Giovedì 15 maggio 2025 alle ore 17,30, presso la Sala dei Legisti della Fondazione Carletti Bonucci (Perugia, via Beldeschi 2), si terrà la tavola rotonda “Sotto le stelle del jazz”, dedicata al celebre cantautore e maestro del jazz Paolo Conte, cui Diego Poli, professore emerito di Glottologia e Linguistica, e Marcello Verdenelli, docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Macerata, hanno dedicato, insieme a Manuela Furnari, il volume Paolo Conte. Stanze. Itard (2024). Oggetto della tavola rotonda saranno anche gli Atti del Seminario di Studi Paolo Conte. Transiti letterari nella poesia per musica a cura di Manuela Furnari, Ilaria Tufano e Marcello Verdenelli. In attesa dell’incontro, abbiamo chiesto a Diego Poli e Marcello Verdelli di raccontarci qualcosa in più sul loro lavoro di ricerca su Paolo Conte, che spazia tra i vari temi che l’opera del Cantautore contengono in sé.
Mai giudicare un libro dalla copertina”, recita il detto, ma essa è indubbiamente un importante mezzo di comunicazione che può trasmettere, più o meno consapevolmente, dei messaggi a chi si trova a interfacciarsi per la prima volta con un testo. L’apparente semplicità della copertina di Stanze cela in realtà un significativo apparato simbolico e dei riferimenti al mondo delle arti visive. Potreste dirci di più?
Diego Poli: La copertina non è nata per caso. Si tratta di un lungo pensamento da parte dello stesso curatore principe del volume, il prof. Marcello Verdenelli, il quale, oltre a essere un sensibile critico in ambito letterario, è anche un capace pittore, dotato di un elevato senso estetico. Da osservatore esterno, posso qui ricordare l’impatto che ho ricevuto da quelle lettere-note che scorrono sul fluire del suono modulato dai colori, per riverberarsi sulle pareti di quelle stanze – di una sala da musica, di un cabaret, di un bar??? – in cui la materia musicale e canora va a plasmarsi nell’ordinamento di sintagmi compositivi – di un poema, di una strofa, di una composizione sacra??? L’aspetto del marketing, cui qui si fa cenno, è subordinato all’eventuale successo dell’ideazione.
Marcello Verdenelli: Se “mai giudicare un libro dalla copertina” è un detto con un suo fondo di verità, è altrettanto vero che non si può prescindere completamente dalla copertina di un libro che rimane un significativo indicatore, almeno nelle soluzioni più centrate, più riuscite, di un più funzionale rapporto tra piano visivo e piano linguistico. Riflessione che vale certamente per il nostro “Paolo Conte. Stanze”(Itard 2024), titolo pensato nei termini di un minimalismo capace di evocare una certa artigianalità, richiamandosi addirittura a Eugenio Montale e più precisamente a quel progetto poetico di 14 Xenion (chiamati così nella poesia antica quei doni, quegli epigrammi votivi offerti all’amico che parte per un lungo viaggio, anche ultramondano) pensati alla memoria della moglie. Non solo ma orientandosi per la pubblicazione verso un tipografo addirittura di provincia, e pensare che gli sarebbe stato facile rivolgersi a un editore più conosciuto, più storicizzato. E infatti quella preziosa plaquette poetica uscì presso la tipografia Bellabarba di San Severino, entrando di diritto, quella tipografia, nella storia della editoria montaliana. Il nostro “Paolo Conte. Stanze” echeggia un po’, nella sua soluzione minimalista, questo interessante antecedente letterario cui aggiunge, sempre nella copertina, altri elementi di lettura del mondo contiano. A partire da quella scritta Paolo Conte, volutamente imperfetta, approssimativa, incerta ma dal respiro già poetico; scritta che sembra galleggiare su quel graffio bicromatico, l’azzurro e il rosso; colori che evocano i titoli di due brani iconici della produzione artistica di Conte: “Azzurro” e “Diavolo rosso”. E sotto questo graffio bicromatico, dal movimento nervoso, scattante, un po’ anche futurista per richiamare l’amore di Conte verso quel primo Novecento, periodo delle grandi avanguardie, visto come una fucina di nuovi linguaggi, di nuovi codici espressivi, la parola “stanze” che, oltre a richiamare i vari capitoli in cui si articola il mondo contiano, è parola che indirizza subito verso quella letterarietà, elemento non solo ricorrente in Conte, ma che nobilita la stessa canzone d’autore. “Stanza” è la strofa di una canzone, quindi un raggruppamento ben definito di versi. Tutti elementi che depongono a favore di una copertina certamente non neutra, una copertina, per certi versi, “parlante” in più direzioni ed introduttiva a un discorso più generale.
I temi dell’orizzontalità e della verticalità sono due dimensioni fondamentali per l’umano e la sua ricerca di senso. Nella musica possono assumere diverse forme, talvolta confondersi o persino ibridarsi. Cosa legge, a tal proposito, all’interno della produzione musicale di Paolo Conte? Quale delle due dimensioni prevale e perché?
Diego Poli: Sono due rette che da Cartesio in avanti hanno funzionato per specificare la posizione di un qualsiasi segmento o oggetto, su una superficie ottenuta per averle impegnate come strumenti di misura che si intersecano in un punto, rispetto al quale l’ascissa rappresenta una lunghezza proporzionale alla longitudo, la ordinata una perpendicolare proporzionale alla latitudo. Siccome il sistema di riferimento del piano cartesiano darà una relazione diretta fra rappresentazione grafica e rappresentazione analitica, non mi riesce possibile immaginare la musica privata di una delle due dimensioni. Sull’intersezione degli assi è imperniata la poesia di “Canzone anfibia”, “La Topolino amaranto”, “Bartali”, “Diavolo rosso”. C’è una “acqua verticale” accanto a una “acqua orizzontale”, e una è in funzione dell’altra. Ma c’è lo sguardo che proviene dall’alto e quello che punta in avanti in un gioco basato sulla visione. Nessuno di questi elementi avrebbe valore se fosse privo dell’altro.
Marcello Verdenelli: Quanto alla orizzontalità e alla verticalità devono essere viste come due categorie di carattere estetico che attraversano l’intero universo artistico di Conte, segnandolo profondamente a livello stilistico e metaforico. Categorie che vengono da lontano quando cioè il Maestro ebbe modo di ammirare molti anni fa nel piccolo museo di Borgo San Sepolcro il famoso affresco di Piero della Francesca (il pittore della luce) la “Resurrezione di Cristo”, facendo di questo capolavoro della civiltà rinascimentale una lettura basata proprio su queste due dimensioni, là dove la prima orizzontalità (a partire dalla base del triangolo costituito dal gruppo dei soldati colti in uno stato di riposo, con il vertice costituito dal volto del Cristo) da cui si dipartono altre significative orizzontalità (come per esempio quella successione, quasi una punteggiatura silenziosa, di nubi anemiche sullo sfondo) è data dal basamento del sepolcro su cui il Cristo risorto, alla stregua di un antico guerriero, immagine molto diffusa nell’arte gotica e rinascimentale, poggia, in maniera ieratica, il piede sinistro, quasi a voler a sancire la definitiva realtà della resurrezione e la verticalità di partenza, cui si rapportano tutte le altre verticalità, a iniziare appunto da quella linea verticale che attraversa il corpo di Cristo, linea che dal naso scende verso il basso ventre, cui si rapporta la verticalità degli alberi, più o meno rigogliosi a seconda delle stagioni, e a seguire la verticalità del vessillo che sembra confermare, rafforzare la verticalità di origine, di partenza. Significative intuizioni contiane da leggersi come il risultato di un approccio multidisciplinare delle arti, per quel principio, tutto novecentesco, della “transitabilità delle arti”. Nella visione artistica di Conte c’è una parola che riassume questo principio, ed è la parola “mistura”, o anche contaminazione, ibridazione. Categorie, la orizzontalità e la verticalità, che non solo svolgono una funzione essenziale in tutta la produzione contiana, ma che aiutano anche a far capire l’incidenza, l’operatività di altre categorie. Per esempio, se viste in rapporto alla filosofia di Friedrich Nietzsche, quelle due categorie richiamano la verticalità l’apollineo e l’orizzontalità il dionisiaco, là dove il primo elemento guarda alla verticalità, al movimento ascensionale, tendente all’astrazione, e il secondo elemento invece alla orizzontalità, mai risolvibile, a onor del vero, in una piatta e scontata linearità, ma in una linearità sempre increspata, mossa. Guardando all’incidenza di queste due categorie in campo prettamente musicale, la verticalità è una questione che riguarda da vicino la musica eurocolta, musica tendente alla nota pulita, perfetta, e in sostanza alla melodia, mentre la orizzontalità si addice meglio a generi musicali come il jazz, il blues, lo swing, dove le note, nel loro movimento appunto orizzontale, non possono fare a meno di nutrirsi di impurità, di scorie, e in sostanza anche di quelle imperfezioni che incontrano lungo il loro non facile cammino. Orizzontalità, nella sua resa percussiva, più vicina a quel ritmo sincopato che è stato alla base di quella rivoluzione musicale venutasi a determinare tra Otto e Novecento. Volendo tradurre in immagini queste due categorie della orizzontalità e della verticalità nell’universo artistico di Conte, si può dire che l’orizzontalità trovi nel “mare” la sua immagine più diretta, e la verticalità invece nella “pioggia”, tenendo tuttavia presente che ci troviamo di fronte a categorie in continuo movimento, appunto come quel mare scuro e misterioso di Genova per noi che di notte non sta fermo mai. Differenza che il Maestro, riferendosi sempre a Genova per noi, ha specificato parlando della differenza e della somiglianza tra liguri e piemontesi, uguali a livello di una certa scontrosità ma al tempo stesso “diversi per il paesaggio”: “Noi abbiamo quest’acqua verticale che è la pioggia, loro quell’acqua orizzontale infinita che è il mare”. Immagini, categorie che hanno assolutamente bisogno di incontrarsi, di ibridarsi per produrre certi esiti artistici. C’è anche da dire che non c’è una netta supremazia di una categoria sull’altra, avendo bisogno una categoria, anche per meglio stilisticamente determinarsi, dell’altra. Si tratta di un procedere, come dire, diversificato e nello stesso tempo convergente, e comunque parallelo, alla ricerca, di volta in volta, della modulazione stilistica migliore. Facilitato tutto questo da una lingua anch’essa in continuo e affascinante movimento, e mai stupidamente arroccata su sé stessa. Si tratta, come è in fondo nella visione estetica di Conte, di categorie che si intrecciano, che a loro modo si cercano, si parlano. Perché, a guardar bene, tutto in Conte è dentro questa struttura, per così dire, duale, struttura sempre in movimento, sempre in via di definizione, di assestamento, alimentando, di conseguenza, un fraseggio nel segno di una visionarietà che è persino facile chiamare, per la sua immediata riconoscibilità e profilo, “alla Conte”. A questa struttura duale continuamente oscillante fra orizzontalità e verticalità si rapportano altri elementi. A partire persino dal tanto amato “caffè” declinato ora in direzione orizzontale (caffè preso in piedi sull’equatore) ora in direzione verticale (caffè d’aviatore). Non dimenticando naturalmente quel fisiologico intreccio che si viene a creare tra orizzontalità e verticalità nel campo delle parole crociate, soprattutto in quei formidabili e sempre spiazzanti giochi di parole, in quegli amatissimi rebus, altro esercizio espressivo, artistico dove Conte è un Maestro ormai riconosciuto. Tutto cioè nel segno, come si legge nella parte finale di Sotto le stelle del jazz, di quei “duemila enigmi” che definiscono un genere musicale molto particolare, per l’appunto il jazz, preferibilmente quello delle origini amatissimo da Conte dove quel movimentato tracciato musicale assume un valore persino poetico: “Duemila enigmi nel jazz / ah, non si capisce il motivo… / nel tempo fatto di attimi / e settimane enigmistiche”. E cioè a dire che il vero enigma è quello che si incontra nel quotidiano, là dove per Conte l’“altrove”, chiaramente carico di mistero, non è mai una semplicistica nota esotica, mai una facile e comoda fuga dalla realtà, ma un qualcosa di più profondo, di più impegnativo, conturbante, toccando certe radici emotive che si pensava definitivamente risolte, neutralizzate.
Adesso è il momento di giocare con le parole. Conte è l’anagramma di…?
Diego Poli: Conte > Tenco; Conte > cento; Conte > note(c). Tenco – Dopo essere inizialmente stato compositore per gli altri, Paolo Conte fu convinto a proporre al pubblico anche la propria musica da Amilcare Rambaldi, Presidente del Club Luigi Tenco. Cento – Entra nella formazione di “Nove-cento”, il secolo per eccellenza per l’ispirazione musicale e letteraria di Paolo Conte il quale è riuscito a intercettarne i significati più profondi. Note(c) – Mi piace anche aggiungere note(c), anche se non saprei cosa fare di quel -c di troppo!! Peccato.
Marcello Verdenelli: C’è un dato, o meglio un certo tipo di sensibilità, che caratterizza l’universo artistico di Conte, e cioè quella sua predisposizione, naturalezza a leggere, tabucchianamente parlando, il “rovescio” delle cose, e più precisamente il “rovescio”, non meno significativo della loro forma “dritta”, delle parole là dove il timbro contiano si fa ancora più originale. Ne abbiamo avuto diretta conferma nel nostro ultimo incontro torinese, quando commentando con il Maestro la reazione spontanea del pubblico quando al nome di Luigi Tenco se ne è uscito con un applauso da brivido, il Maestro, sornionamente, mi ha fatto notare, cosa che mi è sempre sfuggita, che Tenco è anagramma di Conte, là dove la lingua proprio nel suo “rovescio” rivela delle potenzialità incredibili, sorprendenti come se lavorasse segretamente per noi, colmando certe nostre lacune, insufficienze.
In Stanze si legge: “Azzurro offre l’idea-tema dell’esotico, ≪un po’ d’Africa≫ identificata ≪in giardino≫, e analoga a ≪l’isola≫, quale ≪luogo pieno di virtù≫, di Onda su onda”. Non è certamente solo Azzurro a rimandare all’esotico, inteso come lontano nel tempo o nello spazio, ma si tratta di un’atmosfera che permea una buona fetta della produzione del Cantautore piemontese. Come si configura, in termini sia poetici sia musicali, il tema dell’esotismo nella produzione musicale di Conte?
Diego Poli: “Azzurro” offre l’idea-tema dell’esotico, «un po’ d’Africa» identificata «in giardino», e analoga a «l’isola», quale «luogo pieno di virtù», di “Onda su onda”. La prima esperienza poteva compiersi «da bambino», all’altra si può essere indotti da un profondo senso di solitudine che «porterà / alla deriva» e che, in “L’amore che”, si pone come l’«oltremare di un assurdo». Tuttavia l’esotico è anche colore con cui si attenua la banalità del quotidiano e si maschera l’eccesso di attualità, tinteggiandolo con colori accesi. Esotica è anche la tristezza che diviene musica fino a farsi «un ritmo sconfinato di rumba / che se ne va per la città» (“La nostalgia del mocambo”). Il termine mocambo è assunto dal portoghese; oltre a indicare il ‘rifugio di schiavi latitanti’ e l’‘abitazione precaria’, rimanda, nell’immaginario contiano, a «un nome esotico che sa di caffè». Paolo Conte si esprime in proposito con termini molto precisi: «Il mio esotismo è un malessere che i francesi chiamano ailleurs, il senso dell’altrove tipico degli scrittori novecentisti, ed è una forma di pudore che fa sì che certe storie che magari possono essere quotidiane, normali, della nostra vita reale vengano invece trasferite in un teatro più strano, più lontano, più immaginifico, più fantasmagorico per attutire il senso della realtà e trasformare la povertà che può esserci nel contenuto di una storia raccontata in qualche cosa che può essere più vicino alla favola, alla fiaba». C’è il piacere per la partenza per un viaggio di cui non si conosce la meta, verso luoghi inesplorati di cui non è dato scorgere i confini. In un intreccio di arte varia e sofisticata, dove il paroliere e cantautore divengono il compositore e polistrumentista, le sonorità visive formano un immaginario atlante della affabulazione di suono e poesia realizzata come squarci di pittura astratta nello spessore intellettuale che si muove fra la gravità di riflessioni critiche, l’introspezione, e una sotterranea e tagliente (auto)ironia, ricercata nelle piccolezze e banalità del vissuto di una provincia abitata da personaggi pittoreschi e riempita di oggetti smessi e di parole vecchie, posta ai limiti della marginalità da cui reagisce sviluppando l’interesse per l’esterno e riuscendo a estremizzare la voglia di esotismo e la spinta immaginifica che permette di collegare l’impetuoso e radicale americano Hemingway alla polvere sollevata dal ciclista piemontese Giovanni Gerbi, il protagonista di “Diavolo Rosso”.
Marcello Verdenelli: Quanto all’esotismo, tema che ha alimentato non pochi equivoci interpretativi, c’è da dire che Conte ne fa un uso molto studiato, calcolato, proprio per valorizzarlo al massimo e non ridurlo a una semplice, ancorché curiosa, finestra. Insomma, quelle di Conte sull’esotismo sono pur sempre pennellate d’autore, pennellate non date a caso ma sempre conseguenti a un tipo di sensibilità, di visione del mondo. Per l’appunto pennellate, toccate e fuga, e mai ampie parentesi descrittive, proprio per non disperdere quell’intensità, che solo un fraseggio, per così dire, “sincopato”, marcato, condensato, può garantire. Perché anche qui si procede per “lampi”, per brevi quanto intense illuminazioni, ribadendo da un lato la necessità di quel fraseggio (là dove quelle parole esotiche emergono come isole della memoria), e da un altro lato guardando alla loro funzione salvifica. Pennellate che Conte impagina sempre con straordinario talento, sensibilità, sfruttando al massimo certe pieghe allusive della lingua, vista, quest’ultima, come un corpo vivente, un corpo sempre in trasformazione. Ecco allora che non c’è bisogno di indugiare eccessivamente su questo registro, col rischio di ridurne la stessa operatività, funzione. Siamo cioè ci fronte a una metodologia ben precisa che fa sì che nella scrittura contiana si affacci, come nel caso di “Azzurro” (ma altri richiami ci sarebbero da fare), quasi la necessità di quel po’ di Africa, di un indicatore culturale che avrebbe trascinato altri indicatori culturali. Oppure di quel baobab, più semplicemente di un tipo di albero che accende l’immaginazione contiana, che ci porta immediatamente verso un mondo lontano visto sempre non come un facile e comodo rifugio, ma come una necessità espressiva, stilistica per bilanciare certi momenti di smarrimento esistenziale, di solitudine, di malinconia di cui l’universo contiano, al di là di certi effetti più defaticanti, è fittamente disseminato. Per esempio, se nel primo Novecento non ci fosse stata quella curiosità verso l’esotismo, verso altre culture, e nella fattispecie verso la cultura africana, non ci sarebbero state neanche certe avanguardie, a partire dallo stesso Cubismo, nato, grazie alle intuizioni di Pablo Picasso, dalla esplorazione del mondo delle maschere africane, acquisizione che ha cambiato, in poco tempo, i connotati della stessa pittura europea. Non solo ma assorbendo dalla cultura africana quell’elemento innovativo rappresentato dalla importante tradizione del percussionismo, dei tamburi. Risultata determinante, quella tradizione, nella configurazione di quel ritmo sincopato, alla base di molte conquiste in campo musicale.
Se dovesse descrivere in cinque parole il personalissimo stile jazzistico di Paolo Conte, quali sarebbero?
Diego Poli: Jazz delle origini, degli anni Venti, è restato come arte istintiva e primitiva. Jazz e cadenze swing, rumba cubana e ritmi latinoamericani, suggestioni tropicali, musical, varietà francese e Joséphine Baker, su uno sfondo intessuto di non sorprendenti riprese colte, di raffinati interventi di coro e orchestra, di valzer per piano concepiti come parodia della Belle époque, di ballate e motivi à-la-Boléro. Jazz come vertiginoso cambiamento prodotto in coazione con il mondo musicale afro-americano degli anni Venti e Trenta oltre che con la vivacità culturale della amata Parigi. Jazz degli archetipi e delle leggende: dei pionieri americani, dell’avanguardia impressionistica che prende anche dal repertorio di Bertolt Brecht, della sensualità delle vite disperate, dell’atmosfera luminosa di una Parigi popolata di “commissari e farfalle”, della nostalgia e della capacità onirica presenti nel progetto testuale al quale Paolo Conte ha lavorato per quasi trent’anni.
Marcello Verdenelli: Relativamente a un genere musicale, come il jazz, dalle forti implicazioni socio-culturali, genere amatissimo, almeno nella sua formulazione iniziale, da Conte, non so se sia giusto parlare tecnicamente di stile jazzistico (e cioè di una metodologia musicale ben precisa e rigorosa), ma di assonanze, di convergenze culturali, di una comune sensibilità musicale, senz’altro sì, e per il quale rapporto insisterei soprattutto sulla parola “ritmo”, ritenendola forse più appropriata, più conseguente a quel tipo di rivoluzione veicolata in campo musicale dal jazz e fatta propria dal Maestro.
Si legge in Paolo Conte: Transiti letterari nella poesia per musica: “Chiunque abbia dimestichezza con quanto è stato scritto su Conte, sa che il Maestro si dedica in primo luogo «alla stesura della musica delle sue canzoni», e che tale stesura «precede e condiziona quella dei testi verbali»”. Può dirci di più in merito a questo aspetto fondamentale del processo creativo contiano?
Diego Poli: “Ton-Wort Drama” in direzione antiwagneriana, questo è il principio dell’arte contiana. La sistematicità riposa nella canzone cui egli si accosta partendo dalla musica, elaborata al pianoforte, in solitudine e preferibilmente nelle ore notturne, per passare al testo, onde frazionarlo e smontarlo nelle componenti, per tagliare, cancellare e riprendere senza posa, fino a coglierne la carica di poeticità. Paolo Conte confessa che il suo divertimento consiste nel comporre e non nello scrivere, la voce serve per completare il disegno sonoro, giacché, pur piegando le parole alla primazia della musica, la lingua domina la sfera cognitiva e sensoriale tramite cui avviene la significazione. Se una equivalenza fra i due ordini di linguaggio è plausibile, la vocalità concede alla musica uno statuto connotativo, una sintassi operativa su schemi, una assoluta autoreferenzialità. A questa difficoltà si supplisce ammettendo la coesistenza di termini opposti e contraddittori, anche se la enigmaticità e la capacità traslativa proprie del linguaggio mettono in evidenza la trasformazione e la labilità. Questo capovolgimento permette di raggiungere il nobile fine per cui Paolo Conte può dichiarare di voler salvaguardarla la libertà del pubblico, senza mai lanciare dei messaggi o imprimere delle opinioni precise, per lasciar sognare ciascuno con i suoi colori, i suoi suoni, le sue esperienze e la sua sensibilità. Nonostante questo, rovesciando di nuovo la situazione, a Paolo Conte viene ancora da cantare «Facciamo un po’ di letteratura / con la miseria della mia bravura» (“Luxury bound ~ Nessuno mi ama”). A differenza di altri autori, che sono la maggioranza, per i quali la pulsione musicale sorge in una fase successiva alla ideazione poetica, per Conte lo stimolo iniziale di ogni canzone è sempre un gruppo di note, un tema, un motivo, che va a essere definito come grumo sonoro e poi a compiutamente combinarsi. Come dichiara in una intervista del 2019: «faccio musica e poi invento le parole. Poi magari sono anche un poeta». Questa posizione è resa esplicita nel docufilm diretto da Giorgio Testi Paolo Conte alla Scala, il Maestro è nell’anima del 2023: «scrivo sempre prima la musica. Solo in un secondo tempo mi occupo delle parole. Che, forse, nascono dalla musica stessa che mette in movimento qualcosa nella fantasia, una sorta di imprinting che non è sentimentale, ma è fatto di colori, di luci, di ombre. Un gioco anche pittorico». Il potere della musica trascende il linguaggio articolato e ne supera i limiti esaltandone la capacità inventiva. A Conte resta il gusto per testi sonori, dotati del significato di una lingua con cui (“Elisir”): «canto tutto e niente / una musica senza musica / dove tutto è niente / come musica nella musica […] suona tutto e niente / una musica nella musica / dove tutto è niente / come polvere sulla polvere». Per Paolo Conte è la musica «“a fare la pagina”» con «una logica interna che guida tutta la struttura», purché, nel trasporre lo spartito nella successione di un testo di poche parole dimesse dal flusso mentale per essere vergate all’interno dello spazio bianco e della superficie impalpabile della carta, ne conservi il senso.
Marcello Verdenelli: A differenza di altri cantautori che, relativamente al processo compositivo, mettono al primo posto le parole e solo in un secondo momento il piano musicale vero e proprio, Conte ribalta questa consequenzialità. Per lui esiste un primo e decisivo momento, che chiamerei, in quella forma ancora embrionale ma già segnaletica di una qualche significativa linea di sviluppo, “cellula musicale”, capace di orientare di conseguenza certe precise scelte linguistiche, anche per quella fisiologica difficoltà della lingua italiana ad adattarsi al processo compositivo di una canzone, rispetto invece alla maggiore duttilità della lingua inglese.
Parlando ancora di Paolo Conte: Transiti letterari nella poesia per musica… “È noto che sia lo stesso Paolo Conte a dichiarare provocatoriamente una sorta di insofferenza nei confronti della poesia, recepita come un genere «poco virile, frivolo, un tantino effeminato», e si definisca un lettore desultorio e distratto, frequentatore disattento di poeti novecenteschi quali Pavese, Sereni, Campana e Sbarbaro”. Quali caratteri assume il rapporto tra Paolo Conte e la poesia contemporanea, o con la poesia in senso lato? Quali altri poeti potrebbero essere menzionati in relazione alla dimensione testuale del Cantautore piemontese?
Diego Poli: La poesia è come un quadro che prende l’energia dal grado di incidenza dei raggi illuminanti. La poesia è quindi luce e colore. La stagione del secondo Novecento italiano racconta il presente con immagini riconoscibili e decifrabili, e mostra il coraggio di dar voce alle esistenze diverse e lacerate, fuori dai percorsi autorizzati. Con tale aspetto civile di denuncia si intramezza la partecipazione alla cultura poetica. I cantautori genovesi invitavano ai loro concerti Arnaldo Bagnasco, perché leggesse Montale, Sbarbaro, Caproni, Campana, e mentre De André rielabora Cecco Angiolieri e Saba, l’ultimo Tenco rivela echi di Lavorare stanca di Pavese. Se si esce dalla Liguria, l’elenco si allunga notevolmente e il debito contratto dai cantautori si allarga a Gozzano, ai Crepuscolari, a Prévert. Infine, Sergio Endrigo collabora con Pasolini, Rodari, Ungaretti; Francesco De Gregori si serve di Caproni, Eliot, Joyce, Hemingway; Roberto Vecchioni guarda ad Ariosto e Pascoli. Nel riconoscere il contenuto letterario di questa linea autoriale, Giulio Ferroni ha antologizzato per finalità didattiche alcuni testi di cantautori – fra questi ci sono “La canzone di Marinella” di De André e “Bartali” di Conte. Paolo Conte è un autore consapevole di aver tanto imparato e di non essere stato in grado di fare scuola: «ho avuto migliaia di maestri, ma nessun erede. Non so se sia un elogio a me o un difetto non saper trasmettere niente al prossimo» (così in una intervista del 2016). Egli sembra però aggirare la difficoltà quando afferma che la più grande educatrice è la vita e che il carisma viene da dentro, perché «il Maestro è nell’anima / e dentro all’anima per sempre resterà» (“Il Maestro”). Si può apprendere da alcune esplicite dichiarazioni del 2019 che egli ha letto «forse più poesia che prosa», che fra i poeti italiani del Novecento «mi piacciono tanto: Campana, Sbarbaro… » e che nutre una passione per Giorgos Seferis e Konstantinos Kavafis. Il legame con Genova dei primi e la poesia dello smarrimento e del vuoto negli altri due devono averlo fortemente attratto. Asserisce di avvertire una affezione verso l’estetica rivoluzionaria di inizio Novecento e verso le sue manifestazioni intrise di una eleganza «tutta particolare che poi non abbiamo mai più ritrovato», quale è stata, in modo assoluto, interpretata da Gabriele d’Annunzio. Ammette Conte di sentirsi «un nostalgico tra virgolette» (intervista del 2012). Conte dichiara ancora l’amore per Eugenio Montale e «una generica predilezione per i lirici greci» (intervista del 1997); prova piacere per la lettura di Beppe Fenoglio, di Giovanni Pascoli (intervista del 2022) e di Cesare Pavese, «anche se, da astigiano, prendo un po’ le distanze dal suo linguaggio» (intervista del 2017).
Marcello Verdenelli: Personalmente ho avuto sempre qualche perplessità su certe dichiarazioni di Conte relativamente a certi suoi giudizi sulla poesia vista come un genere “poco virile, frivolo, un tantino effeminato”. Dichiarazioni che ho letto fondamentalmente come una forma di prudenza, di rispetto nei confronti di un genere, appunto la poesia, che certo non ha trovato in Asti, città natale di Conte, il luogo più adatto per certi sviluppi, anche perché storicamente soccombente rispetto ad altri generi letterari, come, per esempio, la tragedia che ha avuto nell’astigiano Vittorio Alfieri un antecedente letterario persino scomodo, ingombrante. Genere, la tragedia, destinato ad eclissarsi nel Novecento, secolo di importanti e rivoluzionarie novità in campo letterario. Bisognerà attendere l’arrivo di una figura come Guido Gozzano inventore di una rima, “Nietzsche/camice”, che ha qualcosa indubbiamente di rivoluzionario rispetto a certi canoni poetici precedenti, per inaugurare un percorso letterario decisamente davvero nuovo. Ma Alfieri non è solo autore di potenti tragedie, di un mondo cioè in cui trionfa, con riverberi classicistici, una visione eroica ed elitaria della vita, ma autore anche di una moderna e affascinante autobiografia dove la modernità è dichiaratamente in campo. E forse questo modello letterario alfieriano ha contribuito a far prendere alla scrittura di Conte direzioni, pieghe decisamente più defaticanti, nel segno soprattutto dell’ironia, una particolare sensibilità, tabucchianamente intesa, verso il “rovescio” delle cose, della lingua ivi compresa quella predisposizione al gioco linguistico, di cui Conte si può considerare un Maestro. Solo a rimanere ai nomi di poeti maggiormente citati da Conte come letture preferite ci si rende conto della inequivocabile proiezione moderna del suo mondo artistico. Nomi che sono esattamente il contrario di quell’esercizio poetico “poco virile, frivolo, un tantino effeminato” con cui Conte ha definito, forse troppo sommariamente, la poesia. Con nomi come Camillo Sbarbaro, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Eugenio Montale si è nel solco della grande poesia italiana e più specificamente nel solco di quella “linea ligure” che ha avuto un ruolo, a dir poco, determinante su certi sviluppi della poesia novecentesca. Nomi ai quali ci sentiamo di aggiungere (anche se il primo nome già più volte indicato dallo stesso Conte) quelli di Dino Campana e Giorgio Caproni che hanno fatto di Genova, della genovesità, della mediterraneità, del tema del viaggio in mare in Sudamerica, il centro gravitazionale del loro universo poetico. Si pensi, in particolare, per Caproni a un testo davvero iconico come Litania, un luogo altamente evocativo e simbolico, e per Campana a testi come Genova, Viaggio a Montevideo, Pampa. Rete di nomi, di suggestioni, di richiami, di convergenze, di affinità, che confermano la vocazione altamente letteraria di un cantautore (che meglio definirei “autore d’arte”) come Paolo Conte.
L'autore
- Benedetta Vale nasce a Reggio Calabria nel 1998. Si laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna nel 2022 e attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Studi Classici, Italiani e Storia Europea all’Università di Perugia.
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