e nel 2023 è membro della commissione istituita dal Bando Umbria Film Fund, per l’assegnazione di fondi alle produzioni audiovisive. Dal 2020 è membro della commissione di esperti in materia di spettacolo della Regione Umbria prevista dal bando della legge regionale 17/2004. Nel settembre 2024 viene nominato, in qualità di esperto, nella Commissione cinema del Ministero della Cultura, istituita per la selezione dei progetti e per la concessione di contributi di cui all’articolo 26 della legge 14 novembre 2016, n. 220. Al suo attivo numerose pubblicazioni, tra cui una quarantina di volumi.