Teresa Agovino è una studiosa di letteratura italiana e docente presso l’Università Mercatorum. Da anni si occupa dell’opera di Alessandro Manzoni e della sua fortuna nella letteratura moderna e contemporanea, ma anche del rapporto tra letteratura e giustizia e di autori quali Primo Levi e Andrea Camilleri. Tra le sue pubblicazioni si ricordano Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento (Sinestesie, 2017), I conti col Manzoni (La scuola di Pitagora, 2019), «Non basta essere bravi. Bisogna essere don Rodrigo»: Social, blog, testate online, Manzoni e il grande pubblico del web (Armando, 2023) e Tribunali di carta. Il problema della giustizia in letteratura (Ledizioni, 2025).
Nel suo ultimo libro, A Milano con Alessandro Manzoni. Inseguendo un uomo inquieto (Giulio Perrone Editore, 2026), Agovino accompagna i lettori alla scoperta della Milano manzoniana, intrecciando luoghi, storia e vicende personali. Ne emerge un Manzoni diverso da quello che molti ricordano dai banchi di scuola: un uomo inquieto, riservato, talvolta ironico, profondamente legato alla sua città e protagonista, spesso suo malgrado, di un’epoca di grandi trasformazioni.
Carissima Teresa, ti ringrazio innanzitutto per aver accettato questa intervista per Insula europea. Da molti anni ti occupi di Alessandro Manzoni, al quale hai dedicato numerosi studi. Con questo volume, però, ti rivolgi anche a un pubblico più giovane, attraverso la collana Passaggi di dogana Young. Nei ringraziamenti racconti che Isabella Becherucci ti ha proposta per questa nuova avventura editoriale. Com’è nata l’idea del libro?
Grazie innanzitutto a te per l’attenzione che hai dedicato al mio libro. Tutto è nato da una telefonata, che Isabella mi fece diversi mesi fa, chiedendomi se avessi tempo e voglia di avviare un nuovo lavoro su Manzoni, ben diverso da quelli affrontati finora. Lei aveva già lavorato per Perrone, su Manzoni, con Gli amici di Brusuglio (un libro molto interessante, che consiglio a tutti e che mi è stato di grande aiuto nella parte biografica) ma in quel momento, presa da tanti impegni, non riusciva a cimentarsi anche in questa nuova impresa. Quanto a me, venivo da tre anni in cui avevo scritto tre libri in successione e pensavo che mi sarei fermata per un po’, ma quando ho ascoltato la proposta di Perrone mi è piaciuta a tal punto che il giorno dopo ero praticamente già all’opera! Insomma, dedicare il libro a Isabella e ringraziarla nel finale, mi sembrava il minimo …
Il percorso attraverso la Milano manzoniana era già un tuo progetto o è nato dal confronto con l’editore?
Il progetto rientrava nella collana Passaggi di dogana young, una sottocostola della celebre Passaggi di dogana, dedicata però questa volta a un pubblico più giovane. L’idea di base, quindi, era editoriale e avevo impostazioni strutturali predefinite sulla lunghezza e il genere del testo da realizzare; per il resto ho avuto massima libertà.
Com’è stato scrivere per lettori più giovani, dopo tanti anni di ricerca sull’opera di Manzoni?
Riuscire a semplificare qualcosa di tanto complesso è un’operazione che richiede molto studio e anni di intenso lavorìo. Scrivere di Manzoni sapendo che ti leggeranno i manzonisti è un’operazione relativamente più semplice rispetto al farlo per degli adolescenti che già partono prevenuti sull’autore e sul contenuto dell’opera. Far amare Manzoni a chi lo disprezza in maniera del tutto pregiudizievole o, nel migliore dei casi, lo ignora nell’attesa di passare al prossimo autore da studiare a scuola, è una vera e propria sfida, che tento tra l’altro da anni anche con i miei stessi studenti. Questa volta mi è capitato di farlo più in grande e per un pubblico più ampio e più giovane. Una sfida vera e propria.
Nella premessa scrivi che la vera protagonista del libro è Milano. Attraverso le sue strade incontriamo la città di Renzo, quella di Manzoni e quella dei nostri giorni. Il racconto non segue un ordine cronologico, ma si sviluppa attraverso i luoghi. Perché hai scelto questa struttura e che cosa può raccontarci una città della vita e dell’opera di uno scrittore?
Di biografie manzoniane le nostre biblioteche abbondano; davvero non ne serviva un’altra che cronologicamente impostasse le solite tappe note (il Fermo, la Ventisettana, la Quarantana …). Stessa cosa per i saggi incentrati unicamente sui luoghi manzoniani. Volevo creare qualcosa che potesse davvero attrarre un pubblico più giovane, qualcosa che sarebbe piaciuto leggere anche alla me adolescente. Ne è venuto fuori un testo che di per sé è una “serie tv in forma scritta”, titoli di coda compresi. Non ho nemmeno steso i capitoli in ordine, anzi, ci ho volutamente lavorato “a salti”, per cercare di rendere davvero gli “stacchi di scena” così come apparivano nella mia mente. Pare che questa scelta si sia rivelata vincente, perché i giovani lettori hanno immediatamente colto il volume in questo senso, come una successione di capitoli che in realtà è una vera e propria serie di puntate di una storia fatta di flashback e flashforward, una storia vera che sembra romanzata e che si vuole arrivare “a sapere come va a finire”, nonostante parta già dalla fine. C’è anche un progetto, ideato da Francesco Gallina e chiamato ECFRASI, che partirà il 29 ottobre e si concluderà il 26 novembre 2026 con tre puntate ispirate proprio al mio volume e dedicate a Manzoni: è una versione “filmica” pensata anch’essa per la didattica e realizzata con l’IA, di cui ho potuto vedere l’anteprima e che consiglio vivamente a tutti, rende perfettamente l’idea di quel che volevo realizzare! Poi, d’altro canto, un’operazione “filmica” l’aveva già fatta Manzoni, cui anche Andrea Camilleri e Umberto Eco riconobbero l’intrinseca capacità di creare storyboard ante-litteram: ho tentato in fondo solo di applicare, a modo mio, quello che avevo imparato leggendo I promessi sposi, in una versione ovviamente più contemporanea. Non so se mi veramente riuscito, ma almeno ci ho provato …
Quanto al rapporto tra l’autore e la città, è un binomio assolutamente inscindibile: Milano è Manzoni e Manzoni è Milano, nonostante le sue continue fughe e gli altrettanti ritorni, don Lisander non può essere separato dal suo contesto geografico e culturale, altrimenti non se ne riesce a comprendere la reale grandezza neanche a livello storico e nazionale.
Il sottotitolo, Inseguendo un uomo inquieto, sembra volerci allontanare dall’immagine tradizionale del grande romanziere. Nel libro conosciamo infatti Lisander, un bambino solitario, un giovane scapestrato e un uomo tormentato dalle proprie paure, poco incline alla notorietà. Dopo tanti anni di studi manzoniani, c’è qualcosa che hai scoperto, o forse riscoperto, di Alessandro Manzoni durante la scrittura di questo libro?
Come ogni studioso dei testi letterari sa, nella febbrile ricerca della poetica di uno scrittore gli anni più giovanili, infantili di un autore si tende sempre a trascurarli, perché la critica ci impone sempre un’analisi serrata del panorama legato alla scrittura e, quindi, più o meno adulto. Il Lisander bambino, sebbene ne conoscessi le tappe evolutive principali, ancora in parte mi sfuggiva prima di avviare le ricerche per questo lavoro. Sapevo delle sue peregrinazioni nei collegi religiosi, dei problemi familiari dei suoi genitori, dell’origine a tratti fortemente autobiografica del “romanzo senza padri” ma non avevo mai compreso quanto realmente la solitudine dell’infanzia avesse pesato non solo sulla scrittura ma anche sulle scelte di vita del Manzoni adulto. E, forse, in parte questo mi ha aiutato anche a capirlo meglio come uomo, prima ancora che come scrittore.
Racconti numerosi episodi curiosi della vita di Manzoni, dalle lunghe passeggiate per calmare i nervi alla presunta abitudine di pesare i propri vestiti. Alcuni aneddoti, però, provengono da testimonianze non sempre concordi. Come hai lavorato sulle fonti biografiche e quali difficoltà hai incontrato nel trasformare una ricerca storica in un racconto capace di coinvolgere anche i lettori meno esperti?
Ci sono bei libri aneddotici sulla vita di Manzoni, come Curiosità manzoniane di Paolo Bellezza, che risale addirittura al 1923 oltre, ovviamente, alle lettere di amici e familiari che “tirano” il personaggio-Manzoni da un lato o dall’altro delle sue stranezze quotidiane. È chiaro che di un soggetto tanto celebre vari episodi possano essere stati nel tempo ingigantiti o, addirittura, totalmente inventati. Per quanto queste vicende possano apparire nuove al lettore giovane o poco esperto, sono nozioni basilari per ogni manzonista, si conoscono da sempre e ci si sorride spesso e volentieri, prendendole per quel che sono: voci, più o meno verosimili. Ho cercato quindi di riportare nel testo tutte le curiosità aneddotiche, segnalando sempre quelle dubbie, anche perché, vere o meno, sono tutte davvero molto suggestive e meritavano di entrare in un libro per ragazzi. Volevo rendere umano “il Manzoni”, quell’uomo che dai ritratti appare sempre incupito e pensieroso, come se non avesse mai fatto altro nella vita che scrivere di Renzo e Lucia o arrovellarsi in questioni religiose; e invece Alessandro, dietro “il Manzoni” dei manuali scolastici, è esistito e ha vissuto e mi è sembrato giusto mostrarlo per quel che era: un uomo, come tanti altri (anzi, forse anche un po’ più particolare di tanti altri).

Un ruolo importante nella vita di Manzoni è occupato dalle donne della sua famiglia: la madre Giulia Beccaria, la prima moglie Enrichetta Blondel e, successivamente, Teresa Borri. Attraverso le loro storie emergono anche le difficoltà familiari, le scelte religiose e le convenzioni sociali dell’epoca. Quanto hanno influito queste donne sulla vita e sulle idee dello scrittore?
Manzoni deve moltissimo alle sue donne. Tanto la madre quanto la seconda moglie, ad esempio, sono figure molto particolari che andrebbero meglio conosciute anche dai più giovani: donne autonome, indipendenti, che hanno sfidato i costumi e la morale del tempo in favore della loro legittima volontà di vivere come volevano. Non che non avessero i loro difetti o le loro contraddizioni (Giulia era considerata un’esaltata, Teresa era ipocondriaca e accentratrice, Enrichetta nei racconti degli altri dà sempre l’idea di una “madonnina infilzata”, ma credo che questo dipenda più dalla sua triste sorte che non da un personaggio veramente tanto passivo e inerme), ma sicuramente sono state tutte centrali nella vita adulta di Lisander, nella sua scelta conversione e finanche nel fornirgli spunti caratteriali e biografici per i suoi personaggi.
Nel capitolo La Milano di Renzo ripercorri gli spostamenti del protagonista, dal Forno delle grucce al lazzaretto, mostrando come alcuni luoghi siano rimasti riconoscibili e altri siano scomparsi o profondamente cambiati. Dedichi anche un intero capitolo alla vicenda della Colonna infame e alla tragica storia di Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, ingiustamente condannati durante la peste del 1630. Ricordi, inoltre, che Manzoni volle collocare la parola «Fine» proprio dopo la Storia della colonna infame, sottolineando il legame tra le due opere. Quale luogo ti ha colpita maggiormente durante questo viaggio e quale consiglieresti di visitare a chi volesse riscoprire la Milano dei Promessi sposi?
A chi volesse visitare la Milano di Manzoni consiglierei di seguire le tappe del libro, senza un ordine cronologico né di mappa lasciandosi guidare dalla storia; è un’operazione faticosa, ma ne vale sicuramente la pena. Con dei ragazzi di una scuola, qualche tempo fa, a Montella abbiamo immaginato una gita organizzata con visori per la realtà virtuale che permettessero un’esperienza immersiva nella Milano di oggi consentendo di vedere realmente gli sviluppi e i cambiamenti delle zone milanesi dei secoli XVII e XIX, un progetto ambizioso e sicuramente non economico, ma tecnologicamente fattibile. Personalmente non c’è un luogo preciso che mi abbia colpita più di un altro, frequento le zone manzoniane da anni e le conosco ormai molto bene ma resta a mio avviso molto suggestiva la chiesa ortodossa che sorge al posto del lazzaretto, così come il monumento alla Colonna infame, molto particolare, sito in via Gian Giacomo Mora. La cosa che forse più di tutte mi ha lasciata sorpresa – non ci avevo fatto caso prima della stesura del libro – è stato scoprire che, a fronte di oltre mille vie, strade e piazze italiane intitolate a Manzoni, le uniche statue in Italia che lo raffigurano sono quella di Lecco e quella di piazza San Fedele, a Milano, entrambe molto belle, orientate a porre l’uomo letteralmente davanti al libro, una scelta che mi pare più che condivisibile.
La conclusione del volume mi è sembrata particolarmente suggestiva. Dopo aver accompagnato il lettore attraverso la vita di Manzoni, scegli di congedarti da lui con la Messa da Requiem che Giuseppe Verdi compose in suo onore. Il viaggio termina così nella chiesa milanese di San Marco, attraverso la musica. Perché hai scelto proprio questo episodio per concludere il libro e quale significato attribuisci all’omaggio di Verdi?
Volendo creare una “serie tv da leggere”, ho optato per un’operazione ciclica che partisse dalla morte per tornare alla morte. Ho avviato la storia con la tomba di Manzoni al Cimitero Monumentale di Milano e ho immaginato, letteralmente, una scena filmica che chiudesse la storia con uno stacco di inquadratura dalla Chiesa di San Marco di nuovo sulla tomba al Monumentale, sulle note del Requiem. Da melomane e appassionata di Verdi, poi, non avrei mai potuto escludere questo personaggio dalla narrazione, fondamentale per il Risorgimento italiano tanto quanto Manzoni e i patrioti nazionali.

Ti ringrazio ancora per questa conversazione. Prima di salutarci, vorrei chiederti quali siano i tuoi prossimi progetti di ricerca e di scrittura. Continuerai a occuparti di Manzoni oppure ci sono altri autori e percorsi letterari che vorresti esplorare?
C’è da dire che i “giovani” (intesi in senso molto ampio, come under 50) che lavorano su Manzoni, oggi, sono davvero pochi e, diciamolo, per la gran parte anche precari. Nonostante tanti sforzi anche accademici per riabilitare la figura di quello che è stato malamente descritto nel tempo come un vecchio bigotto, pare che al di fuori di alcune aree specifiche, la critica manzoniana stenti a decollare. Questo è sicuramente un deterrente per i veri giovani (e qui mi riferisco agli under 30) che vogliano avviare studi dottorali su questo scrittore, perché il “dopo” resta particolarmente incerto. Quanto a me, che ormai nelle maglie manzoniane sono felicemente intrappolata da un bel po’, come dico spesso, parafrasando una battuta di Boe, dei Simpson (“Sono nato addestratore di serpenti e morirò addestratore di serpenti!”), “chi nasce manzonista, muore manzonista”. Non si può incontrare un gigante come Manzoni e lasciarlo andare a un certo punto, specie se ci si rende consapevoli che tutto ciò che viene “dopo” si deve a lui. Proprio in questo periodo, infatti, sto scrivendo un nuovo contributo sui Promessi sposi e la Colonna infame, in lingua inglese, che mi è stato richiesto da alcuni colleghi meravigliosi per un volume estero. Ciò non toglie che i miei autori di riferimento, Camilleri, Levi, De Cataldo restano comunque al centro dei miei studi, così come i rapporti tra giustizia e letteratura e le incursioni periodiche nella letteratura pop, che affronto ossimoricamente come “hobby lavorativo”. Ma Manzoni è sempre Manzoni. Dicevano gli Eagles in chiusura di Hotel California: You can check out any time you like, but you can never leave.
L'autore
- Anna Raimo è nata a Pisa il 25 dicembre 1995. Laureata magistrale con il massimo dei voti in Linguistica e didattica dell’italiano nel contesto internazionale presso l’Università degli Studi di Salerno e l’Universität des Saarlandes di Saarbrücken, ha in seguito conseguito un Master di II Livello in Didattica dell’Italiano L2 presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla linguistica e didattica della lingua italiana alla storia, letteratura e poesia contemporanea. Si è infatti occupata dell’italiano dei semicolti nella sua tesi di Laurea Magistrale e ha recentemente pubblicato un articolo su una particolare varietà della lingua italiana: "L’e-taliano: uno scritto digitato semifuturista?", in (a cura di S. Lubello), Homo scribens 2.0: scritture ibride della modernità, Franco Cesati Editore, Firenze 2019, pp. 159-164. Tra i suoi autori preferiti vi sono Mario Vargas Llosa, Jung Chang, Philip Roth, Azar Nafisi, Orhan Pamuk, Anna Achmatova, Rainer Maria Rilke, Federico García Lorca, Alda Merini, Bertolt Brecht e Wisława Szymborska. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura di poesie e i viaggi, soprattutto in Germania, paese di cui adora la storia, la cultura, l’arte e i magnifici castelli.
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