avvenimenti · In primo piano

Dino Buzzati e Anna Maria Ortese: visioni del non umano. Dialogo con Marco Ceravolo

La foto di copertina è di Martina Ceravolo

Marco Ceravolo è Postdoctoral Fellow presso il Dipartimento di Italiano dell’Università di Toronto. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Italian Studies all’University College Cork (Cork, Irlanda). Le sue ricerche in letterature comparate indagano le relazioni tra umano e non umano, adottando un approccio interdisciplinare e di genere, che integra ecofemminismo e animal studies. È autore di articoli pubblicati su riviste scientifiche e di divulgazione, e ha co-curato lo special issue Italian Girlhoods and Other Brilliant Friends (altrelettere, 2022) e la raccolta Italian Studies Across Disciplines: Interdisciplinarity, New Approaches, and Future Directions (Aracne, 2022). A settembre 2024, è stato insignito del premio “Per conoscere Dino Buzzati”, un riconoscimento che attesta il suo contributo innovativo allo studio dell’opera dell’autore bellunese.

Di recente ha pubblicato per Carocci Editore: Illuminare un po’ l’inferno. Simbologie del non umano in Dino Buzzati e Anna Maria Ortese (Carocci, 2024), un volume in cui analizza le simbologie del non umano e la poetica animalista di due degli autori più significativi del Novecento.

Carissimo Marco Ceravolo, la ringraziamo per aver accettato questa intervista per Insula europea. Per iniziare, quali sono state le motivazioni e gli obiettivi principali che l’hanno portata a studiare le rappresentazioni simboliche del “non umano” nelle opere di Dino Buzzati e Anna Maria Ortese?

Ringrazio voi per l’invito. Tutto deriva dal mio personale interesse per la materia non umana, assieme alla passione per il fiabesco e il magico, per narrazioni, immagini, visioni che valicano la soglia del reale e raccontano ciò che ai più rimane invisibile. Questo dovrebbe bastare per giustificare la scelta di autori come Dino Buzzati e Anna Maria Ortese, tra i più affascinanti interlocutori con l’alterità, con l’altro da noi, con entità che soffrono nella loro invisibilità e a cui bisogna dare necessariamente una voce. Obiettivo ultimo era così comprendere le modalità di rappresentazione dell’altro e risalire al profilo “zoofilo” degli autori.

Il titolo del suo libro, Illuminare un po’ l’inferno, sembra suggerire una tensione simbolica tra luce e ombra, soprattutto in relazione al mondo animale e al “non umano.” Come mai ha scelto questa espressione e in che modo riflette l’idea centrale del Suo lavoro?

È un’espressione di Ortese tratta da un documento inedito conservato all’Archivio di Napoli. Ortese scrive che “il compito di uno scrittore è illuminare un po’ l’inferno”, di “ridare l’alba” a chi è stato condannato al buio, a chi è stato inflitto il dolore, perché nessuna creatura vivente, neanche la più vile, merita il supplizio come quello inflitto ai condannati a morte per i quali l’autrice si batté negli ultimi anni di vita attraverso i suoi appelli. Il riutilizzo dell’espressione mi ha permesso di universalizzare un’immagine di per sé potentissima, come quella di uno scrittore che vaga nell’oscurità con la sua penna-lume, portando con sé luce e conforto. 

Buzzati e Ortese sono spesso associati a una sensibilità unica verso temi sociali ed ecologici. Qual è, a Suo parere, il contributo distintivo che entrambi offrono alla letteratura italiana e al dibattito culturale contemporaneo?

Il volume ha preso in considerazione il non umano, ma ha voluto anche far emergere alcuni temi sociali molto cari agli autori. Quello ecologico, ad esempio, affiora in contrasto a una visione antropocentrica del mondo, quando questi sollevano una critica al dominio dell’umano sugli animali e sulla “natura che soffre”. È anche ciò che più lega gli autori a Giacomo Leopardi e alle sue riflessioni sulla natura tradita in virtù di qualcosa di tanto vile, come il progresso. Buzzati e Ortese sembrano attualizzare la dialettica sulla natura leopardiana, situandola in un momento direi paradigmatico per l’intera storia dell’umanità, come quello degli anni ’50 e ’60, gli anni del boom, in cui la scienza ha dato molti dei suoi “migliori” frutti, alcuni dei quali discutibili per B. e O.

Nel panorama letterario e culturale del Novecento, pochi scrittori e scrittrici si sono spesi con tanta veemenza su argomenti spinosi quali la vivisezione, gli esperimenti spaziali, il vegetarianismo e, per Ortese, le ingiuste detenzioni e la pena di morte. Alcune loro opinioni risultarono spesso impopolari e produssero non pochi attriti, penso alle posizioni fermissime di Buzzati contro la sperimentazione animale e la loro reclusione negli zoo, o agli appelli di Ortese per la liberazione del generale delle SS Erich Priebke.

Ammiro e invidio questa loro libertà e piena onestà intellettuale. La posta in gioco era alta, specie per Ortese, autrice sempre al margine e condannata per tanti anni all’oblio, lontana dai riflettori e spesso in aperto conflitto con le dinamiche editoriali e culturali del suo tempo. Rispetto a Ortese, donna e scrittrice di genere fantastico (due elementi letali per una donna sola di primo ‘900), Dino Buzzati proviene da un contesto di evidente privilegio. Sappiamo che le sue origini erano borghesi, che beneficiò di una buona formazione scolastica e di una stabilità economica (di nuovo, al contrario di Ortese) che gli consentirono di trovare posto nella redazione del Corriere della sera e di integrarsi nel vivace ambiente culturale di Milano.

Resta ancora moltissimo da dire a riguardo – per Ortese, nel mio piccolo, mi sto premurando di fare luce su alcuni scritti ancora inediti. Certo, il libro non poteva restituire su tutti i tasselli che costituiscono l’impegno morale e civile dei due autori, tuttavia, queste pagine presentano alcuni discorsi preliminari dai quali potranno diramarsi studi più specifici sui temi qui citati – nel caso di Buzzati, inoltre, faccio presente la difficoltà di accedere al materiale inedito, essenziale per avanzare criticamente nella produzione dell’autore sul piano sia testuale che paratestuale.

Il rapporto tra umano e non umano, al centro del Suo studio, sembra rivelare una prospettiva critica e interdisciplinare. Quali crede siano le implicazioni più profonde di questa chiave di lettura per comprendere appieno le opere dei due autori?

Penso che la prospettiva interdisciplinare mi abbia permesso di leggere le opere degli autori in maniera trasversale, di condurre analisi stratificate e di relazionarmi, non solo al prodotto in sé, ma anche agli elementi culturali che a esso gravitano intorno. Senza il cappello teorico degli animal studies e dell’ecofemminismo non credo sarei riuscito a penetrare così a fondo nel discorso concernente l’aspetto simbolico del non umano in B. e O.. In questo è stata decisiva la supervisione di Silvia Ross, la prima, assieme ai componenti del Dipartimento di Italiano dell’University College Cork, ad aver creduto nel mio progetto di ricerca. Silvia Ross mi ha avviato alla carriera fornendomi gli strumenti critici e il supporto necessarii – anche e soprattutto morale – per formarmi in quanto accademico, non solo per portare a casa una tesi di dottorato e il libro che ne ha fatto seguito.

Gli animal studies hanno consentito di comprendere le ragioni della centralità dell’animale, in primis, sul piano personale degli autori – checché ne dicano coloro che interpongono, talvolta inutilmente e in maniera troppo tranchant, un muro tra l’operato e l’autore –, in secundis la loro produzione letteraria e giornalistica, attraverso cui questa etica del soccorso filtra in maniera tangibile. Come sostiene Peter Singer, celebre per il manifesto antispecista Animal Liberation, bisognerebbe ripensare l’assetto antropocentrico della società e superare le barriere di specie, così da conferire agli animali gli stessi nostri diritti. Un discorso, questo, che è centrale in Anna Maria Ortese. È stato curioso constatare come lo stesso concetto di Singer fosse trasposto nella medesima maniera in una lettera inedita di Ortese a Oriana Fallaci, da me trattata nel volume. Dubito Ortese avesse letto i capisaldi della corrente antispecista novecentesca come Singer o Tom Regan, eppure, anche lei concepisce l’altro in quanto entità «che non ha diritti riconosciuti dalla mia legge, e perciò posso abusarne, e infliggergli dolore, quanto voglio: nessuno mi punirà» (Ortese in Ceravolo, p. 147).

Le letture in chiave ecofemminista mi hanno invece permesso di constatare una associazione del femminile alla sfera del naturale, operazione rivelatasi sistematica in ambo gli autori; al contempo, mi interessava capire se questo nesso simbolico portasse dietro una serie di problematicità che non potevano passare inosservate. Prendiamo i dipinti di Dino Buzzati a sfondo femminile: in una sostanziosa mole opere pittoriche, le donne sono raffigurate in una posizione di svantaggio, di umiliazione, animalizzate, martirizzate e addirittura mangiate. Osservando come il fenomeno vedesse implicate solamente le donne, d’istinto ho creduto che la lente ecofemminista potesse facilitarne la lettura, risalire a una visione buzzatiana del femminile a mio avviso problematica – vedasi il dipinto Ucci ucci. Premiata Macemallecelleria, analizzata con un occhio rivolto al manifesto ecofemminista vegano di Carol J. Adams, The Sexual Politics of Meat.(Pag 65)

In che misura il Suo lavoro dialoga con gli studi precedenti su Buzzati e Ortese? Pootrebbe raccontarci in che modo il Centro Studi Buzzati ha contribuito alla Sua ricerca?

 Per quanto riguarda Ortese, oltre alla monumentale biografia di Luca Clerici (2002), devo tanto agli studi di Angela Borghesi, Monica Farnetti, Vilma de Gasperin e Silvia Zangrandi, che hanno fornito tutto il repertorio critico attorno allo spirito caritatevole di Ortese e al suo amore per gli animali. Al di là del rigore accademico, nei loro scritti traspare una straordinaria sensibilità e riverenza verso una delle autrici più complesse della nostra tradizione letteraria.

La parte più complessa è stata però trovare una quadra tra gli studi qui citati e i materiali inediti conservati al Fondo Ortese, che frequento oramai periodicamente dal 2018. Mi sono confrontato con un’Ortese anch’essa inedita, una radicale, diffidente e critica verso le correnti femministe, l’aborto e le detenzioni che riteneva ingiuste. Anche l’incontro con la giornalista Alessandra Farkas è stato decisivo in ciò, con cui Ortese era in contatto negli ultimi anni di vita. Nelle lettere che Farkas mi ha gentilmente ceduto – alcune le troviamo in appendice al volume – emerge quel dolore asciutto, ma profondo, che affliggeva la Ortese autoesiliata a Rapallo, eppure in continua relazione col mondo esterno. Un mondo che via, via sopportava sempre meno, e “le cui ferite tanto piangeva” (Cfr. Citati).

Nel caso di Buzzati, il mio lavoro interloquisce con gli splendidi lavori critici di Giovanna Ioli e Valentina Polcini, ma anche con quelli di Nella Giannetto, mentre, sul piano artistico-pittorico, devo tanto alle intuizioni di Roberta Coglitore.

I loro scritti, assieme agli appassionanti scambi con la responsabile del Centro studi Dino Buzzati, Patrizia dalla Rosa, e al Presidente dell’Associazione, Marco Perale, mi hanno permesso di accedere a un tuttotondo di di Dino Buzzati, personaggio poliedrico e altrettanto singolare. Il primo incontro con Dalla Rosa risale al 2022, presso il Centro Studi Buzzati di Feltre: avevo da poco completato la stesura del primo capitolo, un salto nel vuoto perché era la prima volta che mi approcciavo criticamente a Buzzati. Dalla Rosa è riuscita a placare le mie incertezze laddove io avanzavo solamente dubbi e timori, specie in merito alle battute finali del Capitolo 3, in cui contesto il presunto vegetarianismo di Dino Buzzati. Le perplessità sul fronte pittorico sono state invece mitigate dal Professor Marco Perale ma, soprattutto, dalla Professoressa Eloisa Morra (Università di Toronto), un faro nel buio nel processo di stesura del capitolo buzzatiano e, successivamente, di pubblicazione del librino che oggi abbiamo tra le mani.

Buzzati e Ortese costruiscono narrazioni ricche di simboli e figure non umane che sembrano rispondere a questioni socio-ecologiche ancora attuali. In che modo, secondo Lei, le loro opere riescono a interrogare i dilemmi del rapporto tra cultura e natura?

Nell’universo narrativo di B. e O., è proprio il non umano che consente di interrogarsi, su larga scala, sul rapporto idiosincratico tra cultura/natura. Entrambi gli autori mettono a loro modo in scena tale conflitto, un binomio spesso rappresentato da un uomo e dal suo desiderio di dominio sulla natura, intesa come entità debole sulla quale la cultura esercita un’oppressione. Ne Il segreto del Bosco Vecchio, il colonnello Procolo assume il ruolo della cultura che vuole conquistare e distruggere la sacra raduta boscosa, mentre il giovane Benvenuto, di cui il primo vorrebbe disfarsi, afferisce alla natura e alla sfera dell’infanzia.

Ortese, in Alonso e i visionari, narra di un puma che cade vittima della umana ratio, martire e assieme testimone celeste che fa ritorno in terra per perseguitare coloro che hanno “voltato le spalle alla natura”.

Nelle opere degli autori discerniamo, se non un suo ribaltamento, quantomeno un’inclinazione dell’asse antropocentrico, in cui la centralità dell’umano è contestata a favore dell’altro. Buzzati, ad esempio, narra di cani che si elevano a figure autoritarie o divine, capaci di giudicare le azioni degli agenti umani. Ortese, da parte sua, denuncia la violenza umana azzardando un paragone tra gli orrori della Shoah e la condizione degli animali da laboratorio o da macello.

Chi legge non può non accorgersi del senso plurale presente nelle loro narrazioni, testi in cui traspare, in filigrana, la salvaguardia della natura e la condizione degli animali, anticipano tematiche che sono ancor’oggi al centro del dibattito ecologico e animalista. 

Nel suo libro approfondisce il legame tra natura e infanzia nelle opere di Buzzati, un tema che richiama riflessioni romantiche ed ecologiche. Come interpreta questa relazione e quali spunti ritiene che possa offrire al lettore contemporaneo?

Buzzati è un autore in continuo dialogo con l’universo infantile. Non son certo abbia attinto anche lui dalla lectio pascoliana, ma l’esperienza infantile è determinante su ambo i piani narrativi e pittorici. Nel Cap. 1 tratto la romanticizzazione dell’infanzia accostata a uno “stato di grazia”, una fase dell’io di innocenza e di armonia con la natura. Al polo opposto, troviamo l’adulto assorto nelle sue logiche di dominio sull’ambiente e sulle sue creature. Nel romanzo secondo di Buzzati, l’infanzia fa anche da ponte tra umano e non umano; diverse sono le occorrenze in cui i bambini dialogano con gli animali, e ciò perché hanno pieno accesso agli incanti del Bosco Vecchio rispetto all’adulto, che ha perduto ogni riferimento con la natura primordiale – ritorna qui Leopardi.

Lo stato di grazia, tuttavia, è destinato a sparire in ognuno di noi, una “rottura” permanente che segna l’incapacità di entrare in potenziale relazione col non umano. Su questi termini si chiude anche Il segreto, quando il dodicenne Benvenuto viene informato dal Vento Matteo che, una volta cresciuto, non capirà più molte cose: “non li capirai più, quando parlano, gli alberi, né gli uccelli, né i fiumi, né i venti”.

Gli spunti di riflessione sono anche qui molteplici, e parlo sempre in termini buzzatiani: uno sguardo più infantile sulle cose, uno più imparziale e docile, forse permetterebbe di empatizzare più agevolmente con ciò che ci circonda, specie in un’epoca in cui l’internet ha assunto un ruolo totalizzante nelle nostre vite, una realtà artificiale che ha assorbito noi tutti. Penso che un Buzzati, oggi, impazzirebbe al cospetto della crescente alienazione sociale amplificata dai social network e dalla distanza che questi creano rispetto alla realtà tangibile. Immagino appelli accorati sul Corriere della Sera, sull’urgenza di ristabilire un rapporto autentico e rispettoso, non solo con la natura, ma con l’autentico “reale”.

Artwork – Marco Ceravolo
Artwork – Marco Ceravolo

Ha introdotto il concetto di “poetica zoofila e antispecista” come chiave interpretativa delle opere di Buzzati e Ortese. Potrebbe spiegare più nel dettaglio cosa intende con questa definizione e fornirci un esempio significativo tratto dalle loro opere?

Quella di B. e O. è una palese “poetica zoofila e antispecista”. Ìmpera una devozione profonda verso gli animali, esseri senzienti con una propria dignità e individualità. Buzzati, ad esempio, si pone spesso interrogativi su come “il grande male di noi uomini, il quotidiano affanno, stia estendendosi al regno animale”, mentre, in un racconto degli anni ’50, rifletteva su un dolore che abbraccia l’intero creato di cui anche le bestie fanno parte: “chi più chi meno, tutte le bestie partecipano di quel grande mistero del creato, che si chiama dolore; ed è questa sofferenza, che, in tutti i minuti, del giorno e della notte, da tutte le parti della Terra, invoca la nostra comprensione” (Buzzati, Il Bestiario, Vol. 1, 2015).

Per O., gli animali sono invece Piccole Persone, nostri “fratelli diversi”: «Ritengo gli Animali Piccole Persone, fratelli «diversi» dell’uomo, creature con una faccia, occhi belli e buoni che esprimono un pensiero, e una sensibilità chiusa, ma dello stesso valore della sensibilità e il pensiero umano, soltanto lo esprimono al di fuori del raziocinio o ragione per cui noi andiamo noti, e ci incensiamo tra noi.» (Le Piccole Persone, 2016).

L’antispecismo detta invece le linee filosofiche e di metodo per trarre le fila di questa poetica zoofila, ponendo le sue fondamenta sul principio di non discriminazione tra specie e promuovendo il riconoscimento dei diritti agli animali non umani e la parità di trattamento sul piano etico e morale. Precetti che B. e O. fanno propri, motivo per cui li definisco “scrittori antispecisti ante litteram“.

Nel capitolo dedicato a Ortese, esplora il valore simbolico delle sue creature. Come interpreta il loro significato e in che modo riflettono la visione etica e poetica dell’autrice nei confronti dell’umanità e della natura?

Quelle di Ortese sono figure spesso ai margini della società e caratterizzate da una natura ibrida – si pensi a L’Iguana, romanzo anch’esso stratificato, in cui s’intesse una critica al colonialismo e al capitalismo d’occidente. O. mette qui in scena alcuni meccanismi di oppressione che possono applicarsi tanto agli animali quanto ad altre categorie sociali marginalizzate, come “bambini, vecchi senza denaro, giovani senza destino” (Ortese in Ceravolo, p. 116).

Qualcosa di simile accade anche nel racconto inedito, e mai preso in considerazione dalla critica, La Volpicina (Cap. 5), che O. aveva scritto e pensato per un pubblico infantile ma che, infine, non vide la luce e rimane così conservato al Fondo Ortese. Protagoniste sono qui due volpi, madre e figlia, che vivono nella miseria più totale ma che troveranno la via del riscatto grazie al coraggio della piccola Lolotta.

In Alonso e i visionari il paradigma muta in qualcos’altro, il puma Alonso assume una valenza cristologica (Cap. 4) perché con la sua morte, causata dalla “cultura umana”, l’animale diventa emblema di una giustizia divina, di vendetta contro quei portatori di ratio che nel loro cammino, scrivevo, offendono, deturpano, annientano.

Siano essi animali o figure antropomorfe, le creature ortesiane incarnano la vulnerabilità e la fragilità delle cose, si collocano in una “dimensione immaginifica [quella ortesiana] votata a una costante celebrazione dell’altro, nonché, anche qui, alla sua tutela” (Ceravolo, p. 16). Sono molto più che semplici personaggi animaleschi, sono sineddochi che rimandano a un vilipendio che è universale e che riflettono la visione ortesiana del mondo che quotidianamente soffre.

Artwork – Marco Ceravolo
Artwork – Marco Ceravolo

Quali progetti futuri ha in programma? Tornerà a occuparsi di Dino Buzzati o di tematiche simili?

A dir la verità, non so. Anzitutto aspiro a mantenere i nervi sempre saldi in un settore – quello accademico – in cui vedo sempre più dilagare una tronfia comptetitività mista a un forte conservatorismo delle idee, due elementi che “intossicano” un ambiente che dovrebbe fare l’opposto: spingere al dialogo, alla collaborazione, al continuo scambio e confronto. Questo è ciò accade tra dottorandi e miei pari, mentre, salendo di grado, ci si inoltra in un ambiente ancora troppo permeato di classismo e attaccato alle strutture gerarchiche, tramite cui si delegittima con facilità chi sta nei gradi inferiori.

Qui potrebbe tornare utile proprio quel “femminismo” tanto usato/abusato in sede critica da coloro che abiurano i suoi più elementari insegnamenti nella vita reale, che lo riducono a etichetta da apporre qui e lì, sui contributi critici e sui profili online. Ciò accade in Italia ma anche all’estero, e da parte di dottorandi e ricercatori, ma anche di professori e professoresse – alcuni/e insospettabili – che non si fanno scrupoli ad abusare del proprio ruolo, del proprio privilegio, per ostacolare chi gravita loro intorno.

Tornando a noi. Negli ultimi anni ho vissuto un po’ qui e lì, tra l’Italia e l’estero, con lo stesso fare vagabondo di Ortese. Scrivo adesso da Napoli, dove sto portando a termine un progetto che vede coinvolta proprio una selezione di documenti inediti di Ortese conservati all’Archivio di Stato. Per quanto riguarda Buzzati, con Eloisa Morra sto curando un numero dei Quaderni del Centro Studi Buzzati e, parallelamente, sto chiudendo un articolo sul tema “donna-città-inferno” in alcuni dipinti di B. e che dovrebbe uscire per un numero di Studi Buzzatiani.

Infine, sto mettendo su un corpus di saggi di natura femminista, che mi permetteranno di avanzare ancora più a fondo nel discorso non umano o, meglio, a indagare la presenza di entità ibridate che sopravvivono in contesti postumani – altro, per ora, meglio non dire.

Farò poi ritorno in Calabria, al mare, a riflettere sul da farsi tra altri libri, cani e gatti randagi. Trascorro lunghe giornate in totale silenzio, in cui raccolgo le idee. Da lì, infine, riparto.

 

anna.raimo@live.it

L'autore

Anna Raimo
Anna Raimo è nata a Pisa il 25 dicembre 1995. Laureata magistrale con il massimo dei voti in Linguistica e didattica dell’italiano nel contesto internazionale presso l’Università degli Studi di Salerno e l’Universität des Saarlandes di Saarbrücken, ha in seguito conseguito un Master di II Livello in Didattica dell’Italiano L2 presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla linguistica e didattica della lingua italiana alla storia, letteratura e poesia contemporanea. Si è infatti occupata dell’italiano dei semicolti nella sua tesi di Laurea Magistrale e ha recentemente pubblicato un articolo su una particolare varietà della lingua italiana: "L’e-taliano: uno scritto digitato semifuturista?", in (a cura di S. Lubello), Homo scribens 2.0: scritture ibride della modernità, Franco Cesati Editore, Firenze 2019, pp. 159-164. Tra i suoi autori preferiti vi sono Mario Vargas Llosa, Jung Chang, Philip Roth, Azar Nafisi, Orhan Pamuk, Anna Achmatova, Rainer Maria Rilke, Federico García Lorca, Alda Merini, Bertolt Brecht e Wisława Szymborska. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura di poesie e i viaggi, soprattutto in Germania, paese di cui adora la storia, la cultura, l’arte e i magnifici castelli.